IRENE TINAGLI
Ricercatrice e docente di economia dell’innovazione e della creatività. Lo sguardo attento e critico di chi nell’oggi individua l’eccellenza del domani
La creatività. Una parola che racchiude nel suo significato una molteplicità di sfumature e concetti, un vero e proprio mondo che si plasma ed evolve davanti ai nostri occhi. Mai come nel ventunesimo secolo si è parlato con più insistenza ma anche con più facilità di persone, lavori e ambienti creativi. Se vi ponessimo una domanda tanto semplice quanto spiazzante quale cos’è la creatività? Cosa rispondereste? Avete riflettuto? Bene... siete convinti che la risposta sia giusta? Per chiarire ogni idea e comprendere cosa sia veramente la creatività abbiamo incontrato Irene Tinagli. La professoressa Tinagli ha lavorato come consulente per le Nazioni Unite, la Commissione Europea e diverse altre organizzazioni internazionali, ministeri e governi. Ha conseguito un Master of Science e un PhD in Public Policy e Management all’Università di Carnegie Mellon di Pittsburgh. Attualmente è ricercatrice e docente presso l’Università Carlos III di Madrid dove si occupa di economia dell’innovazione, sviluppo e creatività. Chi se non lei può chiarire ogni dubbio? Se ancora pensate che la cretività sia solo sinonimo di genio e sregolatezza siete sulla strada sbagliata...
Partiamo subito con una domanda impegnativa ma oserei dire necessaria, visto l’uso spesso improprio che si fa di questo termine. Cos’è la creatività e chi appartiene alla cosiddetta classe creativa?
Definire la creatività non è semplice. Vi hanno lavorato e vi lavorano ricercatori, filosofi, economisti. Solitamente questa parola viene usata come aggettivo, quindi si parla di economia creativa, prodotto creativo, processo creativo. Creativo è tutto ciò che possiede un elemento di novità rispetto a ciò che esiste, di originalità, ma anche di utilità. Non è da intendersi, errore facilmente commesso, come stravaganza fine a se stessa, bensì la creatività è un modo di risolvere ed affrontare certi tipi di compiti e di problemi in modo nuovo. Ha pertanto questa doppia anima di novità ed utilità. Tutti coloro che affrontano problemi e trovano soluzioni non seguendo una prassi standardizzata, secondo procedure definite, ma in un modo che richieda competenze ed originalità, appartengono appunto alla classe creativa. Si tratta di professioni ad ampio raggio, non solo artisti o scienziati, ma anche avvocati, architetti, medici, ingegneri. Il raggio è ampio e potenzialmente molte più professioni che oggi non sono considerate e valorizzate come creative potrebbero esserlo.
Da cosa dipende la creatività, quali sono i fattori che la determinano?
Innanzitutto ci sono fattori individuali, mi riferisco alla famiglia in cui si è cresciuti e alle relazioni sociali, fondamentali per lo sviluppo della capacità critica. Secondo elemento sono le competenze che una persona matura, perché va comunque sottolineato che la creatività non è innata ma si alimenta di competenze; e per finire l’ambiente sociale e culturale in cui la creatività si esprime.
Su cosa si fonda l’ethos creativo?
Beh, potrei dire su molte cose. Fondamentalmente sull’onestà intellettuale, sulla capacità di auto-espressione, quella che gli inglesi chiamano self-expression.
Quali sono gli elementi che contraddistinguono l’ambiente e le scelte di vita della classe creativa?
Sono ambienti che stimolano, favoriscono e accettano la diversità intellettuale degli individui, che la sanno apprezzare, che si sanno confrontare con la diversità delle opinioni e delle scelte. Questi sono gli ambienti migliori perché incoraggiano e stimolano le persone ad esprimersi e a proporre cose nuove. I due fattori chiave sono l’apertura culturale e sociale.
Quali sono le ragioni che hanno portato all’ascesa di questa nuova classe?
In gran parte è stata guidata da un’evoluzione del mercato e dell’economia, ma vi è anche un elemento sociale. Mi riferisco al fatto che, con il tempo, ci si è accorti sempre più del ruolo e dell’importanza di questi aspetti legati alla creatività, e appartenere alla classe creativa è diventata una forma di status sociale. La capacità di essere creativi è percepita e vissuta anche come una gratificazione personale e, di conseguenza, è diventata una cosa ambita dagli individui come realizzazione personale. All’inizio quindi è stata la molla economica ma il suo successivo diffondersi in maniera così prepotente è legato alla componente sociale.
In un sistema così aperto e tollerante, qual è il valore del cosiddetto capitale sociale e qual è la sua riconfigurazione rispetto al passato?
È importantissimo, esso identifica le relazioni sociali che una persona ha e che le consentono di avere accesso ad una serie di risorse e possibilità di crescita. Certamente è notevolmente cambiato il suo ruolo sia nella vita del singolo che nel sistema economico, perché ha assunto anche una funzione di crescita economica. In passato il capitale sociale era molto più piccolo e ristretto, le relazioni sociali che una persona aveva erano quelle che nascevano all’interno del quartiere e del paese in cui si viveva. Oggi c’è stata un’esplosione delle relazioni sociali sotto diversi aspetti, si sono allargate sia come raggio di azione e ambito geografico, sia come numero. Si tratta perciò anche di rapporti meno frequenti, che possono pertanto sembrare meno solidi rispetto a quelli del passato. In realtà il capitale sociale attuale riflette il tipo di vita che oggi si conduce, è più ampio e, se vogliamo, più debole, ma anche più selezionato. Rispetto a trent’anni fa le persone hanno più possibilità di selezionare colleghi ed amici. In passato l’ambiente sociale con cui si interagiva era ristretto ed era costituito da persone e relazioni che non si erano scelte; era sì una rete protetta ma, diciamolo, anche soffocante. Le reti sociali di oggi sono più ampie e solo in apparenza più deboli, infatti, essendo selezionate a priori, nascono sulla base di forti interessi comuni, di esperienze condivise. Sono rapporti che nascono con una configurazione diversa e, grazie all’ampliamento e alla selezione, attraverso di essi possiamo accedere ad una vasta mole di informazioni e conoscenze, alimentando la nostra creatività in un modo potenzialmente infinito.
Perché oggi la creatività è essenziale per la nostra vita e il nostro lavoro?
È essenziale perché l’economia è cambiata, si è evoluta. Oggi le produzioni sono sempre più guidate dall’idea che ci sta dietro e non dall’elemento manuale, che può essere per lo più svolto dalle macchine o da processi facilmente reclutabili anche in altri Paesi. Ciò che oggi rappresenta veramente un vantaggio competitivo per un’azienda, un’organizzazione, più in generale per un Paese, è la capacità di pensare in modo veloce ed innovativo. Questo lo può fare solo la creatività umana, non esistono macchine che possano farlo.![]()
Su cosa si basa l’economia creativa?
Sulla capacità di innovare, inventare delle cose nuove in tempi molto rapidi. Non si tratta solo di inventare, perché non parliamo solo di compiere innovazioni radicali ma anche, più semplicemente, combinare delle cose nuove, prendere ciò che è nato in un settore e applicarlo ad un altro. A volte è veramente meno radicale di quanto si creda.
Pertanto possiamo dire che la creatività guarda anche alla tradizione?
Certo. Non si possono sempre inventare cose nuove, ma bisogna anche saper reinventare ciò che già esiste. Fare incursioni nel nostro passato può essere un valido strumento per cogliere idee oltre che ricevere stimoli per affrontare nuovi aspetti del futuro. Non credo che la creatività debba essere solo ed esclusivamente novità a tutti i costi. Anzi, specialmente in certi ambienti, si nutre molto di ispirazione, stimoli e la tradizione può darne tanti. L’urbanista Jane Jacobs diceva sempre che le idee nuove hanno bisogno di edifici vecchi; lei fu sempre molto affascinata dagli edifici storici, dai vecchi palazzi, amava molto l’idea di recuperare i vecchi spazi per farne delle cose nuove. Si tratta sempre di sperimentazioni belle e fruttuose.
Che peso ha la componente femminile in questo settore?
È un argomento molto affascinante su cui ritengo non si sia ancora molto indagato. Per decenni gli studi sulla creatività, prettamente in campo psicologico e non economico, venivano svolti su soggetti maschili. Non ci sono ancora studi approfonditi sulle capacità, sul se e come le donne possano avere un approccio alla creatività diverso dagli uomini. Quello che sappiamo sicuramente è che, per esempio, i contesti e i gruppi di lavoro in cui c’è una maggiore diversità, anche di genere, tendono ad essere gli ambienti più creativi e innovativi, dove si trovano con più facilità soluzioni nuove ed originali.
Esistono pertanto delle attitudini differenti tra uomini e donne?
Questa è una questione ancora molto dibattuta, gli studi a tal proposito sono ancora molto empirici. Sicuramente le donne hanno, per alcuni aspetti, delle determinate peculiarità che la creatività richiede: il saper collegare molte cose, l’essere più interdisciplinari. Però è anche vero che la creatività richiede un pizzico di rischio, molta confidence e parecchia autostima, quella sicurezza in se stessi che non sempre le donne possiedono. Hanno più paura ad esprimersi, per questioni sociali si autocensurano di più. Paradossalmente potrebbero avere più capacità ma hanno più difficoltà a realizzarle ed esprimerle.
Abbiamo accennato all’interdisciplinareità, uno degli elementi che costituiscono l’anima della nostra rivista. Che ruolo e peso assumono la pluridisciplinareità e il multiculturalismo nell’ambiente dei creativi?
In genere moltissimo, perché le cose più creative nascono proprio dalla capacità di captare le tendenze, cogliere le novità apportate nelle varie discipline e applicarle nella propria. Bisogna però fare anche attenzione perché la pluridisciplinareità può essere molto dispersiva e quindi può impedire lo sviluppo di competenze specifiche in un settore, aspetto altrettanto importante. La capacità di dominare un ambito specifico è fondamentale, non si può competere senza essere professionisti di altissimo livello nel proprio settore. Questo però, benché indispensabile, non è sufficiente, si deve anche mantenere una capacità e una curiosità rispetto una serie di ambiti limitrofi che possono rivelarsi terreni fertili con cui interagire, per arricchire il proprio settore di specializzazione. Alcuni sociologi più che definirla come interdisciplinareità parlano di ibridazione della specializzazione, una specializzazione capace, quando necessario, di fare incursione in altri settori.
Qual è il ruolo del talento nel sistema socioeconomico moderno?
Assolutamente fondamentale. Personalmente ritengo il talento molto legato alle competenze forti, solide e radicate, perché senza di esse manca la materia prima. Il talento è una pre-condizione indispensabile per l’economia creativa e la creatività. Naturalmente con un battage, perché se noi formiamo persone bravissime e altamente competenti ma poi non le abituiamo e stimoliamo a combinare le conoscenze, ad essere appunto creative, le cose non cambiano, non c’è valorizzazione del talento.
Talento, sistema economico e globalizzazione. Che rapporto intercorre tra questi tre elementi?
Non si può più pensare di competere se non siamo in grado di misurarci con un mercato globale. Globale non solo per i prodotti che si commerciano e si vendono ma mercato globale anche per quanto riguarda le idee, i saperi e le persone. Se parliamo ad esempio dell’Italia, vediamo che nel nostro Paese non si fa solo fatica a vendere prodotti ma anche ad attrarre e trattenere “cervelli”, idee e talenti. Quindi si parla di mercato globale a 360°, non più solo per le merci ma sempre di più per i talenti e i saperi.
Rispetto alla nuova riconfigurazione dell’economia e della struttura sociale, quali sono gli elementi e i fattori che concorrono all’innovazione e allo sviluppo di un Paese?
Tantissimi. Fondamentalmente esistono molti fattori legati ad un sistema economico-industriale che sia aperto alla competizione, che sia dinamico ed innovativo. Ma, e non mi stancherò mai di dirlo, è altrettanto fondamentale coltivare un sistema sociale e culturale che si evolve alla stessa velocità. Spesso parliamo di modernizzazione dell’economia ma ci dimentichiamo che, se vogliamo un’economia moderna, ci serve anche una società moderna ed è compito nostro aiutare la stessa a crescere, a valorizzare alcuni aspetti, a non dimenticare l’importanza della cultura, dell’apertura e della tolleranza. Questi sono valori che vanno coltivati e portati avanti, soprattutto nel mondo d’oggi.
In che misura si può dire l’Italia sostiene e valorizza la creatività?
Il nostro Paese ha senz’altro un grosso potenziale, ma non perché è l’Italia, patria di Leonardo, ma perché ha ancora degli ambiti molto importanti, dei contesti economici, produttivi e industriali molto vivi e dinamici. C’è una bella tradizione imprenditoriale che, di per sé, è sempre portatrice di una cultura innovativa e creativa. L’Italia ha anche delle tradizioni culturali di grandissimo valore, ha un valore aggiunto quale la bellezza, che è molto importante anche come fonte di ispirazione. Purtroppo fa molta fatica a creare quelle condizioni, quei contesti, sia economici che sociali, di cui si parlava prima. La creatività ha bisogno di determinate condizioni per potersi sviluppare, esprimere e realizzare. L’Italia fa fatica a creare delle condizioni, a investire in maniera sistematica.
Quali sono le aree di impiego e i luoghi geografici che nel nostro Paese rappresentano una forte attrattiva per i creativi?
C’è una grandissima frammentazione, si fa fatica anche perché ognuno ha le proprie eccellenze. Ci sono delle belle realtà per quanto riguarda l’università e la ricerca a Trieste, Torino, Pisa, città in cui si sono sviluppate notevoli aree innovative. Ci sono delle zone interessanti nell’Italia del nord-est e nel centro. Un caso che sicuramente merita di essere citato è quanto si è verificato a Torino negli ultimi anni, esempio di come una città che ha vissuto ed attraversato moltissime difficoltà ha poi saputo gestire il processo in modo molto intelligente, accompagnando la trasformazione economica a quella sociale, non soffocando ma valorizzando le diversità. Vanno create le condizioni affinché questo diventi norma e non più solo eccezione.
L’Italia è per antonomasia il paese della creatività. Verità o mito ormai privo di fondamento?
Penso che sia un pò un mito. L’Italia ha senz’altro un ottimo potenziale, non perché abbia avuto nel passato grandi nomi che le hanno reso fama e onore, ma perché ha oggettivamente delle potenzialità oggi. Si trovano dei bei contesti industriali e culturali, però sono delle isole, mancano completamente delle politiche sistematiche a livello di governo che siano capaci di creare quelle condizioni indispensabili per valorizzare queste realtà a livello nazionale, e renderle così un sistema funzionante.
Qual è la sfida che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di affrontare per uscire da questo suo impasse?
Riforme un pò più strutturali. Spesso si attuano provvedimenti in modo molto poco lungimirante, pensati e applicati più per accontentare qualche parte sociale e meno con la finalità di costruire il futuro del Paese. Le varie parti sociali, gli attori chiave che vanno dal settore economico a quello politico e culturale, dovrebbero mettersi intorno ad un tavolo e portare avanti le riforme necessarie nel mondo della ricerca, nella pubblica amministrazione. Agire mettendo in atto nuove regole, modificare abito mentale e pensare a riforme di lungo periodo, pensare ad investimenti fatti in modo chiaro, trasparente e con costanza. In una parola attuare provvedimenti efficaci.
Se pensiamo al ruolo e al valore della creatività nel futuro, qual è lo scenario che si prospetta?
Sono molti anni che si parla di creatività, ma siamo solo agli inizi. La classe creativa di oggi copre in media il 30% dei lavoratori quindi vi è un grandissimo potenziale per ampliare, per far sì che molte persone in più ambiti abbiano la possibilità di liberare la propria creatività ed applicarla ai propri settori di lavoro. Ciò porterà il sistema economico su tutt’altro livello. Noi ora abbiamo imparato a riconoscere e valorizzare la creatività ma solo in alcuni ambiti dell’economia: nei servizi economici più avanzati, nella ricerca, nell’arte, nella comunicazione, nella moda. Ma restano moltissimi altri contesti in cui non si è ancora capito il valore della creatività e le modalità con cui farla emergere e guidarla. C’è ancora molta strada da fare e, una volta colte tutte le potenzialità, ci sarà moltissima crescita, sviluppo, gratificazione e valorizzazione delle persone.
Intervista: Paola Recagni
Soggetto: Irene Tinagli
Luogo: Viareggio
Foto: Ernesto Tedeschi
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