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LEANDRO AGRO'

Leandro Agrò ha ideato iAble e ha fondato WideTag. E’ una delle menti più brillanti dell’Italia tecnologica.

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“Sono certo che la tecnologia possa essere adeguatamente usata per salvare il pianeta e noi stessi”. E’ una frase degna di un GURU. E penso che Leandro Agrò lo sia. Una delle sue creature è iAble, un’applicazione medicale basata sull’interazione uomo-macchina che oggi aiuta i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica a comunicare e a rapportarsi con l’esterno “fu scioccante comprendere come una mente perfettamente funzionante potesse finire prigioniera del proprio corpo che ha smesso di funzionare”.
Questi incontri ci fanno davvero ben sperare. In Italia vi sono dei talenti che, oltre ad essere all’avanguardia, sono in grado di competere a livello internazionale portando innovazione e ricordandoci che il mondo è cambiato, che il lavoro è mutato. Leggendo questa intervista capirete che ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo.

Qual è il primo videogioco che hai usato?

Maddai. E’ passato così tanto tempo che i nativi digitali che dovessero leggere questa risposta penseranno che allora si andava in giro in carrozza. Comunque sia...
Non posso non citare di essere stato un felice possessore di Commodore 64. Ricordo come fosse ieri, quando andammo a prenderlo -con mio padre- nel negozio dischi (e molto altro) nel lontano 1983. Ricordo che non avevamo idea di cosa si sarebbe davvero potuto fare con quell’aggeggio, se non che NON fosse solo per i giochi. E fu forse per capire di più che, con il C64 ancora nel cofano, ci fiondammo al cinema, dove davano WAR GAMES.
Giocare con il C64 è stato fondamentale. Ho amato moltissimo anche Forbidden Forest di Paul Norman e Fort Apocalypse di Steve Hales; ma soprattutto ero un fan della gente della Activision: come David Crane autore di pietre miliari dei videogiochi come Pitfall, Little Computer People e Ghostbusters. Questi giochi sono stati il vero battesimo.
...anche se...in effetti sono abbastanza vecchio da aver cominciato proprio da PONG. Non quello della sala giochi. Non so neanche se ce ne fossero dalle mie parti. Bensì a casa, con un qualche emulatore di una copia di qualcosa che non so neanche che nome avesse, ma aveva queste astine rigorosamente monocolore che si davano da fare sul TV (color) della cucina.Se volete immaginare la scena....
Giocavo in una cucina laccata verde smeraldo, spesso stando seduto ore su una Plia Castelli attorniato da oggetti che -poi- avrei scoperto essere di “design”. Il videogioco con le astine lo avevamo comprato alla Postal Market, ovvero l’Amazon di allora, ed era arrivato per posta. Da chissà dove sino a quel lembo di Sicilia che tutto appariva, tranne una culla di geeks.
Che flash ri-pensare oggi alla vendita per catalogo… Postal Market ed Ingegnoli su tutti.

Hei, ma perchè mi hai chiesto dei videogiochi? :))

Perché siamo della stessa generazione ed ero curioso... il C64 lo acquistai quando andavo al ginnasio. E poi mi hai fatto venire nostalgia ripensando a War Games, al cinema andai 2 giorni di seguito. Quel film mi fece sognare per lungo tempo. Per non parlare del Postal Market, cosa non ho comprato da quel volumone, mi capitava di sfogliarlo per ore… ne ha fatta di strada la tecnologia da allora… Leandro visto che siamo in tema cos’è il WEB.3?

Personalmente faccio coincidere il web3 –buzzword ancora non consacrata– con la Internet degli Oggetti.
La visione è la seguente: Tutti gli oggetti che vogliamo portare nel nostro futuro, devono poter essere connessi. I motivi per connettere gli oggetti possono essere i più vari, ad esempio sapere da dove vengono, come si usano, come vanno smaltiti a fine ciclo di vita, e molte altre cose.
Gli oggetti possono raccogliere e condividere informazioni sul contesto in cui operano o -ad esempio- comunicare informazioni sul loro utilizzo all’interno dei network sociali dei loro umani. Gli oggetti potrebbero persino dirci quando sono stati usati e dove, aprendo immense nuove possibilità in termini di modello di business. O ancora più semplicemente, potremmo dire:
il web 1 era dei dati
il web 2 delle persone
il web 3 degli oggetti
e se pensate che al mondo ci sono più microprocessori che esseri umani, e più macchine che si scambiano dati che persone, beh, la cosa non dovrebbe stupirvi.

La tendenza a breve è quella di connettere “tutto”, l’essere umano si relaziona continuamente con gli oggetti che lo circondano. Di cosa si occupa l'Interaction Design?

Quando sono andato a Domus Academy, nel 1997 a studiare Interaction Design, una definizione non mi fu data. Così dovetti inventarmene una a mio uso e consumo; per spiegare quel che facevo, o almeno tentarci. Architetto della Relazione. Fu questa la definizione che scelsi. Come un architetto vero si occupa di spazi, materiali, percorsi... ma c’è dentro anche l’uso che le persone faranno dell’artefatto prodotto dall’architetto, così come della teatralità e del racconto che l’architettura avrebbe ricoperto. Solo che questa architettura non era solo fisica, ma anche digitale, e non era atta a progettare ogni cosa, ma si soffermava sulla relazione tra esseri umani e prodotti, servizi, sistemi digitali.
Oggi, io credo che ogni definizione di Interaction Design sia messa a dura prova da usi e costumi che tendono a relegarla entro i confini della mera realizzazione tecnica di una interfaccia utente, mentre una definizione larga quanto quella che personalmente prediligo calza di più alla buzzword User Experience.

Vai molto fiero di un tuo progetto: iAble. Di cosa si tratta?

Ad un certo momento del mio percorso lavorativo, ho incontrato una persona che sapeva tutto dei “movimenti oculari” e di come questi potessero essere incamerati da un computer, fornendo -istante per istante- piogge di dati su quale parte dello schermo l’utente stesse guardando.
Mi sembrò una occasione pazzesca e -insieme ad alcuni soci- facemmo quella che oggi non fatico a definire una follia. Avremmo fatto un po’ allo Xerox Parc, dove una evoluzione del mouse di Dan Engelbart fu protagonista delle prime interfacce grafiche. La gente del Parc (e subito dopo la Apple) ha inventato le “tecniche di interazione” di base, come il “punta e clicca”, il “drag’n drop”, i menu a tendina, etc. Noi avremmo fatto lo stesso, ma usando lo sguardo e la voce: niente tastiera, niente mouse.
Negli ultimi anni, con l’avvento delle interfacce touch, la distanza -nelle interfacce uomo macchina- si è ridotta e contemporaneamente fatta più antropocentrica. Il mouse ed il puntatore, pur fantastico che sia, NON è esattamente pensata a misura d’uomo. E’ stato un passaggio.
Quando siamo partiti con le UI (user interface n.d.r.) basate su eye-tracking, tutto il mondo touch non era neanche all’orizzonte, così giocammo ritagliandoci un ruolo piccolo in una grande partita: anziché puntare al consumer -compito pressoché impossibile visti i costi dell’hardware- avremmo puntato a risolvere il problema di alcune nicchie.
All’inizio pensammo a sicurezza medicale ed altri ambiti professional, dove l’azienda è anche oggi attiva, ma durante il nostro percorso incontrammo dei malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica. Fu scioccante comprendere come una mente perfettamente funzionante potesse finire prigioniera del proprio corpo che ha smesso di funzionare. Quello fu l’inizio di iAble... un software che legge lo sguardo e lo traduce in parole ed azioni.
Per progettare e testare questi sistemi, io ho usato per alcuni anni un computer con eye-tracking, anche per fare cose banali come leggere un sito web. Ebbene, lasciatemi dire che questi sistemi assecondano i movimenti di lettura così rapidamente da sembrare quasi preveggenti o -quanto meno- da sembrare una verosimile estensione del proprio cervello. Che in fondo è quello che iAble fa per i malati di SLA, e quello che -forse- vedremo presto integrato negli occhiali per la realtà aumentata. Perché sul vetro di una lente da vista c’è davvero poco da poter cliccare.

Se ti dico WideTag?

WideTag è il più visionario, arrogante, folle progetto che mi sia venuto in mente. Ad oggi potrei definirla una startup “culturale”. Un acceleratore che è stato usato pochissimo rispetto alle potenzialità, ma che -a noi soci fondatori- ha dato davvero moltissimo. Ad oggi, healthcare, automotive, media/Telco stanno appena scalfendo il loro futuro prossimo, fatto di cloud computing, microdevice che si integrano e fanno da bridge nei sistemi, smartphone dotati di sensori, etc.
Questi sistemi vanno progettati occupandosi dei loro “comportamenti”. Con WideTag abbiamo imparato a fare questo mestiere e -in vari modi- lo stiamo già facendo.
Sai qual è un termine che uso molto nel mio lavoro quotidiano come Global UX Director in Publicis Healthware? eDetailing. L’iPad integrato completamente nei processi di distribuzione della informazione medica.

Quanto è importante l’innovazione e la tecnologia per la crescita della qualità della vita?

Non credo ci sia una idea univoca di qualità della vita. Giusto per fare un esempio, una definizione di qualità della vita potrebbe semplicemente essere la somma di:
- Accesso universale alla conoscenza.
- Una filiera cibo/salute dove ci si possa fidare di ciò che ingeriamo.
- Città in cui ci si possa muovere e -al contempo- si possa respirare.
Già per fare queste tre basilari cose, di tecnologia -e di conseguenze culturali che questa rende disponibili- dovremmo adottarne moltissima. Anche perchè, l’alternativa, ovvero il NON adottare delle soluzioni tecnologiche che cambino sostanzialmente la direzione intrapresa, è il collasso del pianeta. Certo, a breve termine ci si può anche ritirare in un casolare in Toscana e non necessitare di nulla altro. Ma non credo che questo fosse il senso della tua domanda.

Mi dai una definizione di creatività?

Spesso il creativo è inteso come “quello a cui vengono le idee” o -peggio- “chi mette il belletto” alle idee altrui. A mio parere: avere la capacità di farsi venire delle idee relativamente ad un contesto preciso e un sistema di vincoli esistente, non necessariamente trasforma una persona in un creativo o un artista. Se penso alla parola artista, mi vengono in mente modelli così alti, che pochi essere umani rientrano nella categoria. Di contro, se penso a creativo, mi vengono in mente i molti gap che -almeno nello stereotipo- si accompagnano alla figura del creativo.
Personalmente non mi ritengo un “creativo” o tanto meno un “artista”. Certo, se usiamo il metro di Richard Florida, appartengo alla Classe Creativa. Ma sono passati molti anni da quando questa definizione fu introdotta e -oggi- mi pare un po’ una generalizzazione: come dire che nell’era industriale eravamo tutti operai. Non mi basta Florida per sentirmi a mio agio con il termine “creativo” e credo farebbe un gran bene al Paese, comprendere cos’è un designer e come può impattare positivamente la vita delle aziende e - nell’insieme- dell’intera economia.
Accidenti, com’è possibile che il potenziale di un approccio alla Olivetti sia oggi oggetto solo di foto in bianco e nero? Se la Apple ha abbastanza cash da pagare in contanti il debito di otto nazioni europee, qualcosa vorrà dire, no? Come possiamo pensare che questo sia solo del “belletto” sacrificabile.

A cosa porterà l'evoluzione della tecnologia e delle applicazioni?

Se parli delle applicazioni mobili, io quello che ci vedo è la tendenza ad avere un ferro sufficientemente potente, connesso e dotato di sensori da consentire al software di plasmarne la materia rendendolo mutante. Ovvero: un “telefono” può trasformarsi in agenda, bussola, mappa, client di posta etc. etc.
Forse dal punto di vista applicativo non sarà un miracolo tecnologico degno di rilievo, ma ragionandoci un po’ sopra viene fuori che: le applicazioni software per smartphone ci stanno abituando ad operare con tools mutanti ed hypernaturali. Mutanti perché cambiano materialmente pelle “skin” e di trasformano in altro. Hypernaturali perché sono così realistici da superare anche gli archetipi a cui fanno riferimento. C’è molto più fantascienza in questi concetti che ci sono oramai consueti che non in una interfaccia alla Minority Report.

La tecnologia, il web possono realmente aiutarci a salvaguardare questo pianeta, non credi che l'entropia sia un fenomeno inarrestabile?

Sono certo che la tecnologia possa essere adeguatamente usata per salvare il pianeta e noi stessi. Certo, questo non vuol dire che saremo sufficientemente saggi da sviluppare le tecnologie nella direzione giusta o che le useremo se disponibili, ma questo è un altro discorso.
L’energia è uno dei principali problemi di un pianeta che ospita un numero crescente di esseri umani, e sappiamo tutti che sulla energia si può fare molto.
Faccio un semplice paragone. L’era del broadcast nelle telecomunicazioni e media, prevedeva una centrale di erogazione del contenuto, una rete di distribuzione proprietaria, e milioni di consumatori. Oggi, pochissimi continuano a difendere questo modello, che è ampiamente superato ed efficentato dalla Rete. In ambito energetico, una produzione distribuita di energia (ognuno con il suo pannello o equivalente) ed una rete di distribuzione peer to peer (simile a ciò che avviene in alcuni ambiti della Rete), sarebbero già sufficienti a cambiare il volto del pianeta. Certo è difficile pensare che le centrali possano sparire e che tutti siano autonomi rispetto alle proprie necessità di consumo, ma non è questo il punto.
Il punto è che il web ci aiuta a comprendere i meccanismi di rete e ci sgancia dal concetto di broadcast, e le tecnologie che man mano vengono adottate per il proprio singolo vantaggio -come un banale pannello fotovoltaico- finiscono per incidere sull’intero sistema. Se a questo aggiungiamo l’abitudine che -ancora una volta il web- ci ha dato rispetto ad avere una “misura del mondo in tempo reale”, allora possiamo renderci conto di quanto possiamo cambiare le cose.
Ti faccio un esempio concreto: nel 2008 -con la WideTag- ho creato SEM, il Social Energy Meter. Si tratta di un sensore che viene posto nel contatore in casa e -da quel momento- non soltanto ti fornisce una misura in tempo reale dei tuoi consumi (quando arriva la bolletta è sempre per definizione troppo tardi), ma soprattutto ti fornisce un benchmark tra i tuoi consumi e una serie di altri utenti che tu hai scelto. La gente del tuo palazzo, la tua città o solo i tuoi amici in facebook. Vedi, una tecnologia del genere, più che sui numeri e sui conti, influisce sulla sfera sociale e comportamentale delle persone e -se è vero che posso non essere motivato dal risparmio di 5euro sulla bolletta- sono motivato dal fatto di essere più o meno virtuoso del mio benchmark.
Le nostre proiezioni, mostravano abbassamenti della parte variabile del consumo di una casa (escluso frigo o riscaldamento) nell’ordine del 30% o più. E’ un impatto così rilevante da poter fare qualche buco in meno in regioni del mondo che invece dovremmo proteggere o forse -persino- qualche guerra in meno.
Purtroppo non sempre siamo culturalmente pronti ad adottare le tecnologie “giuste”. Non abbiamo la tendenza a distribuire la produzione di energia e tanto meno abbiamo un controllo real time dei consumi. Non abbiamo la banda larga mentre abbiamo il digitale terrestre.

Quanto è difficile farsi finanziare una startup in Italia?

L’ho scritto e detto pubblicamente: trovo arrogante e di fatto insostenibile il pensare di poter trovare in un territorio circoscritto e minuscolo come l’Italia, tutto il talento, tutti i fondi, tutto il mercato per far nascere e far sviluppare una impresa. Ergo, sia i talenti, che i finanziamenti, che il mercato devono essere ri-pensati in uno scenario intrensicamente internazionale.
Certo sarebbe facile dire che i nostri venture sembrano davvero improvvisati, squattrinati, e a volte persino colpevolmente incompetenti. Ma sai qual è la verità? Non ha senso esprimere questa problematica come un gioco delle avverse parti. Non importa come siano “loro”, importa SOLO la qualità delle startup. Man mano che gli startupper saranno meno improvvisati, più credibili, e meno colpevolmente incompetenti, vedremo d’incanto che migliorerà l’intera qualità del sistema startup-VC.
Di mio posso dirti che ho fatto tre startup e trovato i soldi per due. La prima, nel 2000, fu facilmente finanziata da un incubator sull’onda dot com. Questa è cresciuta tanto e velocissimamente ed è andata a gambe all’aria con l’11 settembre e la fine della bolla. La seconda, sul finire della crisi, attorno al 2004, fu finanziata da capitali industriali. Questa è cresciuta molto lentamente, ma è ancora lì, continua a crescere e fa qualche milione di fatturato dando serenità a 20 famiglie. La terza, la più visionaria e potenzialmente grande, non ha trovato l’interlocutore adeguato nel capitale di rischio. Paga però anche lo scotto di essere partita a metà 2008 e subito incappata nel mood da disastro economico dei sub-prime. Penso persino che se quel progetto ripartisse oggi, con il valore della borsa tornato sopra i livelli della bolla della cosiddetta “New Economy”, l’esito potrebbe essere diverso. Tanto più che la stessa gente che non capiva il modello economico dietro la Massive Data Collection (espressione che ho coniato per definire le potenzialità SaaS da implementare sopra alla cloud) adesso parla di BIG DATA DRIVEN BUSINESS.
Quindi... NON sono per nulla felice della quantità e qualità degli investimenti di capitale di rischio presenti in Italia, ma non posso certo essere io a dire che sia impossibile trovare del denaro, visto che 2 su 3 delle mie idee sono comunque state finanziate qui. Di contro, vedo la qualità degli startupper che migliora; vedo crescere ogni anno la quantità delle iniziative a supporto di questo mondo; vedo aumentare -sebbene lentamente- la quantità di denaro teoricamente disponibile nei fondi. Voglio essere ottimista: il tipping point potrebbe non essere distante quanto pensiamo!

Di cosa ha bisogno l'Italia per essere competitiva a livello globale?

Abbandonare culturalmente l’era industriale e quella del broadcast, passare all’era della Rete, applicandola in ogni settore attraverso delle startup. Trovo insufficiente e anacronistica ogni azione di governo come ogni manifestazione delle “parti sociali” che non siano tali da mettere la creazione di nuove imprese (e non parlo di partite iva) al primo posto della loro agenda.
Il lavoro a volte si trova ma soprattutto lo si crea. Generare le condizioni culturali ed operative necessarie perchè questa creazione di nuove imprese non sia una follia di pochi eletti, dovrebbe essere il compito principe di ogni attore della nostra economia.
Non dico che bisogna per forza guardare all’America come esempio positivo, ma almeno essere consci dei numeri si. Se gli Stati Uniti fanno oltre il 50% della creazione dei nuovi posti di lavoro con aziende che hanno meno di cinque anni di vita, evidentemente le startup -nel loro complesso- funzionano.

Su che cosa stai lavorando?

La Salute, Gli Oggetti, La Frontiera.
Salute: questa è una industry che si sta affacciando relativamente da poco, ma con forza, al cambiamento del digitale. Un mondo affascinante per l’impatto reale che ha e per lo struggimento delle “agenzie” che sono i principali fornitori di innovazione di questo mondo e che stanno mutando insieme al mutamento dello scenario healthcare. In Publicis Healthware, dove lavoro, In Publicis Healthware, dove lavoro, ho lanciato un magazine che si chiama Geeks of Health e -da pochi giorni- è online un portale video davvero innovativo. Si chiama VIDEUM, Health in any language. Pensare al potenziale dell’applicazione del tipo di innovazione che abbiamo discusso anche qui oggi, al mondo della Salute, è davvero... cool.
Oggetti: con le attività progettuali e di pensiero in merito alla Internet of Things, ed ai criteri di design che bisogna adottare in questa nuova fase. Al TEDx di Bologna ho potuto raccontare questa visione e spero di poterla condividere ed estendere ancora.
Frontiera: Fronties of Interaction 2012, ottava edizione della fortunata conferenza che sta svecchiando il dibattito sulla informazione e sul digitale, e che continua nella sua capacità di anticipare i tempi, separando i semplici “trend” da quei cambiamenti che sono in grado di influenzare -attraverso il business e/o le interazioni- ciò che siamo.
In questo ambito di esplorazione, i videogiochi, la social TV ed il Retail, sono altri mondi nei quali faccio delle scorrerie intellettuali alla ricerca di ispirazione e di modelli interessanti.

Sei President of Frontiers of Interaction, di cosa si tratta?

Ci sono molte ragioni per aver fatto Frontiers! Sarà stato per la volta che volevamo che un amico “guru” venisse a parlare in Italia e non c’era un podio, per cui dovemmo inventarlo. Sarà per la volta che -un decennio fa- andai alla Emerging Technology Conference a San Diego, CA e mi resi conto di essere l’unico italiano presente. Urlai quindi che dovevamo andare in mille, e nel frattempo portai un po’ di eTech con me in Italia. Sarà per la volta che mi addormentai ad una conferenza in università. Sarà per quel talento che non aveva una opportunità di farsi conoscere ed invece la meritava. Frontiers non è facile da incastrare dentro una forma, un aggettivo, una etichetta. Ed al contempo, Frontiers ha già avuto molti meriti:
- ha distrutto le ingessature delle conferenze per come le abbiamo conosciute, rendendo cool e desiderabile tutto un mondo al crocevia tra tecnologia, design e business che prima neanche era consapevole della necessità di doversi incontrare.
- ha contribuito più di ogni altro a costruire un ponte tra Italia e Silicon Valley. Un ponte oggi che è colmo di iniziative e che -in potenza- può contribuire a rimettere in piedi il Paese quanto e più altre lacunose e velleitarie iniziative di governo.
- è stata Wired prima di Wired. Ha chiamato a raccolta i Makers prima che esistesse MAKE. Ha fornito migliaia di opportunità di visibilità, incontro, apprendimento, scambio di conoscenza.
Frontiers è sudore ed emozione. E’ fare sempre un passo avanti ed uscire dalla fila e mettere ogni volta i propri soldi sul tavolo, per quanto rischioso questo possa essere. Ma soprattutto, personalmente, ritengo Frontiers il mio give back. Tutti, per quanto poco si sia ricevuto, dovremmo averne uno.

Compri Libri o ebook?

Gli iBook, soprattutto quelli con la “i” di Apple, sono eccellenti. Davvero imparare con strumenti così è un’opportunità incredibile. Ma il libro fisico, la carta, i dorsi in fila sulle librerie di legno massello, mi trasferiscono qualcosa che nessun trasferimento digitale può dare. Non smetterò mai di acquistare libri di carta.

Cd o mp3?

Il CD è stato una bieca manovra dell’industria musicale per costringere la gente a comprare cose che aveva già. La qualità audio associata al concetto di CD musicale è stata spesso smentita e -comunque- si è estinta nel giro di due decenni, soverchiata da un digitale che va al di là del supporto.
Il jewelbox di plastica è immondizia rispetto alla bellezza del cartonato degli LP. Diciamolo... l’industria musicale non ha fatto nulla di buono per 40anni. Fortuna che Jobs ne ha riscritto le regole. Da quando c’è iTunes io non compro musica in scatola e non scarico nulla di “illegale”. E un giorno, con i miei vecchi LP, ci tappezzerò le pareti del mio studio.

Qual è il tuo motto o massima preferita?

Ricordo che il mio “maestro” al corso di interaction design diceva spesso il punto non è ciò che si può fare, ma ciò che ha senso fare. Questa semplice frase, neanche troppo elegante, traccia una linea di orizzonte che l’approccio tecnologico può dare e -in un balzo- estende e ridicolizza quel confine, andando a progettare un futuro ricco di senso. La frase, è di Marco Susani, ex Direttore del Domus Academy Research Center di Milano e successivamente Vicepresidente di Motorola World Wide.

 

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Leandro Agrò
Luogo: Milano
Foto: Carla Sedini
Web: www.leeander.com

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