Mi ero preoccupato. Pensavo di aver perso i miei fogli volanti. Ho preso appunti per un’ora, durante tutto il pranzo. Si lo so, qualcuno penserà: “cavolo un’ora seduto a pranzare.. e poi a Milano!! Ma questo tizio ha proprio tempo da perdere”. Posso capirvi, ma dovete considerare diverse cose: la mia area di provenienza è quella meridiana, mi piace gustare il cibo e adoro l’ottima compagnia.
C’è un posto a Milano che io amo, entrando mi sento bene e considerate che non è facile avere questa sensazione. È un ristorante ebraico, Re Salomone. Io adoro il cibo ebraico ed in genere mediorientale, amo la cultura ebraica pur essendo di formazione cattolica e un agnostico per convinzione e diletto. Insomma, tutte le volte che varco quella soglia mi perdo totalmente, e lo dico letteralmente. Alcune volte non riesco a capire se mi trovo a Parigi, a New York a Milano o a Gerusalemme. Che sensazioni splendide! Inglese, italiano, francese e ebraico si accavallano, si mischiano, si fondono. Qualcuno penserà che sia effetto della globalizzazione, io credo più semplicisticamente che sia l’effetto della diaspora. Ma lasciamo stare questi discorsi, il terreno potrebbe diventare veramente scivoloso.
Veniamo a noi. Quello che non mi faccio mai mancare andando da Re Salomone è un’ottima bottiglia di Barkan, un’equilibratissimo shiraz prodotto a Dan in Israele, mi aiuta a mandare giù i falàfel, polpette di ceci fritte che proprio leggere non sono. Ma in realtà l’inizio è molto più ricco, questa volta ho deciso di prendere diversi assaggi della tradizione ebraica e mediorientale. I sigari del Sinai fatti con pasta sfoglia e carne trita piccante e i brik di patate assolutamente deliziosi. Il tutto accompagnato da un humus di salse varie fatte con passate di ceci, sesamo e melanzane. Lo shiraz è il mio fido compagno, mi aiuta in questa esplorazione culinaria fatta con curiosità e coraggio. Ecco, finalmente arriva il mio cous cous vegetariano, assolutamente delicatissimo, e poi mangiarlo mi ricorda delle cene fatte un decennio fa con Khaled, un mio grande amico tunisino che preparava un cous cous tipico di Zarzis, sua città di provenienza a sud di Tunisi, di fronte a Djerba.
Debbo essere sincero, sono arrivato. Ma non demordo, ho ancora qualcosa da assaggiare. È arrivato il momento di una buona boukha, un acquavite a base di fichi, il mio frutto preferito e dulcis in fundo il dolce. Un assaggio di sofra, delizia a base di semola, pinoli, mandorle e uvette e baklawa, dalla personalità un po’ più forte, fatto con pasta sfoglia ripiena di pistacchi e mandorle. L’ultimo goccio di boukha e il gioco è fatto. Lascio il locale soddisfatto, salutando il personale gentile ed efficiente come sempre. Sono stato proprio a casa. Alla prossima.
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