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SCOPRI IL PERSONAGGIO

Lui era uno di quei pochi che hanno, come diceva Savinio, il diritto di praticare il cattivo gusto. [ALAN JONES]

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di Alan Jones
Traduzione di Friederike Schaefer


Lo conoscevi di persona? Chi lo conosceva veramente di persona. Forse sua madre. Forse no. Conoscere qualcuno non significa sempre conoscerlo davvero, soprattutto se rimasto sconosciuto a se stesso. Il fabbricatore di specchi non necessariamente tende alla riflessione. Cosa c’era, dopo tutto, da conoscere? Solitudine e angoscia della solitudine, vuoto e orrore del vuoto, immobilità nel tempo e nello spazio. Personalmente impersonale. Se Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America, lui scopriva la dimensione non esplorata della banalità, dove colonizzatori ancora oggi continuano a radunarsi, un salto nel nulla, una vera miniera di vacuità. Il suo aspetto fisico fu un doppio negativo, una non-presenza, un forte concentrato di non-essenza. A disagio in compagnia degli altri ma restio a stare solo, sofferente di agorafobia, continuamente impegnato a lavorare con la mente. Sveglio ma fermo, come un animale ferito. Solo testa e occhi che si muovono, a volte un accenno di un sorriso che trapela sul viso pallido, un gesto al rallentatore delle mani, gomiti attaccati al corpo. Era impossibile immaginarlo correre nemmeno per prendere l’autobus, figuriamoci ballare o nuotare, sciare o guidare la macchina. Il torso corazzato da una catasta antiproiettile di riviste che portava per tenere lontano chi si avvicinava troppo: dare una copia dell’ultimo numero gli dava tempo per scappare via. Una volta chiese ad una sua impiegata che tornava dal pranzo: chi stavi baciando? L’aveva guardata dalla finestra del suo ufficio con vista su Union Square. Idolatra del contemporaneo, tutto ciò che succedeva intorno a lui, soprattutto pettegolezzi, era la sua mitologia immediata. Sempre le stesse domande: cosa hai fatto ieri sera, com’era, chi c’era, che hai fatto dopo? Anche lui c’è stato, la stessa sera, da un’altra parte, da nessuna parte, da ogni parte. Dicevano che sarebbe andato pure all’apertura di una busta. Sembrava sempre andare da qualche parte senza mai muoversi. Ma dove? Aveva concluso che non esisteva nessuna parte dove andare. Durante le feste non si sapeva mai se lui sarebbe venuto o no; ciò che importava era che sarebbe potuto arrivare da un minuto all’altro. Apparteneva alla razza di coloro che non sono mai stati giovani. Come tanti che non amano se stessi, lui amava il mondo più di quanto meritasse. Il cinismo gli era estraneo, perché coltivava la sua ingenuità grazie alla saggezza paesana della madre. Non rinunciava mai alla propria innocenza, diceva il suo amico Robert Rauschenberg. I suoi collaboratori sapevano che se lasciavano sul tavolo una rivista sulle corse di cavalli o sulle barche a vela, una brochure immobiliare o un menu di takeaway cinese, sarebbe sparito se lui fosse passato. Come la gazza ladra che ruba oggetti brillanti per nessun motivo, per accumularli in un buco di un albero. Cosa c’era in fondo a questa curiosità insaziabile, questo ardente istinto d’acquisto? Il ricordo di un infanzia mancata come del nipotino che rimpinza la valigia con i tramezzini a casa della zia? O gli anziani che collezionano lo spago o accumulano dieci anni di giornali in camera loro? Capsule del tempo. Ma anche l’istinto di protezione, del nido, come il grasso e feltro di Joseph Beuys. L’uniforme con solo le più piccole variazioni sulla conformità: giacca blu marino, camicia bianca con cravatta, blue jeans. Lo scopo era di passare inosservato. Un pomeriggio stava stranamente solo sul marciapiede mentre la parata del Giorno di Colombo scendeva la Quinta, lui che non usciva mai senza compagnia. Due vecchi hippy erano gli unici a riconoscerlo. Dietro di lui, la strada dei mercanti di diamanti. Come tutte le città antiche, New York si divide in quartieri, il quartiere dei fiori, il quartiere delle pellicce, il quartiere delle lampade, il quartiere dei libri, il quartiere delle finanze. Era andato per coltivare il suo vizio preferito per i gioielli antichi? Oppure per informarsi sulla polvere dei diamanti che usava nei suoi dipinti? Il suo posto di lavoro era leggendario come un intreccio di bohème e alta società, di star vere e di ambigui fasulli. Era emblematico che lavorava in un ufficio, come Rauschenberg in un ex-orfanotrofio, e Jasper Johns in una banca blindata. La sua impresa somigliava più ad un’agenzia di pubblicità che ad uno studio di un artista, oppure ad un palazzo rinascimentale dove lui era il buffone di corte ma anche il principe regnante, un principe altamente improbabile, senza armatura brillante, senza cavallo bianco. Il palazzo era pieno di cortigiani, e da lontano venivano gli ambasciatori. All’entrata c’era una donna piuttosto sciatta, con due cani Fama e Fortuna ai suoi piedi, mentre cuciva delle pantofole rispondeva ai telefoni. Star di tanti film del suo datore di lavoro, era una leggenda per conto suo, una di quel pantheon di mostri sacri che vagavano nel fosco labirinto della città. Apparteneva a quella razza insolita conosciuta come Superstars, coloro che, come i centauri e i gladiatori, sono ormai estinti. Il loro mestiere era di non fare nient’altro che esistere, manifestare la loro presenza. Bastava esserci, in quel posto e in quel momento, per essere famoso, e essere famoso era l’unica cosa che contava, essere famoso per quindici minuti. Fotogenico? In modo spesso improbabile. Nessuna esperienza necessaria. Nessun compenso. Nessuna pensione. Fama anonima, anonimità famosa. Famoso voleva dire essere conosciuto dal primo nome: Brigid, Edie, Candy, Jackie, Holly, Viva, Taylor, Rene, proprio come a Hollywood di cui questo mondo era una parodia a bassi costi. Fama fai-da-te incarnata da una banda di travestiti ed estrosi fatti di amfetamina. Lui aveva fatto coincidere un appuntamento con l’arrivo quotidiano della sua allenatrice personale. Arrivando sopra allo studio c’erano dei dipinti serigrafici appoggiati contro il muro. Era come entrare nella presenza di un benevolente ma vagamente sinistro Caligola: non era una persona qualunque. Teneva un manubrio di metallo in ogni mano e continuava i suoi esercizi con l’aria svogliata, alzando prima un braccio poi l’altro, inspirando poi espirando. Amava stuzzicare la gente, con un senso dell’umorismo tutto suo, non dissimile a quello di Picabia o Duchamp: altamente serio senza prendersi mai sul serio. Arte, che cos’è, gli è stato chiesto una volta. Non lo so… il sopranome di Arturo? L’idiot savant non è per niente imbecille. All’improvviso anche il visitatore si trova con due manubri in mano, per fare esercizi tutti e due durante l’intervista. Uh… ho dimenticato su cosa dovevamo parlare. Televisione? Già… ma non sapevo che avresti portato un registratore. Va bene… Lui che non andava da nessuna parte senza registratore. Hmm… la televisione è stampa mobile. La video art ? Video art è meglio. È arte… L’intervista sembrava un fiasco totale. Però appena trascritta su carta era perfetta, lettera per lettera: aveva progettato come sarebbe apparsa sulla pagina stampata. Anni di pratica avevano consegnato a lui la capacità di visualizzare risultati finali, e niente sfuggiva alla sua attenzione per il dettaglio. Era l’unico tra i suoi contemporanei ad aver lavorato, e con grande successo, nel campo della persuasione visiva commerciale di cui si nutriva la nuova estetica. Perché aggiungi un goccio di nero nel tuo pigmento? Ravviva il colore, mormorava. Doveva fare un programma mensile per MTV, quindi si sottoponeva con riluttanza a un prova. Seduto davanti alla videocamera, non si muoveva più. Solo gli occhi circolavano nel senso orario: dall’alto sinistro all’alto destro, poi dal basso destro al basso sinistro, tracciando un quadrato invisibile con gli occhi. Cosa stai facendo, chiedeva il direttore video. Sto misurando gli angoli dello schermo, come si vedrà a casa. Ripetizione interminabile dell’immagine statica, la riduzione all’assurdità della stessa cosa rifatta senza fine come una scena d’amore di un vecchio film culmina in un bacio, soltanto prolungato in un primo piano di cinquanta minuti sullo schermo. Avrebbe amato molto Telemarketing. Avrebbe detto: caspita, è questo che dobbiamo fare noi. Metà scherzando, metà sul serio. L’ultima volta che l’ho visto stava da solo nel foyer di un palazzo su Park Avenue sotto una fila di candelabri, accanto a lui il fotografo Chris Makos. Facevano finta di essere paparazzi. Click. State andando alla festa, chiedeva. Dove siete stati? Com’era? Chi c’era? Click. Stasera stiamo lavorando… Qui era il bello: la persona più famosa tra gli invitati rimaneva sotto come un fotografaccio del New York Post. Una scelta imbarazzante: rimanere nell’entrata oppure salire alla festa della Principessa di Grecia in onore del pittore James Brown. Click. Un’altra foto arbitraria scattata dal fianco, mai portando la macchina all’occhio. La situazione faceva ridere, lui da solo nel foyer, trattenendo la gente che cercava di andare alla festa. Finalmente indicava l’altra parte della hall. L’ascensore è lì, diceva. Furono le ultime parole che gli ho sentito dire. Mi chiedo se si pentono di aver disperso tutte queste scatole di biscotti all’asta. Starebbero bene fila dopo fila, come i box di Donald Judd o i cavalli sulla spiaggia di Giorgio De Chirico. Forse lui pensava che tutta la robaccia del mondo potrebbe essere eventualmente risistemata per poi diventare arte. Non si trattava mai di celebrare il kitsch, ma della sua redenzione. Lui era uno di quei pochi che hanno, come diceva Savinio, il diritto di praticare il cattivo gusto. Fu l’ultimo mago stoico. Dopo la sua morte fecero un Timbro d’Autenticità di gomma per tutti i lavori non firmati. Soltanto che hanno sbagliato lo spelling della parola Autenticità. Fu perfetto: lui che amava gli errori tipografici, perché gli ricordavano sua madre, e la sua rivista ne era sempre piena. La messa celebrata in sua memoria nella cattedrale di St. Patrick era veramente grandiosa. Ero seduto dietro a Rachel Welch che non smetteva di fare il solletico al suo giovane compagno. Dopo ci fu una festa, un fiume di champagne Crystal. Tutti erano lì. Sotto shock. Fu una festa favolosa. Gli sarebbe piaciuta.

SOLUZIONE:
Andrew Warhola, artista americano (6 agosto 1929 – 22 febbraio 1987)

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Commenti  

 
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