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RAW FRAME

Raw Frame in lotta contro nomi ed etichette guardando all'Europa.

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Quando Andy mi ha proposto un’intervista con i Raw Frame, confesso di aver pensato: “Oddio, un altro trio jazz”… È che già mi prefiguravo musicisti che si suonano addosso, dediti solo a se stessi e poco propensi all’interrogarsi su ciò che ruota intorno alla musica e anche oltre. Per fortuna mi sono sbagliato: Side Sight, il nuovo album di Raw Frame rilasciato da Naked Tapes, è un lavoro che evoca non solo immagini ed emozioni – come dichiaratamente cercato dal trio – ma anche numerose riflessioni e curiosità. E dire che sono solo in tre…

Dall'antica Roma alla musica contemporanea. Altro che volo pindarico... Eppure l'antico adagio "nomen omen" qualcosa vorrà dire, e se è vero che nel nome è scritto il destino di una persona, la storia della musica del '900 – in particolare quella dei gruppi sia rock che jazz – è ricca di situazioni "predestinate" proprio dai nomi. Tutto questo per chiedervi se un nome come Raw Frame ha segnato in qualche modo la vostra vicenda artistica.

Andrea Bolzoni: L'ha segnata eccome! Questa "cornice grezza" che abbiamo scelto come guscio è stata lo stimolo per inoltrarci in territori sonori ambigui, a volte impervi, che ci hanno messo e ci mettono costantemente alla prova. La sfida, ma forse più di tutto la necessità, è quella di trovare l'essenza, l'immagine che possa rappresentarci all'interno di questa cornice.

Daniele Frati: L'intenzione è quella di rappresentare quel suono un po' ruvido, sporco (ma non eccessivamente) che potrebbe essere "un po' troppo" per l'ambito jazz e "troppo poco" per le sonorità rock. Se è proprio indispensabile avere un "contorno", una definizione, allora questa dovrebbe essere poco lavorata, non decorata e con qualche scheggia, da "usare in modo responsabile", direi.

Salvatore Satta: D'altronde capita di scheggiarsi col materiale sonoro senza trasformarsi necessariamente in punkettari!

A proposito di nomi, mi viene in mente la parola magica – ma anche odiata, avversata, abusata – "jazz-rock". È così che vi definite, e ascoltando Side Sight emerge chiaro il riferimento a quel tipo di linguaggio, da Miles Davis a certe cose di Frisell e Scofield. Non è un'etichetta un po' restrittiva?

A: Senza dubbio, ma il discorso vale per ogni etichetta. "Jazz-rock" richiama alla mente di molti di noi cose che con il nostro suono hanno poco o nulla a che fare; ma non si può negare che nella nostra musica convivano sia elementi jazz che elementi rock. La congiunzione sta nella necessità, spesso espressa in entrambi i "generi", di comunicare agli ascoltatori emozioni senza intermediazioni eccessivamente sofisticate ma, dall'altra parte, con la piena consapevolezza delle carte in gioco. Forse la corretta definizione di ciò che facciamo potrebbe rientrare in postjazz-postrock, nonostante anche questa sia un'etichetta abusata.

D: Concordo, la speranza è quella di avere tra qualche tempo l'etichetta "raw frame"!

S: Difficilmente avrei condiviso questo percorso se Andrea e Daniele fossero stati musicisti etichettabili, magari fusion! D'altronde ho sempre trovato ambigua l'assimilazione del jazz-rock alla fusion: nella prima "etichetta" possono rientrare il Canterbury Sound e Bitches Brew, che adoro; nella seconda tante cose da smanettoni che mi piacciono poco o niente.

Tra Krakovia , il vostro album d'esordio, e Side Sight sono trascorsi quasi cinque anni, ma soprattutto c'è stata una mutazione importante, oserei dire "genetica". Che differenze ci sono tra questi due lavori?

D: Questo disco è più emotivo, più di pancia, abbiamo avuto modo di lavorarci molto e di creare un suono diverso dal precedente lavoro. Una grossa differenza sta sicuramente nella tipologia dei brani, più riflessivi e, a tratti, più malinconici.

A: Krakovia è nato nel periodo in cui ci stavamo definitivamente staccando da un repertorio jazzistico. Per questo motivo, le composizioni e le interpretazioni del disco suonano spigolose, scalcianti. L'energia che si è espressa nell'album è rimasta viva, è stata esperita e domata. È stato un percorso di crescita, che ha richiesto del tempo per essere digerito e che ci ha permesso di arrivare a Side Sight con un'identità più definita e sicura.

S: È strano, ma riascoltando Krakovia trovo in nucein nuce tutto questo album. Era musica più acerba, ma il sound generale si muoveva chiaramente in questa direzione.

Dai Lifetime ai Rush, da Evans/LaFaro/Motian ai Cream, terzetti diversissimi, lontani anni luce, eppure quando si parla di trio, o meglio ancora di "power trio", si ha sempre la sensazione di qualcosa di potente, compatto, autosufficiente nel senso di perfetto, compiuto, non bisognoso di stampelle o di soccorsi esterni. Quali sono i vantaggi, quali le opportunità, quali invece i limiti e le difficoltà di un organico triangolare come il vostro?

D: Mi è sempre piaciuto lavorare in trio perché ti mette nella condizione di dover necessariamente essere vigile e presente, di tirar fuori un suono autentico, di pesare e bilanciare ogni situazione. Questa condivisione di intenti ti porta a essere nudo e nello stesso momento naturale e diretto.

A: Chiarezza nel confronto e nelle critiche, minor difficoltà logistiche e uniformità nella ricerca del suono sono sicuramente dei vantaggi. Le opportunità risiedono nella possibilità di sperimentare a fondo il maggior numero possibile di combinazioni timbriche della formazione, in funzione della ricerca della propria identità. I limiti e le difficoltà sono ciò che poco fa abbiamo definito "opportunità", ma visti da un punto di vista diverso: quando ci si trova bloccati alla ricerca di un timbro che non arriva e quindi l'obbligo di trovare una soluzione, si potrebbe dire, in noi stessi senza poter avere un aiuto esterno.

S: Il trio è la perfezione sotto tutti i profili e ha solo vantaggi espressivi. Richiede tanta fatica, è vero, ma pensa quando suoni in banda o in orchestra, con decine di elementi… Trovare una sintonia efficace in quel caso richiede molto più tempo e un ottimo direttore. Mica semplice!

Entrando nel ventre dei Raw Frame, mi ha colpito la differenza tra i primi amori e i successivi sviluppi dei tre componenti. Le linee di basso metal e R&B per Salvatore Satta, le avanguardie prog e jazz per Andrea Bolzoni, le possibili congiunzioni tra improvvisazione e musica colta per Daniele Frati: qual è il terreno comune sul quale avete fatto germogliare il vostro progetto?

A: Come per la definizione del genere, quando provi a definire i tuoi amori sei per forza di cose obbligato a limitare eccessivamente ciò che ti caratterizza. Di base abbiamo tutti e tre una solida formazione jazzistica. Da qui si possono definire le varie inclinazioni di ciascuno: Salvatore ha una vena che rimarca un passato pop e R&B, io e Daniele amiamo invece l'improvvisazione radicale. Il prog è stato vissuto da tutti e tre, con sfaccettature differenti, e anche la musica colta è arrivata nelle esperienze di ognuno, in periodi diversi della vita. Il progetto è nato dalla band Ascopo Dilocrio, quartetto che vedeva alla chitarra anche Ennio Salvemini, in cui riversavamo tutto ciò che di jazz ci passava tra le mani in riletture di colonne sonore e celebri brani di qualsiasi provenienza. Da lì in poi il progetto è germogliato sulla condivisione di quelle che erano ed erano state le nostre esperienze, che ora si sovrappongono e ci permettono di avere una maggiore comprensione reciproca.

D: Ci é piaciuto unire le nostre passioni musicali ed essere abbastanza sinceri con noi stessi e con i nostri gusti, senza dover per forza rispettare delle posizioni prestabilite. Abbiamo cercato di fare una musica che potesse comunicare ed evocare nettamente qualcosa: immagini, luoghi, colori…

S: Ci accomuna la passione per l'avventura, e questo basta e avanza. Diversamente non andremmo da nessuna parte perché le differenze son davvero tante.

Non è il caso di fare paragoni né di scomodare accostamenti impegnativi, però ascoltando Side Sight più di una volta ho pensato ai King Crimson – per certe trame, per la bella "non-linearità" tra premesse e conseguenze – e qualche volta agli Area – per il clima di "incontro-scontro" che alimenta la vostra musica. Il mio amore per il rock mi ha fatto prendere un'enorme cantonata o in qualche modo vi ritrovate in questi due nomi?

S: Ecco, a proposito delle differenze… Come non ritrovarsi negli Area e nelle loro diaboliche creazioni! Per me il tuo accostamento è un grandissimo complimento, ma sono il più anziano del trio e credo che Daniele e Andrea non li apprezzino granché.

A: Non è la prima volta che trovo paragonata la musica di un progetto in cui sono coinvolto ai King Crimson. A dire il vero però, come per gli Area, non credo di conoscerli a sufficienza per poter pensare che abbiano esercitato qualche influenza sulle mie scelte.

D: Il rock fa sicuramente parte del background di Raw Frame, ma probabilmente ognuno di noi lo vive con gusti differenti.

Ut pictura musica. Gli otto brani del disco offrono più di una sensazione visiva, più di un gancio con l'immagine, a volte quasi naturalistiche (penso a Retell o Sunny Cloud, o la stessa Neve). Una scelta evidentemente legata al vostro obiettivo, quello di "toccare le corde emotive"…

D: Esattamente. Immagini di luoghi emotivi, emozioni visive, potere per qualche minuto essere proiettato in quella situazione, una sorta di evasione e di viaggio.

S: Se resti legato a immagini sensibili o a rappresentazioni hai maggiori possibilità di non scivolare in un vacuo intellettualismo ma di emozionarti e, nella migliore delle ipotesi, di emozionare qualcuno. La musica, come ogni arte, ama il particolare. Pensa a Debussy, pensa a La Mer… Non mi stancherei mai di ascoltare quelle onde.

A: Essere in grado di far associare all'ascoltatore delle sensazioni visive vuol dire per me essere stati in grado di condensare nella nostra interpretazione l'emozione che con la nostra musica vogliamo comunicare e che quindi per primi viviamo nell'eseguirla.

Composizione e improvvisazione, scrittura e composizione estemporanea. Raw Frame aderisce all'una o all'altra delle modalità oppure agisce in modo differente? Side Sight mostra un bel rapporto tra canovacci prestabiliti e spazi di libertà.

A: Agiamo cercando di integrare entrambe le modalità. Con questo lavoro abbiamo cercato di raffinare al meglio le parti scritte e definire al meglio le parti improvvisate. Può sembrare un paradosso e si potrebbe molto discorrere sulla "sincerità" di un'improvvisazione nata da decine di prove, come anche sull'onestà di un'improvvisazione nata da un incontro casuale tra musicisti estranei fino al quel momento. Nel nostro caso, il tentativo è quello di unire la scrittura e la composizione estemporanea in modo che l'una e l'altra non sembrino entità separate. Gli spazi improvvisati rimangono, ma il duro lavoro è stato cercare di renderli il più possibile coesi al materiale tematico, in tutta l'ampiezza della sua definizione.

D: Scappare e abbandonare l'improvvisazione è qualcosa di molto difficile, scoperto il brivido che ti lascia, è per questo che una volta definito il territorio amiamo prenderci le nostre libertà di movimento.

S: Quando suoni è fondamentale invertire i rapporti: bisogna stendere un bel manto di libertà sui canovacci prestabiliti, perché è così che magari riesci a trovare quell'accento o quel tocco che rende unico il tema; mentre è indispensabile una buona dose di controllo sui cosiddetti "spazi di libertà". Improvvisare è simile a maneggiare la nitroglicerina: accetti di commettere una grossa incoscienza, sai che il rischio del disastro è sempre dietro l'angolo e devi essere freddo e deciso.

È buona norma informarsi sugli amori di un gruppo, su quelle figure senza le quali i componenti non avrebbero mai fatto musica. Aggiriamo questa consuetudine da manuale del bravo giornalista e soffermiamoci sull'attualità: cosa vi stimola, cosa vi incuriosisce del panorama contemporaneo, italiano e straniero? Avete avuto modo di ascoltare qualcosa di interessante, o di condividere il palco con qualche artista o gruppo che ritenete degno di segnalazione ai nostri lettori?

A: Da un po' di tempo ascolto molti cantautori contemporanei. Mi affascina la spontaneità e la facilità con cui alcuni riescono a comunicare idee musicali complesse. Mi è capitato per caso di vedere Lisa Hannigan dal vivo, che ho apprezzato molto. Un'altra esperienza fondamentale è stata la scoperta dell'acousmonium. Uno di questi sistemi di ascolto è installato al Teatro San Fedele di Milano, e così ho avuto modo di assistere a concerti in ascolto totalmente immersivo. Ricordo con piacere quello del compositore spagnolo Francisco Lopez. Per avvicinarci al nostro genere, direi che il concerto dei Go Go Penguin che ho visto lo scorso autunno sia stato un vero e proprio schiaffo!

D: Mi piace scoprire progetti musicali in cui si avverte qualcosa di semplice e spontaneo, che mi dia qualcosa immediatamente: i Pixel, Daniela Andrade, Elbow, Yaron Herman ultimamente mi danno ciò a cui mi riferisco qui sopra.

S: Può sembrare banale, ma scopro veramente solo le cose che suono, poco importa che siano attuali o meno. Di recente ho scoperto in banda il Canterbury Chorale del compositore belga Jan Van der Froost. Semplicemente sublime.

Che libro c'è in questo momento sul comodino di Andrea, Salvatore e Daniele?

A: Nonostante non abbia mai avuto un vero e proprio comodino in vita mia, in questo momento il mio Kindle è aperto sulle pagine de Il fu Mattia Pascal di Pirandello, mentre la mia libreria fisica ha, in cima ai libri aperti, Introduzione alla psicoanalisi di Freud.

S: Al momento c'è La forma del buio di Mirko Zilahy, un thriller davvero truculento, con un tale che scolpisce i poveracci che gli capitano sotto le grinfie. Non mi piace ma si lascia leggere e a volte hai proprio bisogno di romanzetti di genere. D: L'arte della vita del compianto Zygmunt Bauman.

Buona parte della cultura musicale alla quale fate riferimento nasce vincolata al supporto, in particolar modo il 33 giri. In tempi di musica liquida, di dominio dell'individualismo che si sublima nelle playlist, che senso ha fare un disco come il vostro, che richiede ascolto, attenzione, dedizione?

A: Forse nessuno, verrebbe da dire istintivamente. In realtà credo fermamente che questo individualismo sia, presto o tardi, destinato a cedere alla naturale condivisione che sta alla base della fruizione della musica e, più in generale, dell'esperienza umana. E lo dico da individualista. Sarà forse necessità di redenzione? Qualsiasi sia la risposta, certo è che la nostra musica ha sì necessità di attenzione, ma ha anche una spinta propulsiva che la porta direttamente nella fisicità di chi l'ascolta. E se individualismo dev'essere, speriamo di entrare nelle playlist di molti che ci stanno leggendo, per poi ritrovarci nell'intero Side Sight.

D: Lo stesso motivo per cui ha ancora senso intervistare i musicisti!

S: Non saprei, forse piacere a qualcuno? Le speranza di dar vita a cose belle non ha tempo, e il supporto alla fin fine è sempre un "pre-testo", fondamentale, ma pur sempre pretesto.

Side Sight è pubblicato da Naked Tapes, piccola ma combattiva etichetta indipendente italiana. A fronte dell'implosione dell'industria discografica, quali spazi si sono aperti per indie label come quella che vi supporta?

D: C'è sempre qualcuno curioso che va oltre alle imposizioni di massa, e per questo "lo straniero", "il diverso", trovano spazio per esprimersi.

A: E' difficile da dire per me, vivendo il fenomeno da dentro. C'è una grande frammentazione che rischia forse di portare alla dispersione. Le possibilità delle indie label potrebbero stare nella maggior facilità di individuazione e produzione di progetti validi, rispetto a qualche tempo fa.

S: La frammentazione è una ricchezza. Alle etichette indipendenti spetta il compito di valorizzarla e, purtroppo, anche di resistere in un'epoca in cui i gusti musicali si stanno molto uniformando e impoverendo.

Raw Frame dal vivo. Immagino siate pronti a portare in concerto i brani di Side Sight, ma con quale spirito? Lo spettatore ascolterà una fedele esecuzione del disco o il vostro è un live che rivela sorprese?

A: Lo spirito è quello di dare tutta l'energia che questa musica richiede nell'essere eseguita. Il live vedrà l'esecuzione di tutti i brani del disco, molto probabilmente rispettandone anche la scaletta.

S: Ovviamente rivela sorprese! Ogni esecuzione dal vivo dovrebbe sorprendere, sennò la band sta suonando male, e questo non fa onore a nessuno, tantomeno al disco.

D: Ogni esecuzione dal vivo è sempre nuova e irripetibile e questo è il valore aggiunto rispetto al semplice ascolto di un disco. Lo spirito sarà quindi quello rinnovarsi sempre, ad ogni live.

 

 

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Donato Zoppo
Soggetto: Raw Frame
Luogo: Milano
Foto:Edoardo Pasero
Web: fb.RAW FRAME

 

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