MANGIARE LE PAROLE
di Antonio Caronia
«La grande dualità delle cause e degli effetti... si prolunga in quella delle cose e delle proposizioni, dei corpi e del linguaggio», scrive Deleuze commentando Lewis Carroll. E individua «l’alternativa che attraversa tutta la [sua] opera: mangiare o parlare». (Logica del senso, Quarta serie: sulle dualità). Se «mangiare, essere mangiato, è il modello dell’operazione dei corpi, il tipo della loro mescolanza in profondità, la loro azione e passione», parlare è invece «il movimento della superficie, degli attributi ideali o degli eventi incorporei». Non c’è speranza, allora, di fare incrociare questi due ordini di eventi, di fare interagire il linguaggio col cibo? Niente affatto, continua Deleuze, e chiama sempre a testimone Carroll, e la sua Alice. Si può «parlare di cibo, o mangiare le parole.» Ma mentre nel primo caso «le parole della narrazione giungono di traverso, come attratte dalla profondità dei corpi, accompagnate dalle allucinazioni verbali», mangiando le parole «si eleva l’operazione dei corpi alla superficie del linguaggio, si fanno salire i corpi destituendoli della loro vecchia profondità, a costo di rischiare in questa sfida tutto il linguaggio». Potremmo chiederci quale di queste due modalità sia all’origine (o descriva meglio) la recente ascesa del cibo come «oggetto culturale» per eccellenza della cultura globalizzata mondiale in questi ultimi anni. Perché pare proprio che il cibo stia avviandosi ad avere questa funzione, affiancandosi (o addirittura soppiantando) moda e design, troppo eterei e «immateriali» per esercitare una qualche funzione di contrappeso alla «immaterialità» del capitalismo contemporaneo. L’arte del secondo Novecento ha già avuto notevoli commerci culturali col cibo. Basti pensare a Daniel Spoerri, a Mario Merz, a Wolf Vostell, a Hermann Nitsch. I modelli di questa interazione col cibo sono stati i più vari. Rischiando l’eccessiva semplificazione, potremmo dire che la polarità deleuziana si proietta in qualche modo in una specie di opposizione fra Spoerri e Nitsch. Là dove il primo opera ironiche congiunzioni e opposizioni fra cibo e linguaggio (le collezioni di ricette, i resti dei pranzi incollati, quasi vetrificati sulla tavola), alla ricerca di una dimensione paradossale che gli consenta di mettere sempre più in scacco la rappresentazione, il secondo utilizza il pasto comune come forma privilegiata della «comunione totale», puntando a un rovesciamento fortemente ritualizzato fra interno ed esterno: l’esibizione delle viscere degli animali macellati e il sangue che intride le vesti bianche dei partecipanti all’Orgien Mysterien Theater, il «teatro delle orge e dei misteri» che l’artista austriaco ripropone in varie forme da cinquant’anni, sono altrettanti indizi di una discesa in profondità del linguaggio, del suo scontrarsi col corpo in una ritualità tragica che deve qualcosa ad Artaud.
Più di recente, nella scena artistica italiana, stanno emergendo interessanti sviluppi nell’utilizzo del cibo e dell’alimentazione come terreno di ricerca linguistica e sociale. Il progetto Foodpower (www.foodpower.it) ne è un bell’esempio. Partendo da una intenzione prevalentemente sociale e politica (far riflettere il pubblico sulla contraddizione tra il cibo come bisogno primordiale – la fame – e la sua trasformazione in un consumo da privilegiati – il lusso), Franca Formenti utilizza però nelle sue performance raffinati strumenti di carattere linguistico. Il riferimento ai problemi sociali legati al cibo (fame nel mondo, immigrazione, diversi modelli alimentari) non viene realizzato con una esplicita denuncia, ma con dispositivi più sottili – mettendo in scena situazioni paradossali che rovescino l’esperienza quotidiana dei partecipanti, mettendoli in situazioni imbarazzanti, addirittura irritanti o comunque inconsuete. Da un’esperienza e da una relazione linguistica (una nuova situazione) il partecipante trarrà, se vorrà, la sua riflessione. Se nella prima performance (Varese, settembre 2008, poi replicata in varie altre città) il puro e semplice caso teneva lontano dal buffet la maggioranza del pubblico, trasformandola in affamati costretti a contemplare una minoranza di privilegiati che si riempivano di cibo, nella seconda tappa del progetto da poco presentata (Hai fame? Milano 2010) alcuni migranti dismettono la veste di queruli postulanti – come di solito molti di loro si presentano per le strade delle nostre città – per offrire invece con cortesia del cibo ai passanti. Se nel primo caso il meccanismo linguistico era ancora metaforico (il servizio d’ordine che regolava l’accesso al buffet non era che il braccio secolare di un editto crudele e capriccioso: «Tu non hai diritto al cibo»), nella seconda performance è ancora più diretto: la tradizionale e lamentosa invocazione del mendicante («Ho fame!») viene trasformata nella sorprendente e paradossale domanda: «Hai fame?». Formenti non è sola. Nella performance Squatting supermarkets: cortocircuito (www.artisopensource.net) al circolo Arci La schighera di Milano (gennaio 2010), xdxd e Penelope di Pixel (i due artisti/performer) mettono in opera una curiosa simulazione del meccanismo oracolare, costringono il partecipante in fila per il cibo a un lavoro ermeneutico su frammenti di video e audio, e concludono: «Vuoi mangiare? Raccontami una storia». Qui il collegamento tra le informazioni di cui il cibo è comunque portatore e la «attivizzazione» del pubblico si realizza con un appello alle competenze comunicative e linguistiche di quest’ultimo. Con un dispositivo diverso da quello di Foodpower, anche questa è una sfida che mette in gioco il linguaggio.
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