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PERIFERIA, DEGRADO E ABUSIVISMO

V’invito a fare dei viaggi semantici su una triade che spesso appare inscindibile nel linguaggio dei media: periferia, degrado e abusivismo. [SALVATORE D'AGOSTINO]

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di Salvatore D'Agostino


Periferia:
Genova, pieno centro storico, via Maddalena, luglio 2008: Il nervosismo dei residenti è sfociato sabato scorso in una rivolta a suon di bottigliate: «Non ne possiamo più di chiasso e degrado». [1]

Padova, area periurbana, via Anelli, agosto 2006: È tutto di acciaio, è lungo 84 metri e alto tre. Per la giunta padovana di centrosinistra «era l’unica soluzione possibile in tempi brevi». Il muro isola dei condomini usati come centrale di spaccio di droga.[2]

Degrado:
Roma, falsi centurioni romani davanti al Colosseo.

Roma, via Cristoforo Colombo, viale Guglielmo Marconi, via Salaria, via Tiburtina e viale Palmiro  Togliatti luoghi che nella notte si trasformano in zone di prostituzione.

Abusivismo:
Agli inizi degli anni ‘80, nel messinese, il mecenate/artista Antonio Presti fa realizzare delle sculture ‘abusive’ da artisti internazionali.

Agrigento, all’interno del parco della valle dei templi, vengono costruite villette abusive. Pratica in uso fino al 2003.

Tre parole che attraverso i media alimentano dissenso sociale, evitando l’analisi delle cause. Parole che spesso diventano manifesto politico.

Riprendiamone i concetti.

Periferia indica la zona esterna della città ed è evidente che non può esistere una città senza un margine.
Centro storico è una definizione che individua aree con una presenza prevalente di edifici antichi o rilevanti storicamente.
Due parole utili che servono a indicare circostanze specifiche ma non a identificare identità sociali, poiché molte aree dei centri storici e non solo quella di Genova indicata all’inizio ma Catania, Bari, Palermo, Milano, Roma vivono con un senso diverso dell’abitare (non consono all’uso comune della parola) spesso al limite della vivibilità.

Degrado. Qual è la giusta definizione di degrado? Io non lo so, poiché penso che tutta l’Italia dell’emulazione storica a misura di turista sia l’aspetto più deleterio e degradante. Invece credo che nei luoghi declassati con l’etichetta del degrado sociale possiamo trovare bellezza.

Abusivismo.  Perché dal nord al sud spesso si preferisce costruire in modo abusivo?
Anche questa volta non ho nessuna risposta ed occorre smontare questo cliché arcitaliano.

AB. Nella sua accezione latina: «indica il luogo o la persona da cui si proviene o ci si allontana o ci si differenzia».

USO. Usare, utilizzare, impiegare, adoperare e così via. Da questa vivisezione otteniamo una nuova parola: A-B USO.

A-B USO. Cioè l’utilizzo di A che si trasforma in B.

Eliminate le nostre tre parole comode da giornalista non ci resta che parlare di territorio e città e di ciò che trasforma l’A (il presente) in B (il presente più prossimo).

Ora poniamoci una domanda: chi programma il territorio e la città?

Per rispondere occorre fare una piccola panoramica storica. Dal 1910 si utilizza una parola trasposta dal francese urbanisme cioè Urbanistica.
Solo all’inizio del Novecento si impose l’esigenza di una scienza legata alla città, poiché la compulsiva espansione delle città, nate con la rivoluzione industriale, portò a trovare delle strategie diverse per sopperire ai disastri sociali e igienici che si erano improvvisamente creati. Da quel momento la città iniziò a essere pianificata, cioè pensata e programmata ad ogni esigenza veniva ridefinito uno spazio funzionale. In questo modo le città vennero ridisegnate in funzione dei nuovi valori tecnologici: lavoro meccanico, auto private, mezzi di trasporto collettivo e economia non più locale.
Questo sistema fu rimesso in discussione nel 1968 poiché le città così generate risultarono classiste: quartieri operai, quartieri per i lavoratori del terziario e un centro storico abitato spesso dagli operatori finanziari. Si avviò la fase edulcorata del moderno ovvero il postmoderno che si affianca alle vicende della post industrializzazione (delocalizzazione e sofisticazione tecnologica).
Un’altra fase di rottura si ha con la caduta del muro di Berlino, nel 1989. Il muro che crolla è quello della città funzionale. In questo periodo ci si accorse che la città divenne un catalizzatore d’informazioni non più leggibile secondo le vecchie tassonomie funzionali.
«Quando l’informazione si sposta alla velocità dei segnali del nostro sistema nervoso - ha scritto Marshall McLuhan - l’uomo non può che considerare antiquate tutte le precedenti forme di accelerazione, come la strada e la ferrovia. Ciò che emerge è un campo totale di consapevolezza. I vecchi schemi dell’adattamento psichico e sociale non contano più nulla». [3]
Ma leggere pedissequamente le esperienze moderne, postmoderne e contemporanee nelle nostre città è un errore. Ogni città contiene una ricchezza variegata di conoscenze, storie e culture legate al territorio che non rispettano le semplificazioni delle correnti ideologiche urbanistiche.
Come dice Marshall McLuhan i vecchi schemi non servono a leggere la città di oggi.
Gli operatori della città (politici, urbanisti e la gente comune) devono munirsi di sensori diversi e non di scienze esatte.
«Come scriverei oggi questo libro? - si è domandato Umberto Eco - Lo dicevo nella prefazione del 1964, fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria di giovedì prossimo. Basta pensare che in quegli anni uscivano inchieste sociologiche sul futuro dei giovani in cui pronosticava una generazione disinteressata della politica, volta a una buona posizione, un matrimonio tranquillo, una casetta e un’utilitaria». [4]

Come leggere la città?

Anche per questa risposta non ho soluzione da prospettarvi, fare una teoria senza tener conto ‘del giovedì prossimo’ sarebbe inutile.
Vi propongo alcuni episodi concreti di architetti, e non solo, che lavorano sulle sfumature e non sugli anatemi dei media.

La Regione Lombardia nel 1996 approva una legge chiamata ‘Recupero ai fini abitativi dei sottotetti esistenti’, in pochi anni i tetti di Milano vengono gonfiati, addobbandoli con cappuccine in stile e spioventi valdostani. In poco tempo muta il paesaggio milanese. [5]
Lo studio Albori chiamato più volte a progettare queste aggiunte, si dissocia dalla tendenza del camuffamento e costruisce dei sopralzi, per quelli che sono, delle semplici aggiunte. Il suolo a disposizione, se pur ad altezza non consueta, diventa una progettazione ex novo, una nuova casa con aree adibite al verde e all’incontro.

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo vive e lavora nel ragusano, nel 2004 è chiamata a ristrutturare una casa unifamiliare in un’area marginale di Ragusa. La preesistenza rispecchiava il linguaggio delle seconde case dei dintorni, villette per le vacanze con tutto il corollario tipico del ‘fai da te’ architettonico. L’architetto siciliano smonta e ricuce sulla struttura in cemento, una casa che non dialoga con l’identità “vacanziera”. Costruisce un mostro edilizio contemporaneo dissociandosi dalle usanze costruttive del luogo.

Nel casertano opera Beniamino Servino, nell’estate di qualche anno fa gli è stato commissionato un ampliamento abusivo di una parte di un edificio, il committente doveva sposarsi e aveva bisogno di altri spazi. In pochi giorni, nel mese di agosto, il lavoro fu finito con lavori totalmente abusivi. L’anno successivo, i fratelli che abitavano nei piani di sopra, avendo apprezzato l’intervento, ampliarono anch’essi i propri appartamenti.
L’architetto disegna la nuova volumetria dimenticandosi del contesto e ridefinendo il concetto di abusivismo della zona.

I Critical Garden sono un gruppo bolognese che va a caccia di aree abbandonate dove costruire dei giardini senza nessuna intermediazione politica. Unico aiuto la gente disposta a prendersi cura, nel tempo, di questi spazi.

La città pianificata senza una lettura costante dei cambiamenti economici, sociali ed edilizi non è più possibile. Se leggiamo le nostre città ci accorgiamo che c’è in atto un A-B USO quotidiano. Non è più possibile programmare quando A diventa B, dove B va inteso come terreno incolto o edificio preesistente.
L’urbanistica non è morta ma ha bisogno, come dice MacLuhan, di munirsi di nuovi codici e, come scrive Eco, di non proporre teorie definitive.
Occorre una nuova visione. Nel 2000 Jimmy Wales e Larry Sanger ebbero un’intuizione: creare una piattaforma telematica dove offrire agli utenti la possibilità di inserire le voci della futura enciclopedia telematica. Nacque Wikipedia, un sito con delle regole precise per inserire i dati ma aperto a qualsiasi contenuto.
La voce inserita da un utente è modificabile da tutti.
L’urbanistica dell’A-B USO di cui vi sto parlando ama questa filosofia, che non inizia nel 2000 con l’invenzione di Wikipedia ma è stata teorizzata da Umberto Eco nel suo libro Opera aperta nel 1962: «L’autore offre insomma al fruitore un’opera da finire: non sa esattamente in qual modo l’opera potrà essere portata a termine, sarà pur sempre la sua opera, non un’altra, e che alla fine del dialogo interpretativo si sarà concretata una forma che è la sua forma, anche se organizzata da un altro in un modo che egli non poteva completamente prevedere: poiché egli in sostanza aveva proposto delle possibilità già razionalmente organizzate, orientate e dotate di esigenze organiche di sviluppo». [6]
Il piano urbanistico A deve poter essere modificato da B, dove B è il prossimo A.
Andare da A a B significa anche che B non rispetta i codici di A come abbiamo visto nei lavori precedenti.
La teoria A, così costruita, ama essere revisionata giovedì prossimo.
Per capire meglio le storie di A-B USO vi suggerisco di andare alla Villa comunale di Sciacca e osservare i giocatori abusivi di bocce, divisi in due squadre di quattro persone di età mista dai 20 ai 70 anni, animano partite emozionanti tra l’asfalto e i bordi delle aiuole. V’invito ad ascoltare i loro incitamenti, sono delle vere e proprie giaculatorie che richiamano il gergo dei pescatori. Tutto avviene di fronte al teatro, mai finito, dell’architetto Giuseppe Samonà, costruito e dimensionato secondo le previsioni del piano urbanistico. Recentemente, pare che si sia costituito un comitato contro il degrado della Villa.
Credetemi, io che ci sono stato, so cosa degrada quell’area e non è certo l’A-B USO dei giocatori di bocce.
Dimenticavo: a chi e a che cosa servono le parole periferia, degrado e abusivismo?


Note:

[1]Raffaele R. Riverso, Maddalena fra degrado e movida ‘Senza sicurezza, qui muore tutto’ La Repubblica, 05 luglio 2008
ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/05/maddalena-fra-degrado-movida-senza-sicurezza-qui.html

[2] Paolo Beltramin, Immigrati e violenze. Padova alza un muro, Corriere della Sera, 10 agosto 2006
www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/08_Agosto/10/padova.shtml

[3] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967

[4] Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1994

[5] LOMBARDIA Legge regionale n. 15 del 15 luglio 1996

[6] Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962

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Commenti  

 
0 # Nadia 2017-10-02 08:24
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