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ROSARIO BONACCORSO

Autore e strumentista di grande talento è tra i musicisti italiani più apprezzati in ambito internazionale.

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A Beautiful Story è il nuovo progetto discografico che segna il ritorno in grande stile di Rosario Bonaccorso. DNA totalmente siciliano ma ligure dall’età di due anni, Bonaccorso è uno strumentista capace e assai versatile, appartenente ai differenti mondi (anche circostanti) del Jazz. Contrabbassista dal vasto ed infinito vocabolario, ha composto canzoni per Gino Paoli e, quando può, non disdegna di cantare ai suoi concerti. Liricità, poesia, purezza musicale, spiritualità di un mondo interiore legato all’amore per l’arte costituiscono le fondamenta imprescindibili della sua oramai riconoscibilissima cifra stilistica.

Il progetto di A Beautiful Story prende corpo basandosi sulla costituzione del tuo nuovo quartetto formato da tre giovani fenomeni del jazz italiano: Dino Rubino, Enrico Zanisi e Alessandro Paternesi. In definitiva Rosario, sei un assemblatore di talenti, un po’ come lo è stato Miles Davis.

Grazie per questo prestigioso accostamento… (ride). A Beautiful Story è il quinto lavoro discografico a mio nome. Ho sessant’anni e all’età di cinquanta ho deciso di intraprendere la carriera da solista. Ho attraversato i territori dell’anima, quelli che più mi appartengono, per approdare infine alla realizzazione dei miei dischi. Viaggiando, In Cammino, sono tutti lavori che definisco “esperimenti musicali” che combaciano perfettamente con la mia poetica melodica. Per A Beautiful Story ho deciso di chiamare alcuni giovani, ma già affermati musicisti della scena italiana. Ragazzi con alle spalle una comprovata esperienza professionale. Ho visto e ascoltato diversi concerti in giro per l’Italia per poi scegliere ed incontrare Enrico, Dino e Alessandro.

Perché proprio loro?

Perché riescono a leggere e ad interpretare il mio spirito e il mio mondo compositivo. Riescono addirittura a trasformarlo e a rileggerlo con la loro esperienza e altresì, con la loro freschezza. Ritengo sappiano ben interpretare il mio modus lirico. Alessandro Paternesi, ad esempio, è dotato di una liricità molto forte e di una dinamica ritmica straordinaria. Dino Rubino, secondo me, è invece un pianista eccezionale e come trombettista è davvero unico! La voce del suo flicorno è assolutamente poetica. Ho visto crescere Dino al club gestito da suo padre a Biancavilla. All’epoca suonavo con Giulio Capiozzo e, non ricordo se il trombettista fosse Charles Tolliver o Jimmy Owens… Lui era piccolino ma già suonava il pianoforte. Erano i primi anni Novanta. Dal quel momento all’averlo chiamato con me in concerto il passo è stato breve. Il suo suono è melanconico, meditativo e ricco di una saudade struggente ma in fin dei conti positiva!

E Zanisi?

Enrico ha ventisei anni, la prima volta che lo ascoltai ne aveva venti. Era straordinario! Già all’ora suonava come un nuovo Brad Mehldau ma aggiungerei con un piglio decisamente innovativo! Ci siamo guardati negli occhi e ho pensato: “Questo è il mio pianista!”. E invece, per quanto riguarda Alessandro, ricordo di aver assistito ad un dialogo musicale con Enzo Pietropaoli davvero magico. La loro intesa ritmica era perfetta! Ho messo insieme le carte ed eccoci qua!

In definitiva un disco pieno di freschezza…

Ritengo questo mio nuovo disco estremamente avventuroso. Pensa, siamo entrati in studio senza provare. Dino non aveva mai provato con gli altri due. Abbiamo fatto qualche prova ma separatamente. E poi si è sviluppato il tutto. Ciò vuol dire che le alchimie che avevo immaginato nella mia mente erano già perfette. Sono molto contento di questo risultato. Spesso si incontrano tanti ottimi “cavalli da corsa” ma alla fine ognuno va per la sua strada. In questo senso devo dire, mi sento abbastanza fortunato perché tutti noi invece confluiamo verso la medesima dimensione.

Sbaglio o questo tuo splendido lavoro segna una certa continuità compositiva sul fronte della ricerca della melodia perfetta? Brani come My Italian Art of Jazz, Lulù e la Luna, Der Walfish sono perle inimitabili della tua riconoscibilissima arte poetica…

Per risponderti prendo in prestito il mio amore per la pittura e lo trasporto in gergo musicale. Per dire che: riuscire con un tatto, con una nota, con una frase a farsi riconoscere è secondo me lo scopo principale di un musicista o di un’artista in generale. Nel disco, oltre ai temi che hai citato aggiungerei A Beautiful Story o un’altra mia composizione intitolata Come Acqua tra le Dita. Temi che posseggono delle melodie alle quali puoi benissimo aggiungere delle parole. Anzi preciso che nascono già con le parole dentro di se – e per rendere l’esempio mi canta il tema citato includendo le parole – Ma aggiungo anche che queste “canzoni” posseggono dentro di loro uno spiccatissimo senso melodico, eppure ti danno la possibilità di esporti per improvvisare! Il divertimento sta anche nel fatto che mi piace molto immaginare e poi scrivere strutture nelle quali si possa comodamente improvvisare.

Dal vivo “la materia” si trasforma!

Esattamente! La magia si compie proprio dal vivo quando i brani vengono ulteriormente trasformati. Abbiamo tutti più spazio, ci lanciamo a volte in dialoghi improvvisati come giustamente il nostro linguaggio del jazz esige. Nei bis talvolta includo alcuni miei pezzi cantati che interpreto con la mia voce. Amo molto questo tipo di intervento. Mi avvicinano molto di più al pubblico.

Riesci sempre ad includere le tue composizioni nelle incisioni discografiche o resta sempre fuori qualche traccia?

Le idee sono tantissime quando incido. Per A Beautiful Story sono entrato in studio con ben 20 tracce. Poi strada facendo alcune di esse sono state escluse per il modo con cui ci siamo tutti rapportati all’idea complessiva del lavoro. Le composizioni presenti nel disco sono dodici e sono quelle che lo rappresentano completamente. Esattamente come un unicum compositivo.

La lista delle tue collaborazioni è immensa: Lee Konitz, Enrico Rava, Clark Terry, Tony Scott e poi Michael Brecker, Joe Lovano, Pat Metheny, Elvin Jones…. Quali insegnamenti hai tratto dall’esperienza con questi grandi del jazz?

Hai nominato una grossa fetta di persone altamente rappresentativa delle mie tante collaborazioni. Mi onoro di essere amico di Enrico Rava, oltre ad aver collaborato con lui per nove anni e aver inciso in alcuni suoi lavori per L’ECM. Enrico è un’artista completo, un’artista con la A maiuscola. Mi sento fortunato ad aver avuto l’occasione di rapportarmi con lui, sia in termini compositivi che concertistici. La mia esperienza con Rava è stata così preziosa da farne ancora tesoro.

Dicevamo poi di altri nomi…

Certamente. Con Michael Brecker e Pat Metheny sul palco ho condiviso con loro momenti indimenticabili. Anche in questo caso il livello umano è stato altissimo oltre al fatto che musicalmente ci siamo capiti all’istante. Ma voglio sottolineare con maggiore attenzione l’esperienza maturata con Elvin Jones, batterista e musicista unico. Era il 2000 in occasione dell’incisione del cd di Stefano di Battista con il sottoscritto, Elvin Jones e Jacky Terrasson. Entrati in studio Elvin mi ha subito chiesto in che modo volevo che lui suonasse per me! È stata una domanda sconvolgente! “Ma tu sei Elvin Jones! Devi solo suonare come vuoi tu, come ti senti di fare…!”, risposi io. Via via, nel corso dell’incisione, alla fine di ogni pezzo Elvin mi chiedeva se fosse andato bene o meno. Difficile immaginarsi da questo gigante un atteggiamento del genere. Un episodio davvero emozionante al quale ancora non credo, se non fosse per il fatto di averlo vissuto in prima persona. In particolare c’è un passaggio che avevo composto nel mio pezzo Song For Flavia, pensando proprio ad Elvin e al modo con cui avrebbe suonato quel passaggio. E la cosa si è verificata esattamente per come l’avevo immaginata. Per come io nella mia mente l’avevo concepita. Non vi è stato alcun bisogno di “spiegare” ad Elvin Jones cosa dovesse fare. La musica si era perfettamente modellata da se. Era già tutta lì.

Sei il direttore artistico del Laigueglia Percfest. Vorresti parlarci di questa manifestazione che ha appena chiuso la sua XXIIa edizione?

Il Laigueglia Percfest è un festival a misura d’uomo. Tra le strade della cittadina o del porto vedi esibirsi in costume da bagno Trilok Gurtu o Mino Cinelu o ancora Gabriele Mirabassi che ti spuntano da dietro un angolo inaspettatamente. Le definisco queste, non semplici esibizioni ma il gesto di suonare la musica per arrivare direttamente a te. Direttamente a chi ascolta e a chi ha il privilegio di trovarsi in quel dato momento a condividere le emozioni insieme agli stessi musicisti. Sono molto soddisfatto degli esiti di questa manifestazione che ha trovato nel pubblico una condivisione massima e gli apprezzamenti che desideravo ricevesse.

All’interno del festival hai scavato un evento dedicato alla memoria di tuo fratello Naco. Raccontaci.

Mio fratello Naco, ovvero Giuseppe Bonaccorso, è stato un percussionista eclettico e decisamente straordinario. Aveva suonato tra i tanti con Fabrizio De Andrè, Ivano Fossati, Elio e le Storie Tese ed inoltre con Franco D’Andrea, Rita Marcotulli, Enrico Rava e Paolo Fresu. Ci ha lasciati giovanissimo a causa di un grave incidente stradale nel giugno del 1996. Per ricordare la bella persona quale egli era ho pensato sin dall’edizione numero 2 di commemorarlo con dei corsi di strumento gratuiti all’interno dei seminari intitolati “Summer Camp”. Percussioni e batteria prevalentemente. Corsi tenuti da illustri strumentisti come Roberto Gatto, Ellade Bandini, Mino Cinelu, frequentatissimi da tanti giovani per la presenza di questi straordinari professionisti dello strumento.

Un pensiero per lui?

Sai… Ti confido che è stata dura, soprattutto per mia madre, accettare la sua scomparsa. Nostra madre non ha ancora superato il trauma. Quale madre riuscirebbe a farlo? Io invece serbo per sempre il ricordo della sua gioia di vivere e di suonare nonché la bellezza e la verve che riusciva a comunicare al pubblico quando si esibiva. Ammaliava e incantava tutti. Naco per me resta sempre nel cuore…

 

 

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Gianmichele Taormina
Soggetto: Rosario Bonaccorso
Luogo: Genova
Foto:Roberto Cifarelli
Web: www.rosariobonaccorso.com

 

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