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ROSARIO DI ROSA

Rosario Di Rosa, una nuova via possibile per il jazz italiano.

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«Pop Corn Reflections rappresenta un personale punto di svolta, si chiude un ciclo creativo e se ne apre un altro. Mentre la musica dei lavori precedenti era stata composta partendo da immagini visive ispirate dagli ambiti più vari, ricordi di esperienze vissute e opere letterarie, qui si affida solo ed esclusivamente al linguaggio musicale. La parte musicale è ridotta al minimo con partiture che il più delle volte non superano le due o tre battute» racconta Rosario Di Rosa. Il suo nuovo progetto discografico è ormai realtà. E segna un cambio di rotta per il pianista e compositore, “l'apertura di una nuova strada” per dirla con lui. Di Rosa per il suo debutto con la NAU Records ha scelto la più classica delle formazioni, un trio con collaboratori di collaudata sensibilità. Al contrabbasso Paolo Dassi e alla batteria Riccardo Tosi. «Non è l'innovazione a interessarmi, l'approccio compositivo adottato in "Pop Corn Reflections" potrebbe attuarsi con qualunque formazione. Quello che mi interessa è invece il suono, il risultato finale. La scelta di portarlo avanti col classico trio formato da pianoforte contrabbasso e batteria nasce proprio da questo, dal guardare alla natura di ogni singolo componente del trio. Con Dassi e Tosi abbiamo ormai raggiunto un tale grado di empatia da farmela ritenere elemento indispensabile per la riuscita di questo lavoro. Siamo entrati in studio dopo sole cinque prove ma con alle spalle un anno di ascolti e discussioni su quanto intendevo fare. Una volta dentro non c'è stato bisogno di aggiungere altro».

E ne siete usciti con un lavoro che lei presenta come “un punto di svolta”, ce lo può spiegare.

A differenza dei lavori precedenti, qui ci si affida esclusivamente al linguaggio musicale, in particolare a quello della musica minimalista contemporanea di Steve Reich o Terry Riley. L'approccio compositivo apparentemente semplice fa si che con un materiale apparentemente "minimo" si possono realizzare nuovi e affascinanti modi di concepire l'improvvisazione che diventa forma, struttura, sintassi del linguaggio musicale. Un modo nuovo di accostarmi alla musica che affonda le sue radici nella crisi nata dal costatare che a fronte dei buoni lavori già fatti, accolti con favore dalla critica, il risultato era poco o nulla. Con un mondo del jazz italiano spesso chiuso dentro un anacronistico remake degli anni '40 e '50 e pronto a escludere proposte diverse, e con festival e rassegne a puntare sui soliti nomi di richiamo per non rischiare, perché continuare a proporre musica? L'incontro con Gianni Barone, produttore della giovane e agguerritissima Nau Records ha riacceso la mia voglia di andare avanti, di sperimentare altre strade.

Rosario Di Rosa abbandona il racconto descrittivo per affidare la sua anima al solo linguaggio musicale. Una scelta decisamente radicale.

L'idea è nata ammirando una delle più belle e complete mostre dell'arte di Pablo Picasso che io abbia mai visto. Prese singolarmente le conoscevo tutte, ma guardarle nelle sale del Palazzo Reale di Milano tutte, una di seguito all'altra, mi ha aiutato a capire come nello stesso anno o soltanto a distanza di mesi come il grande Picasso fosse capace di percorrere strade completamente diverse e al contempo formidabili per dare spazio alla sua arte. È stata una rivelazione toccare con mano quanto sia necessario un cambio di rotta per esprimere al meglio la propria creatività. A maggior ragione quando un tale cambio di rotta ti costringe a riassumere le esperienze per renderle più chiare e amplificare la comunicazione. Passo di sicuro tra i più difficili da portare a termine in campo artistico

Come accostarsi al disco, che cosa deve aspettarsi l'ascoltatore?

Come dicevo Pop Corn Reflections si basa su una logica compositiva molto semplice: un “pattern”, ossia quella cellula che di volta in volta può essere solo melodica, solo ritmica, solo armonica o accoppiare pochi di questi elementi, che qui viene reiterato e diventa l'unico materiale a cui attingere per l'improvvisazione. Partiture ridotte al minimo, che il più delle volte non superano le due battute. Il resto è affidato all'improvvisazione e alla creatività dei componenti del trio. Ci tengo a sottolineare che non si tratta di un disco di free jazz, c'è invece la mia voglia di superare la classica compresenza di un tema melodico dato su un giro armonico che lo sostiene. Nel nostro caso lo sviluppo del “pattern” in maniera improvvisata prevede una ferrea logica e coerenza di fondo data dall'utilizzo di serie dodecafoniche predeterminate o da nuclei intervallari atti a scomporre il pur minimo materiale tematico in modo esplicito e palese. L'errore strutturale e di concetto, in questo caso sarebbe consistito nell'improvvisare senza tenere conto dello specifico aspetto caratterizzante di ogni brano del disco.

Si fa presto a dire jazz. Che cos'è per lei il jazz?

Il jazz è, per me, quello che un grande negozio di giocattoli è per un bambino. Un non-luogo dove ho la possibilità di smontare e rimontare la musica a mio piacimento, improvvisare e vedere, non solo di nascosto, l'effetto che fa. Un documento d'identità in cui alla voce “segni particolari” non sono riportati solo la passione per la musica afro-americana, gli anni trascorsi a impararne il linguaggio e tutto il resto, ma anche tutte le altre influenze, che dai Kiss in poi passano attraverso il rock, la musica classica, le colonne sonore di Ennio Morricone e tutto quello che mi descrive. Il mio però è il giudizio di uno che in campo musicale ha fatto il percorso contrario, un pianista solitamente prima incontra e studia Bach, Mozart e Beethoven e dopo si ritrova a suonare Ellington. Io ho cominciato direttamente con il jazz e, in particolare, con Thelonious Monk. Però ho sempre guardato al mondo della musica classica come a un enorme serbatoio da cui imparare tantissimo, naturale che a un certo punto abbia sentito il bisogno di studiarla frequentando fra mille difficoltà le lezioni di un grande concertista come il maestro Leonardo Leonardi. E poi continuare con il maestro Manuela Dalla Fontana, con lei sto approfondendo lo studio della musica contemporanea. Inutile dire che il mio approccio allo strumento e anche al jazz si è fatto più consapevole e maturo.

Chi risponde, l'insegnate o il musicista?

Tutti e due visto che insegnare è per me un continuo esercizio di ritorno al passato per poter andare al futuro. Con gli allievi del CEMM di Bussero e Pantigliate, scuola in cui insegno pianoforte jazz, cerco di ripercorrere e capire le difficoltà che a suo tempo ho inevitabilmente incontrato nello studio dello strumento. Mi metto nei loro panni e cerco, il prima possibile, di conoscere quale sia il modo più efficace per far loro comprendere cosa voglia dire “immergersi”nella musica. È un processo molto importante che aiuta molto anche il mio essere musicista. La musica jazz con la sua tradizione e la costante pratica dell'improvvisazione che da essa deriva costituiscono il terreno ideale in cui ognuno può esprimere se stesso. Il mio compito di insegnante è assecondare questo processo, e rendere comprensibile come le esperienze vissute non possono far altro se non arricchire il bagaglio personale di ogni musicista. Ecco perché preferisco definirmi un musicista che parla di cose da imparare, arrivare alla musica tramite uno strumento è un viaggio così entusiasmante che sarebbe un peccato non compierlo.

Chi è Rosario Di Rosa?

Un tipo curioso, che si annoia facilmente e che proprio per questo è attratto da tutto ciò che non conosce e che gli appare interessante. Un sognatore del week end visto che mentre nei giorni feriali si impegna a realizzare cose concrete nel fine settimana sogna che quelle cose si realizzino come lui vorrebbe. Sono uno che vista la mia propensione alla noia repentina, fatica a stare nei ranghi, non per incoscienza o voglia di rischio ma per quell'innato desiderio di vedere e capire cosa c'è al di fuori, e sotto e anche sopra quegli stessi ranghi. Alla musica mi sono avvicinato presto, per poi allontanarmene subito. Mi regalarono una chitarra giocattolo, avevo 2 anni e da subito diventò il mio passatempo preferito. I miei genitori provarono a chiedere all'unico insegnante di musica di Vittoria, Ragusa, se e quando poteva darmi lezioni e lui rispose "appena avrà le mani grandi abbastanza da riuscire ad afferrare il manico di una chitarra vera". Mi ripresentai a 7 anni e volevo suonare la chitarra elettrica. Mani a parte, erano maturati anche i gusti musicali piuttosto definiti: ascoltavo i Kiss. Lui mi mise in mano una chitarra classica e cominciò a farmi fare esclusivamente solfeggio. Per uno che amava Gene Simmons e Paul Stanley era troppo. Basta con la musica, mi buttai a esplorare l'altra grande passione, la pittura. Ormai sedicenne mi ritrovai a pestare sulle tastiere di un complessino nato fra compagni di classe. Come pubblico solo parenti, suonavamo veramente male. La musica però mi aveva riacciuffato. Sono tornato a studiare, lezioni di piano da un amico. Poi già studente di Architettura a Palermo arrivai al Brass Group. Partecipai a una master class di Salvatore Bonafede, una folgorazione quel suo modo di suonare. Nei quattro anni di lezioni private che seguirono mi insegnò a cercare la mia personalità nella musica. Dopo la laurea decisi di confrontarmi con nuove realtà. Di certo c'era che non avrei mai fatto l'architetto. Mi trasferii a Milano dove, impatto iniziale a parte, ebbi la fortuna di conoscere amici e musicisti straordinari. Primo fra tutti il flautista Carlo Nicita col quale ho inciso i primi dischi e poi Giovanni Falzone, Cristiano Calcagnile, Ferdinando Faraò, Paolo Dassi, Riccardo Tosi. Con questi ultimi ho formato il mio vero trio stabile.

Formazione più che collaudata, che lei guida da anni come leader.

A dire la verità non mi piace molto sentirmi leader. Non mi attirano quei gruppi in cui il leader è troppo in evidenza, tanto da essere quasi un elemento staccato. In quei gruppi non cambia nulla se un musicista viene sostituito, la musica non ne risente perché vive troppo della personalità del leader. E questo a me non piace. Se chiamo qualcuno a suonare con me è perché lo trovo interessante di per sé. Parlando di musica poi, preferisco essere semplicemente uno che innesca la miccia, che propone degli spunti, che indica delle direzioni sommarie lasciando che poi ognuno si identifichi col proprio ruolo deciso in autonomia. Con Paolo e Riccardo è naturale farlo. Il trio è nato quasi per caso nel 2009. Prima ne esisteva un altro, Paolo Dassi al contrabbasso ma con Jimmy Weistein alla batteria. Con quella prima formazione abbiamo portato avanti un progetto di rivisitazione degli standards americani coniugandoli con la libera improvvisazione, lasciandoci ispirare dalle atmosfere di John Fante e del suo "Chiedi alla polvere". Abbiamo tenuto concerti e pubblicato un disco con quel gruppo, però il fatto che Jimmy abitasse a Padova e io a Milano era limitante. Chiesi a Riccardo Tosi, col quale avevo suonato saltuariamente, di unirsi a noi. Volevo dar vita a un gruppo che suonasse la mia musica, ma non mi bastava che componenti fossero solo dei bravi musicisti, volevo qualcosa di più, che il gruppo fosse una specie di laboratorio. Mi piaceva l'idea di condivisione, la possibilità che ognuno si potesse ritagliare uno spazio proprio all'interno con specifiche peculiarità. Infatti adesso lascio decidere in autonomia come suonare e quali suoni utilizzare, sia acustici che elettronici, chiaramente a patto che il tutto sia coerente con la logica di fondo del progetto. E volevo che i componenti fossero anche amici. Devo dire che con Paolo e Riccardo ci sono riuscito, tant'è che ormai la conferma sulla validità di un progetto me la indica il fatto che Paolo, dopo aver ascoltato quello che ho in mente, mi dica o meno: "ma tu sei pazzo...".

Progetti futuri, continuerà a esplorare la strada appena iniziata o ci si deve aspettare un nuovo cambio di rotta?

Non saprei. Al momento i concetti espressi in "Pop Corn Reflections" mi interessano molto e vorrei continuare ad approfondirli, magari dando all'aspetto compositivo più rilevanza e dunque mettendomi in discussione da quel punto di vista. Ma il bello della musica è che fotografa esattamente il tuo presente, tant'è che i miei lavori passati non riesco quasi più ad ascoltarli perché li trovo molto lontani da me, dal mio essere attuale. Per cui non posso fare previsioni in merito. Forse l'unica certezza attuale, già condivisa con Gianni Barone, è la volontà di mettermi nei guai con un progetto in piano solo a cui sto lavorando da tempo.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Paolo Odello
Soggetto: Rosario Di Rosa
Luogo: Milano
Foto:Amedeo Novelli
Web: www.rosariodirosa.com

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