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BREVE VIAGGIO ALL’INTERNO DEL SISTEMA JAZZISTICO ITALIANO

Questo non è un saggio, non è resume del jazz italiano. Si tratta di considerazioni, di fatti che sono sotto gli occhi di tutti. [ALCESTE AYROLDI]

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di Alceste Ayroldi

COME FUNZIONA IL JAZZ ITALIANO?

Sgomberiamo subito il campo da ogni dubbio: questo non è un saggio, non è un documento economico- finanziario- sociale e non è resume del jazz italiano. Si tratta di considerazioni, di fatti che sono sotto gli occhi di tutti. E, proprio perché in bella mostra, ben poco se ne parla, salvo a biascicare qualcosina sui social network più in voga o spiegarli a chiare lettere durante qualche risicata convention e qualche tavola rotonda dalle quali si esce scuotendo la testa e con la sicumera che qualcosa cambierà, senza che ciò accada. Realmente. Trattandosi di un monologo, poi, non vi sono interlocutori ai quali rivolgere tanto imbarazzanti quanto inutili domande oggetto di qualche pubblicazione sbandierata ovunque, con il falso obiettivo di sintetizzare il jazz italiano, ma senza colpo ferire. O meglio, ferendo l’orgoglio di un bel po’ di gente, soprattutto per la malcelata misoginia.
Un primo step (o meglio: una prima domanda autoprodotta) è cosa suona il jazz degli italiani (decisamente più meritorio parlare in questi termini, anziché parlare di “jazz italiano”) e svolazzare tra i nomi dello star system jazzistico. E, per l’effetto (secondo passo) girovagare tra i misconosciuti jazzisti dello Stivale, per riflettere sui motivi del procurato (?)understatement. Come nelle scatole cinesi, di pacco in pacco, si arriva all’amato pubblico: onore e morte della musica afroamericana di matrice italica. Insomma, una sorta di “chi è” del pubblico delle piazze, club, teatri e altri contenitori culturali del territorio e, perché no, guardarsi intorno e vedere chi va a “vedersi il jazz” nel resto dell’Europa che ci teniamo tanto stretta, ma dalla quale siamo lontani – culturalmente – almeno per dieci lustri.
C’è, poi, l’universo promozionale fatto di media, stampa, web, radio, Tv, che fa il paio con uffici stampa, promoter, manager, agenti veri e sedicenti tali che fluttuano attenti nell’universo jazzistico nostrano, tra mille difficoltà e tanti trabocchetti. E nella stessa pasta si ammassano le case discografiche e un mercato asfittico che cerca sbocchi sempre più vivaci, innovativi, con alterne fortune. Poi, croce e delizia, c’è il mondo del live: rassegne, festival, club e altri ameni luoghi dove far ascoltare la propria musica e mettere sul piatto il proprio talento. Quel talento che si plasma (forse?) nelle tante, tantissime scuole di musica che, per la maggior parte, da un po’ di anni hanno ampliato l’offerta formativa aggiungendo ai programmi – per così dire – il jazz e reclutando una bella fetta di musicisti italiani, alcuni dei quali - d’amblé – si sono inventati didatti per far felice una crescente utenza. D’altro canto, ben dicevano gli Aristogatti: “tutti quanti vogliono fare il jazz”, sia da discenti che da docenti. Poi, che la didattica e la pedagogia musicale non si sappia neanche cosa sia e che, in molti casi, l’avventura da “prof.” sia intrapresa da diplomati o “quasi diplomati”(non più laureati, secondo le raccomandazioni del M.I.U.R. che ha assolutamente proibito di parlare di assimilazione alle Università da parte dei Conservatori, riconducendo a diploma il titolo che molti Conservatori appellavano come laurea), non fa nulla. Tanto anche negli austeri Conservatori si può insegnare per titoli artistici, senza avere uno straccio di abilitazione e senza sapere neanche dove stanno di casa i rudimenti della didattica.
E, last but non least, il connubio odi et amo con i soldi che, sempre più scarsi, stanno nelle tasche dello Stato, degli enti territoriali e in quelle più severe degli sponsor privati.

COME E COSA SUONA IL JAZZ DEGLI ITALIANI. IL JAZZ DA TOP LIST E NON SOLO.

“Bollani ha stufato”… “Rava? Ma sì, sempre le solite cose”… ”Però Fresu ha già suonato qui”… “Bosso mi piace, ma l’ho già sentito sei mesi fa”…”Stefano Di Battista? L’ho già sentito a Bergamo”… Frasi del genere se ne sentono a iosa, da gente che dice di voler ascoltare qualcosa di nuovo, ma la si incontra solo e unicamente ai concerti dei già citati e in qualche altra rara occasione, perlopiù popolata da musicisti stranieri, anche quelli, però, rigorosamente à la page. Rare anche queste e, meglio, se gratuite. L’Olimpo italiano sembra chiudersi qui, con qualche altro nome, sempre in bilico, però.
Diamo subito una notizia: gli italiani, oltre i citati, sanno ben suonare il jazz. Lo fanno da tanti anni, da quando orecchiavano lo swing d’oltreoceano e da quando Mirador, al secolo Arturo Agazzi, lo sdoganò meglio in quel di Milano. E il palmarès è consistente e non occorre rinvangare la memoria di chi legge declinandone i nomi. Il tempo è stato galantuomo e il sound che l’Italia del jazz restituisce è ricco di inventiva, policromo e resistente alle mode. La tecnica si è molto affinata e possiamo dire, con vanto, che abbiamo un consistente numero di musicisti d’alto spessore che possono distaccare di parecchie lunghezze anche molti “americani”, di quelli che il blasone lo hanno trovato solo in Italia. Ci sono grandi interpreti e grandi compositori e chi riesce a vestire entrambi gli abiti con grande abilità. Penso a Franco D’Andrea, che con il passare del tempo riesce a moltiplicare le sue forze e la creatività sfornando lavori di particolare bellezza. Saltando ad un altro pianoforte trovo Rita Marcotulli, recente vincitrice del Top Jazz indetto dalla rivista Musica Jazz (migliore musicista). Nome di lusso è anche quello di Roberto Gatto, sempre impegnato in bei progetti, così come quello di Danilo Rea, forse afflitto anche lui dalle retoriche a cui facevo cenno, ma senza ombra di dubbio pianista sopraffino. Senza contar le voci femminili, dalla straordinaria creatività e che possono far rodere di invidia colleghe di ogni nazione, come Maria Pia De Vito, Tiziana Ghiglioni e Barbara Casini. E, ancora, l’estro storico senza confini di Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia, musicisti maiuscoli, inventori di note e accordi impregnati di fascino.
L’elenco sarebbe lungo e manchevole, perché farebbe affidamento alla mia memoria immediata; ad ogni buon conto, non si possono non citare Francesco Bearzatti, Danilo Gallo, Enzo Pietropaoli, Maurizio Giammarco, Flavio Boltro, Aldo Romano - e con questi ultimi due si aprirebbe un discorso legato alla diaspora dei jazzisti italici che coinvolgerebbe anche altri nomi di spessore, come Fabio Morgera e Patrizia Scascitelli, per esempio - , Giorgio Gaslini, che meriterebbe un capitolo a parte per tutto quanto ha fatto per la musica in generale, Gabriele Mirabassi, Dino Betti Van der Nooth, Marco Tamburini, Daniele Scannapieco, Daniele D’Agaro, Rosario Giuliani, Claudio Cojaniz, Pietro Tonolo, Paolino Dalla Porta, Piero Leveratto, Dario Deidda, Eddy Palermo, Antonio Onorato, Salvatore Tranchini, Ettore Fioravanti, Paolo Damiani vero e proprio agitatore culturale, eccellente musicista e didatta di chiara fama, Fabio Zeppetella, Gianluca Petrella, che pur giovane è oramai nella schiera dei “senatori” per appartenenza jazzistica e per il suo essere leader già da qualche tempo, l’ex golden boy Francesco Cafiso, Antonello Salis, Rosario Bonaccorso, Andrea Pozza, Massimo Manzi, Massimo Moricone, Andrea Ayassot, Enrico Intra che meriterebbe una menzione speciale e, soprattutto, meriterebbe una più giusta attenzione da parte di critici e scrittori, anche per il suo vissuto oltre che per la sua musica; Giovanni Tommaso, Bruno Tommaso (entrambi depositari di un sapere impagabile), Dado Moroni (che furoreggia negli States, tra l’altro), Stefano Battaglia (che incide per l’Ecm), Massimo Barbiero e la sua incredibile creatività, tutto il collettivo de El Gallo Rojo che rappresenta una bellissima esperienza, tipica dei paesi civili e culturalmente avanzati, con l’unico, enorme gap di trovarsi in Italia. E’ solo un modo per citarne alcuni e già mi scuso per le immancabili omissioni dovute a tanti fattori. Tutti jazzisti di vaglia, che hanno saputo – e sanno – costruire splendide vele issate a gran fatica nella burrasca del mare jazzistico nostrano e hanno prestato le loro musicali grazie anche in versanti pop oriented, con ottimi risultati.
Poi vi è una ricca nidiata di giovani particolarmente scintillanti (tenendo conto che l’assetto generazionale ha subito modifiche consistenti e, quindi, anche dal punto di vista semantico, la parola “giovani” è migrata verso altre anagrafi) e che devono sgomitare per potersi conquistare la scena. Tanti e bravi sul serio, senza scimmiottare i big del passato. E questa, in verità, sarebbe una nota dolente: chi cerca di affidarsi ai Numi del passato, evocandoli, imitandone tecnica e suono, sbaglia di grosso. E’ vero che la storia non va dimenticata (in verità, ancor prima, andrebbe studiata, aspetto che non tutti i giovani jazzisti curano in particolar misura), ma neanche presa con la carta carbone. La realtà in cui si affanna questa generazione di artisti è poco confortante: apparire in un cartellone di un festival italiano, di una rassegna è un’impresa ardua e, allorché riuscita, avviene con sforzi economici – da parte dei musicisti – ai confini della riduzione in schiavitù. Molto più comodo, più appagante (in ogni senso) per l’organizzatore chiamare il “pifferaio magico” di turno e riempirsi la pancia ben bene. Ma vedremo che, in fondo, non è colpa del direttore artistico o dell’associazione-ente che organizza. Il problema risiede a monte, anzi alla montagna. Il doversi arrovellare il cervello, lambiccarsi nel trovare soluzioni plausibili per varie tipologie di rassegne che fanno proliferare tributi e omaggi a chiunque, anche a icone del soul (quando va bene) e del pop, o intrepide e sommarie avventure in emisferi “etnici” che si avverte – al primo udito – essere lidi musicalmente sconosciuti da chi li suona, determina uno stato di prostrazione della creatività del musicista. Il giovane (e anche quello più attempato) dedica del tempo a questioni artistiche che, magari, avrebbe disdegnato oppure avrebbe suonato diversamente e, con certezza, sclerotizza il suo iniziale estro e impiastriccia il divenire della sua tecnica scolorendone l’originalità.
E’ difficile suonare per tutta questa schiera di ottimi jazzisti italiani, per alcuni di più, per altri meno. Questo è un dato di fatto concreto. E, così, si corre ai ripari inventandosi “ospitate” più o meno sentite, di altrettanti più o meno noti musicisti d’oltremanica o d’oltralpe. Le guests, tanto per intenderci, o meglio lo specchietto per le allodole, che veicolano il trio o quartetto di turno all’interno del sistema jazzistico italico e che consentono di suonare lì dove quel combo – con le proprie gambe, ma senza colpa – non avrebbe mai avuto accesso. In molti casi l’ospite è parte integrante del progetto e la musica si fa interessante, ma in altre circostanze l’apparentamento è posticcio, fatto di standard più o meno famosi che nulla aggiungono e nulla sottraggono.
Last but not least, lo star system jazzistico da qualche tempo si è aperto ad altre “accattivanti” soluzioni, diventando una bella zuppa dove bagnano il biscotto anche validi cantanti poppettari, momentaneamente caduti in disuso, che si esibiscono al fianco di bravi jazzisti che s’addomesticano a timbri e cadenze non sempre swinganti. Esperienze che, purtroppo tocca dirlo, soddisfano le tasche degli organizzatori, sempre in affanno e sempre più esigue. Almeno la maggior parte.

IL PUBBLICO DEL JAZZ

E veniamo al nodo principale, cioè alla montagna a cui facevo cenno, che non quello che lega artisti e organizzatori, bensì pubblico e artisti e, di conseguenza, pubblico e organizzatori. Cosa ci dicono le statistiche? Che il pubblico è imprevedibile (bella scoperta, direte voi) e, comunque, la maggior parte segue due vie: quella massmediatica e quella economica. La prima fazione è illanguidita dalla “cattiva maestra” Tv e segue, anche a caro prezzo, i concerti di musicisti che sono sulla cresta dell’onda per aver calcato le scene sanremesi o essere passati dal programma cult (o meno cult) di turno. Insomma, valgono più una manciata di minuti tra lo sberluccicare delle luci del festival nazionale che trent’anni di onorata carriera, sacrifici e studi. Poi, c’è l’aspetto economico che, vista la cura Monti, oggi ci fa sempre più grave e greve e, quindi, occhio al fee, ticket, consumazione e/o altro d’ingresso. Teniamo a mente una cosa, comunque: gli organizzatori non sono istituti di beneficienza e, tra l’altro, oggi come oggi, in buona parte cercano di sopravvivere tra mille difficoltà. E, spesso, il pubblico si lamenta dei prezzi troppo alti che, però, derivano anche dai cachet. Forse, in tal senso, si dovrebbe trovare un accomodamento e cercare soluzioni condivisibili tra artisti, management e organizzatori. In misura purtroppo minore, vi è il pubblico “di nicchia”, quello che segue con passione il jazz e le sue evoluzioni, che apprezza le novità e “sfida la sorte” anche in appuntamenti al buio, magari – poi – scoprendo dei talenti.
Una cosa sembra certa e che accomuna diverse realtà anche geograficamente distanti: si fatica a far conoscere le novità, si fatica a far apprezzare il jazz suonato dagli italiani, ci si scioglie di più se nel cartellone fa bella mostra un nome angloamericano o esotico, che fa molto cool, anche se privo di sostanza. E, in tal senso, si potrebbero fare esempi ai confini del ridicolo, con “personaggi” che hanno militanze oscure, del tipo: “è il fratello del cugino cognato del batterista di Miles Davis…” (boutade presa in prestito dalla frase di Nino Manfredi nel meraviglioso “Operazione San Gennaro”). Nel resto d’Europa le cose stanno diversamente, tant’è che fin troppo spesso alcuni nostri valenti conterranei finiscono nelle programmazioni di bei festival e interessanti rassegne francesi, tedesche, finlandesi, inglesi, norvegesi e rimangono al palo nella propria terra. Nemo profeta in patria? Sarà vero, ma pare piuttosto strano: se un musicista è bravo e interessante lo dovrebbe essere ovunque. Fatto sta che bisogna fare i conti con questo fenomeno, con il pubblico che è l’anima di tutto. La domanda nasce spontanea (come avrebbe detto l’ottimo Antonio Lubrano): perché l’europea gente non italica affolla i contenitori culturali dalle programmazioni più disparate e i nostri connazionali sono tanto avari con le novità? Cattiva informazione? Cattiva predisposizione culturale? Crisi economica generale? Be’ quest’ultima non è considerabile, perché ciò accadeva anche nei tempi in cui le vacche erano più grasse; certo, ora che sono macilente e malnutrite la situazione è peggiorata. Ma, strano a dirsi, si fatica a riempire il parterre anche con ingresso libero. Strano, ma vero. Poi, chi dovrebbe dare il buon esempio (i musicisti, intendo) perlopiù disertano i concerti e fanno orecchie da mercante agli inviti, anche degli stessi colleghi. Gelosia? Guarda caso, in concomitanza vi è sempre un altro spettacolo che li coinvolge…absit iniuria verbis.
Il segmento in esame, poi, è affetto da un’altra malattia: il concerto di scambio. Il musicista che veste gli abiti del direttore artistico, finisce un po’ come il candidato di una lista civica che diventa deputato: dopo un po’ si lascia travolgere dal sistema. Il fil rouge diventa: “tu vieni da me, io vengo da te” e, quindi, una consistente legione di musicisti che assumono le vesti (che peraltro sarebbero ben indossate, viste le competenze) di art director di rassegne, club, festival, manifestazioni di piazza, bar, ristoranti etc.etc., alcuni anche facendone un proprio feudo, con tanto di corte al seguito, e ai confini dell’aggiotaggio. E tutto ciò, di certo, inquina l’aria. Un malcostume che esiste anche nella musica classica, come scritto nel pungente e significativo articolo di Luca Pavanel sulle pagine de Il Corriere Musicale (14 aprile 2012) che, argutamente, parla di “direttori artistici scambisti”. Per assurdo, il mondo musicale non toccato da questo fenomeno (oppure non i modo così smaccato) è proprio quello più “volgare”(uso questo termine per chi ha la puzza sotto il naso): quello del pop, del rock che tiene lontano i musicisti da un incarico delicato, che abbisognerebbe di maggiore oggettività nel giudicare e nello scegliere.

MASSMEDIATICAMENTE CONFUSI

Dei mass media si è già fatto cenno, soprattutto con riguardo a quei programmi nazional-popolari che sospingono alcuni e, dall’altra parte, involontariamente, affossano altri e affettano il jazz. Diciamola tutta: la Tv italiana del jazz se ne frega! Se lo fa vedere, è solo in orari da vampiri e, per giunta, puntando le luci sugli stranieri o i soliti noti. Per il resto, le programmazioni radiofoniche che prevedono programmi jazz sono nello stesso numero delle tigri, cioè in via d’estinzione. E quelli che parlano dei jazzisti italiani sono ancor più rari e rarefatti. Il web dà sicuramente una mano in più, però bisogna sapersi muovere nella giungla dei portali, delle webzines e dei blog. Occorre tenere in conto una cosa, però, chi segue il jazz non è proprio un adolescente che ha tempo da consumare tra video, video interviste, navigazioni non sempre lineari, file audio da scaricare con lentezza. Un gioco che viene ripetuto nei social network, dove vengono postati dei video, gli “amici” cliccano “mi piace” e solo il 2-3% ha effettivamente visto o sentito qualcosa. Proliferano le radio-web tutte jazz, ma quante sono realmente seguite e quante promuovono il prodotto italiano nella maniera adeguata? Un caso a parte sono le gloriose trasmissioni di Radio Rai 3 Suite, con Pino Saulo in testa, profondo conoscitore della musica in generale, che fa da araldo nella propaganda del jazz non lustro, al quale fa eco il programma curato da Stefano Roffi, “La Stanza della Musica”, che ha un sentito occhio di riguardo per gli esordienti. Una mano d’aiuto arriva anche dagli uffici stampa, sempre competenti (quasi tutti, ma ci sono le eccezioni) che danno notizia dei propri artisti, lanciano i dischi, promuovono i concerti e fungono da supporto anche ai management, molti dei quali troppo presi dai nomi “da cassetta” e poco attenti alla scena musicale.

“IL CANE SI MORDE LA CODA”: DISCHI; JAZZ CLUB; FESTIVAL E RASSEGNE.

E così “il cane si morde la coda”: il pubblico si lascia ammaliare dai soliti, i manager vogliono i soliti, i media danno voce ai soliti, i libri danno voce ai soliti (in alcuni casi sono più territoriali e, per l’effetto, poco veritieri e incisivi), gli uffici stampa fanno il possibile, ma non tutti i musicisti possono permettersene uno. Quindi, la processione torna al punto di partenza. E riparte dai dischi, dalle case discografiche che sgomitano in uno stagno, senza riuscire a sollevare neanche l’acqua. Svolgono un lavoro eccellente, per amor del cielo, ma anche loro hanno da fare i conti, quelli economici che sembrano sempre stridere con l’arte. Ma esistono e sono fondamentali. Parlare della crisi del mercato discografico sarebbe pleonastico, certo è che proprio questa ha portato alcune etichette (sottolineo: non tutte) verso la decisione estrema (?) di pubblicare i dischi dietro pagamento effettuato dall’artista che, poi, dovrà venderseli nei concerti. Il punto è: se il jazzista suona con il contagocce, come farà a vendere i dischi che si è profumatamente pagati? Punto e a capo, quindi. Da qualche tempo, chi ne ha le possibilità, è migrato anche nella produzione discografica, affacciandosi con successo in altre zone d’Europa e in Giappone. Proprio il paese del Sol Levante è particolarmente interessato al jazz degli italiani e fa venire il buon umore a molti jazzisti, consolandoli per le tante pene subite in Italia.
Eppure in Italia vi sono parecchi jazz club, più o meno blasonati. Nel recente passato ve ne erano di più, molti hanno abbassato le saracinesche per motivi vari, soprattutto economici; altri hanno dovuto tirare un po’ i remi in barca, assottigliando le programmazioni, sempre per gli stessi motivi economici. Anche perché ben pochi possono vantare aiuti, privati o pubblici, che consentano loro una dignitosa esistenza. Molti di questi club danno la possibilità ai jazzisti italiani di mettere in mostra le loro indubbie capacità. Le soluzioni, però, sono varie: dal cosiddetto gettone, compreso del “piatto del musicista” (diverso dal piatto del giorno, badate bene); altri vanno “a tappo”, come si usava con le entreneuse dei tempi andati (oggi il tappo delle escort è bello tondo e schiuma dollaroni) e, quindi, il cachet è legato al numero dei paganti; altri ancora pongono un’assurda condizione: “se ti faccio suonare, quanta gente mi porti?” che richiede buone capacità persuasive del musicista e/o una nutrita schiera di fedelissimi pronti ad ogni battaglia. E, infine, i club che fanno i “jazz club” e ragionano nei giusti termini: mi piace il tuo progetto, quanto costa? E, naturalmente, si cerca un’intesa monetaria diretta a soddisfare entrambe le parti. Da ultimo, vi è la categoria dei club che praticano la facile via segnata dal pubblico e puntano ad incassare denaro, senza guardare in faccia nessuno.
Per i festival, le rassegne e altre manifestazioni l’andazzo è un po’ diverso, perché in qualche misura (in molti casi veramente esigua) intervengono gli enti territoriali e gli sponsor privati. I secondi convinti dalla bontà del progetto, se ben presentato, o da altri rapporti interpersonali con chi organizza. I primi, invece, procedono per bandi pubblici all’assegnazione di somme di denaro. Ora, addentrarsi in questa selva oscura potrebbe essere pericoloso, perché vi sono realtà differenti e comportamenti disparati. C’è chi preferisce parcellizzare il denaro facendolo piovere un po’ ovunque, chi valuta con accuratezza i progetti presentati e ne premia solo alcuni, chi procede per sumpateia politica, affinità elettiva, amicali rapporti e quant’altro. Fatto sta che, almeno durante la sbornia estiva festivaliera, qualcosa si muove, anche se i cartelloni – fin troppo spesso – mostrano le stesse facce, in alcuni casi con differenti progetti, più di sovente in una sorta di giro di giostra che dura novanta giorni e che vede, in piazze distanti solo pochi chilometri, gli stessi volti e le stesse note, stanche e sudate. Sono pochi i coraggiosi e sono soprattutto al Centro-Nord, i temerari del Sud- Italia sono rimasti in pochissimi, altri sono morti strada facendo sotto i colpi della bossa nova da spiaggia, delle gambe lunghe e tornite di ballerine da strapazzo, sotto i decolté di alcune vocalist à la page e dalla voce smiagolante, sotto la frenesia dell’elettronica e i concerti di alcuni mammut del rock (o pseudo tale). Così, terminati i soldi chi intende fare un po’ di cultura, promuovere il prodotto jazzistico italiano nella propria cinta urbana è costretto ad arrangiarsi, con i musicisti al fianco che, in alcuni casi, sono disponibili al sacrificio. Nella maggior parte dei casi, invece, si demorde. Tocca dire, purtroppo, che negli uffici degli enti territoriali elargitori di pubblico denaro, sono pochi coloro i quali sanno di cosa si stia parlando (in genere della cultura, quella vera), perché i più riconoscono chi – guarda caso – è ben in mostra in Tv, disconoscendo gli altri (e non sia mai che venga in mente di scavare un po’ nel passato di un jazzista il cui nome suoni come quello di Carneade!). Poi, soprattutto l’estate, devono fioccare i nomi che contano, quelli del jet set jazzistico internazionale: Corea, Jarrett, Metheny, per esempio, che fanno il solito giro d’onore, incassano un bel po’ di denaro e tornano a casa felici e contenti. Consolano, comunque, alcuni programmi di alcune città che guardano oltre, che danno fiducia, con direttori artistici attenti e altamente professionali, seri e temerari, corroborati da amministratori locali ardimentosi e sponsor lungimiranti. Esistono, anche in Italia: sono pochi, pochissimi e sono una speranza.

A SCUOLA DI JAZZ

La stessa Dea che accende i lumi dei giovani ansiosi di imparare il jazz e frequentano i corsi delle più accreditate scuole e istituzioni italiane, o si recano speranzosi nei Conservatori aperti alla musica afroamericana (quasi tutti oramai lo sono), un tempo roccaforti della musica eurocolta. Le scuole di musica, quelle serie, sono poche e sono strutturate in maniera tale da fornire ai discenti tutti gli strumenti idonei per affrontare da professionisti la navigazione tra i flutti tempestosi della musica. La Fondazione Siena Jazz presieduta con abnegazione, amore e pervicacia da Franco Caroni e che, dopo anni di lotte con il Ministero competente può oggi fregiarsi del titolo pubblico di “University”, i Civici Corsi di Milano retti da Maurizio Franco, luminare del jazz e straordinario comunicatore di saperi e di storia, unitamente a Enrico Intra, che non abbisogna di elogi e presentazioni; il Saint Louis College di Roma, guidato con maestria da Stefano Mastruzzi e divenuto un punto di riferimento nel panorama didattico – musicale europeo.
Seguono un gran numero di istituzioni che hanno un bel curriculum e che, soprattutto, lavorano nel rispetto di programmi e regole, cosa non sempre seguita anche dai seriosi Conservatori. La Penisola ne è piena e farne un elenco non servirebbe a molto, purtroppo a chi lavora con serietà si contrappone anche un consistente stuolo di avventurieri, che annacquano il mercato, spacciandosi per scuola, mentre svolgono solo e unicamente lezioni private di strumento.

EPPUR ESISTE, EPPUR SI MUOVE.

Il jazz system italiano c’è, con le sue manchevolezze, con i suoi fraintendimenti e con le sue storie necessariamente legate alla politica e all’evoluzione dei tempi. Gli italiani il jazz lo sanno fare, alla pari di tanti altri e, alcune volte, anche meglio. Le case discografiche si danno un gran da fare, i manager altrettanto, così come gli uffici stampa, invece il mondo mediatico legato al jazz si muove ancora con il respiro grosso, mentre il web si scatena, forse anche troppo. Saltuariamente se ne parla su qualche rivista, inserto di qualche quotidiano, spesso per fare cenno, però, ai soliti noti italiani o stranieri. Un punto fermo sono le poche riviste specializzate: Musica Jazz e Jazzit, alle quali in passato se ne affiancavano altre che hanno dovuto gettare la spugna. Troppo poco per dare voce ad una musica ancora nascosta, bistrattata, ritenuta difficile dai più, snobbata o trattata con aria di sufficienza dagli amanti della musica classica. Eccoci quindi di fronte a un sistema piuttosto articolato e, per ogni settore, ben armato. Sarebbe bello far funzionare i vari componenti come un meccanismo, coordinare alcune attività, unire gli sforzi per poter raggiungere dei risultati condivisi da tutti, anche economicamente. Sfoderare le spade non per incrociarle in una guerra fratricida, ma per convincere le istituzioni (che spesso non hanno neanche contezza del jazz, salvo pensare allo swingettino da balera), i privati e anche il pubblico che il jazz fatto dagli italiani esiste, è di buona fattura, ricco di creatività, che esistono ottime scuole, ottimi management, eccellenti uffici stampa e valenti organizzatori e che tutto questo – sembrerà strano dirlo di questi tempi – può creare posti di lavoro, rendere felice anche economicamente un bel po’ di gente, creare cultura vera ed essere esportato all’estero. A bocce ferme, questo scenario potrebbe sembrare l’iperuranio platonico. Ma siamo sicuri che ciò non sia possibile?

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Commenti  

 
0 # 2012-07-29 09:45
Credo molto nel jazz e ho da qualche anno un agenzia di intermediazione di artisti jazz tra cui Paolo Damiani Rita Marcotulli Danilo Rea e altri.......Vivo a Cosenza(Calabri a) dove l'influenza di 31 anni di Roccella jazz e di Paolo Damiani ,direttore artistico è inevitabile (per fortuna!!!!) è il secondo argomento che trattano i giornali dopo la 'ndrangheta......si può fare quindi e l'esempio è proprio Roccella jazz che è un evento nato solo dalla voglia di fare cultura. Le grosse difficoltà non mancano..........ma se ami ciò che fai, vai avanti e la cultura è un credo ma non confondiamoci non è per tutti così
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