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PIERLUIGI BALDUCCI

Artista eclettico e vivace protagonista del jazz contemporaneo.

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Artista eclettico e vivace protagonista nel panorama del jazz contemporaneo, Pierluigi Balducci si nutre di sinergie musicali. Il tentativo è di creare un modo nuovo di sentire, costruito su un approccio giocoso alla musica, ed uno sguardo che operi una sintesi tra i diversi generi musicali.

E' corretto dire che il tentativo della tua musica è un incontro tra jazz, classica e world music?

Lo definirei comunque jazz, musica meticcia e bastarda fin dalle origini. Che ci sia l'apporto di più tradizioni questo è innegabile: ciò è dovuto alla mia formazione. E' difficile nella crescita, sia come musicisti che come uomini, poter attingere in modo univoco soltanto ad un solo tipo di cibo: ci nutriamo di diverse suggestioni, tradizioni, linguaggi e vocabolari.
Fin da ragazzino ho iniziato a suonare la chitarra occupandomi di studi classici poi, cresciuto, mi sono innamorato del jazz, del be bop, dell'hard bop e di altre forme di sintesi con altri linguaggi: pensiamo a Jan Garbarek e Pat Metheny. Essendomi alimentato di questa vastità grandiosa di stili e di idiomi, quello che riesco a distillare è ovviamente un ibrido. Qualunque musicista o compositore non fa altro che filtrare i vari apporti, alla luce di quella che è la sua personalità, la sua formazione, il suo carattere e la sua indole, sfornando qualcosa di unico.
Semmai è il problema inverso che è preoccupante, cioè quando nuovi musicisti si iscrivono a correnti ben precise e diventano o di maniera o classicisti puri. Come fa un musicista che nel 2012 vive in Puglia, a Bari, a suonare come un jazzista newyorkese senza trovarsi circondato dai grattacieli e dalle strade di New York? Come fai a liberarti dalla tua tradizione e della tua cultura? Appartieni ad una terra che è un punto di incontro della tradizione classica, jazzistica, etnica e folcloristica. E' impossibile il contrario. Voglio esprimere meglio il concetto: qualunque artista fa sintesi di più linguaggi, un esempio è Pat Metheny in cui riesci a sentire il jazz, Jim Hall, Ornette Coleman, il folklore del midwest americano e il latino americano. Un artista non può ascriversi ad una sola tradizione. Allo stesso modo, quando nella storia della musica nasce un nuovo genere, non può che scaturire dalla sintesi e dalla sovrapposizione di più elementi.

Come è nato il progetto per la colonna sonora del film “À ma soeur!” della regista francese Catherine Breillat?

I suoi lungometraggi, come nella tradizione di un certa filmografia francese, sono privi di musica. Nel film c'è soltanto una piccola sequenza in cui si ascolta un brano di David Bowie in auto. La pellicola si conclude con un pugno nello stomaco: una serie di immagini scabrose che ti lasciano la nausea in bocca. C'è un epilogo truculento, tragico e per contrasto hanno scelto una mia canzone, una bellissima melodia dal sapore popolaresco cantata in dialetto da Luigi Di Zanni, cantante dei Tavernanova, la mia formazione degli anni '90. E' un brano molto lirico e dolce. Non c'è stata quindi una collaborazione dietro questo incontro ma un fatto puramente casuale, cioè la scelta della regista di questo brano. Penso che comunque la mia musica abbia sempre avuto un forte rapporto con le immagini.

Ti faccio 3 nomi di bassisti che hanno sicuramente contribuito a riscrivere il ruolo del basso elettrico nel jazz: Jaco Pastorious, Steve Swallow e Stanley Clarke.

I bassisti che apprezzo di più sono Anthony Jackson, Steve Swallow e Richard Bona, non mi sento molto attratto dal bassismo alla Marcus Miller. Preferisco coloro che sanno interagire in duo o in trio e collocare tridimensionalmente il loro strumento nello spazio e nell'orizzonte degli strumenti acustici. Se ad esempio vengono chiamati ad essere solisti, lo sanno fare alla grande, ma non per questo prevalgono sugli altri, anzi supportano il lavoro dei compagni sul palco. Il bassista deve fare il suo dovere sostenendo la pulsazione ritmica e non catalizzare l'attenzione su di sé. Nel momento in cui prendo la parola per un discorso solistico, solo a quel punto mi approprio della scena. La mia è una vocazione al suono e in secondo luogo un cantare al basso. Mi sento fortemente melodista, anche quando accompagno e sono asservito al compito di gestire la pulsazione ritmica. Spesso costruisco le linee di un controcanto, di un contrappunto. E' un imprinting molto forte. Nei primi anni in cui suonavo jazz ero un buon improvvisatore e melodista anche se ero acerbo come accompagnatore. Successivamente sono maturato artisticamente. Il mio credo nell'aspetto armonico-melodico si percepisce quando concepisco un progetto, un album, persino quando accompagno. L'idea è di creare una melodia cantabile ed esaltare l'aspetto armonico del brano, caratteristica tutta europea.

Ci parli del tuo rapporto con lo strumento ed in particolare con il basso acustico, sicuramente poco usato non solo nel jazz ma anche in generale negli altri generi musicali.

In realtà io suono sia il basso elettrico che l'acustico, in prevalenza però nella mia attività uso il basso elettrico. L'equivoco può nascere dal fatto che suono anche il basso elettrico come uno strumento acustico. Li possiedo entrambi: l’elettrico viene da un’ottima liuteria veneta, l’acustico dalla Germania. Mi sento radicato in un filone del bassismo elettrico che è quello più acustico. Dal caposcuola del basso elettrico jazz, il virtuoso Jaco Pastorious, si sono diramate, semplificando, due correnti: la prima più ‘individualista’, con un suono molto elettrico, mi riferisco ad esempio a Marcus Miller e Victor Wooten. La seconda formata invece da interpreti che si integrano in situazioni acustiche: ad es. Steve Swallow ed Anthony Jackson. Io tento di collocare, come è avvenuto per la chitarra elettrica nella storia del jazz, il mio strumento in un contesto di sfumature timbriche e dinamiche tipiche del sound acustico.

Perché nella tua opera c'è molta attenzione all'arrangiamento ed all'orchestrazione rispetto allo spazio dedicato ai singoli strumenti?

Più passa il tempo e più sono persuaso che tanto l'improvvisazione, che è l'approcciarsi giocoso alla musica, tanto la scrittura, che ha a che fare con il pensare, sono tendenze irrinunciabili per chiunque. Sono due caratteristiche innate nell'uomo che non devono scontrarsi ma convivere insieme. Degli esempi sono sicuramente la compositrice Maria Schneider, molto curata dal punto di vista dell'arrangiamento, e l'ultimo quartetto del sassofonista Wayne Shorter. In questi due artisti scrittura e improvvisazione concorrono alla riuscita della composizione ed è questo a cui tendo sempre.
Noi siamo condizionati dall'esperienza del be bop, entrata nell’immaginario collettivo come fosse il ‘jazz per antonomasia’ che è stata però solo un momento nella storia del jazz, nel quale, per vari motivi diventava preponderante la bravura nell'improvvisare. Il tema e il tempo diventavano pretesti utili per esaltare il solismo e le capacità armoniche e tecniche dei musicisti. L'idea della competizione e della jam session c'è sempre stata fin dalle origini. Ciò che conta però è sempre la composizione.

Ci parli brevemente dei diversi ensemble a cui hai dato vita nel corso della tua carriera?

Ho esordito con un album a mio nome con una formazione composta dal percussionista e cantante Massimo Carrano, il chitarrista calabro-svedese Lutte Berg e il sassofonista Roberto Ottaviano, mio conterraneo. Il disco si chiamava “Niebla” edito per la Splasc(h) Records, a seguire ci sono stati tre anni di concerti. Rivisto a distanza di tempo il progetto era comunque abbastanza immaturo perché partiva dall'idea della contaminazione, che attualmente non condivido. La contaminazione tra jazz e world music presuppone che ci sia qualcosa di puro. In realtà tutte le musiche nuove nascono dall'unione di più elementi precedenti. Non si può suonare solo legati alla tradizione altrimenti la musica non si evolverebbe. Da un altro verso non si può nemmeno procedere senza conoscere la tradizione da cui si proviene. Ho abbandonato l'idea della contaminazione per introdurre il concetto di sintesi tra i linguaggi che fanno costantemente parte di ognuno di noi.
Ho preso quindi una direzione diversa, per qualche tempo ho collaborato con Mirko Signorile al piano, Roberto Ottaviano, e il batterista Vincenzo Lanzo. Con questa formazione abbiamo inciso l'album “Il peso delle nuvole”, sempre per la Splasc(h) Records, insieme al violoncellista olandese Ernst Reijseger, con il quale poi ho suonato in alcuni festival.
Il lavoro successivo, di una certa maturità, si chiamava “Rouge!”, sempre per la Splasc(h) Records e sempre con la presenza di Ernst Reijseger. La formazione era però mutata con l'introduzione del chitarrista foggiano Antonio Tosques, la fisarmonica di Luciano Biondini ed il violino del barese Leo Gadaleta. E' stato un periodo abbastanza proficuo, abbiamo lavorato in molti festival e c'è stato un bel riscontro di critica. Tra l'altro la grafica dell'album esprimeva perfettamente lo spirito dei brani. C'era un'improvvisazione in libertà vigilata, un ottimo equilibrio tra scrittura e arrangiamento. Da una costola di questo quartetto è nato un trio denominato Small Ensemble con Luciano Biondini e Antonio Tosques, con cui abbiamo inciso un album per l'etichetta pugliese Dodicilune, con la quale c'è un rapporto di grande stima e sinergia. In seguito ho dato vita ad un ensemble fantasma, infatti la band con cui ho registrato l'album successivo, “Stupor Mundi”, non si è dedicata ad alcuna attività concertistica. E' un lavoro che amo molto e mi rappresenta. Ho portato il repertorio in giro in quartetto con Luciano Biondini, Gianni Iorio al bandoneón e Antonio Tosques. Era una formazione senza batteria a cui si è aggiunto un quartetto d'archi. Ho avuto anche la preziosa collaborazione di altri tre arrangiatori che hanno messo mano a mie composizioni: Luigi Giannatempo, Andrea Morra e Antonio Molinini.
L'ultimo è un progetto di sintesi tra tango e jazz il cui nome è “Nuevo Tango Ensemble”, che vede Gianni Iorio al bandoneón e Pasquale Stafano al piano. E' un trio, diventato anche quartetto, che partendo dall’idea Piazzolliana di far incontrare il nuevo tango con il jazz, ha poi trovato un repertorio originale ed una notevole cura degli arrangiamenti, ed è riuscito a ricalcarsi uno spazio importante nel panorama europeo. Da anni suoniamo nei migliori festival e jazz club in tutto il mondo.

Come riesci a conciliare la tua carriera di musicista con quella dell'insegnamento?

Riesco ad abbinarli felicemente poiché fanno parte di me stesso. Fin da bambino ero eclettico, affronto i due impegni in maniera giocosa e felice. Non credo di essere l'unico eclettico. Una gran parte di musicisti sono stati anche insegnanti. Leggevo curiosamente l'altro giorno che lo scrittore Anton Čechov, non che voglia paragonarmi a lui, era medico e consulente del Ministero della Sanità in Russia. Questo è un esempio di come talvolta si riescono a condurre delle attività apparentemente lontane. Spesso e volentieri riesci a godere di entrambe e dare il meglio. Ho una vita molto intensa, va bene cosi.

Come mai hai iniziato a suonare la chitarra e successivamente sei passato al basso elettrico?

Sono due fatti distinti delle mia giovinezza. Ho iniziato a suonare la chitarra a 11 anni, sono fratello di un grande pianista classico docente al Conservatorio di Bari, sono cresciuto intriso di musica classica. Inoltre mia sorella è cantante e mio cognato è un direttore d'orchestra: una famiglia nella musica. Nonostante avessi un approccio felice allo strumento ad un certo punto ho perso l'interesse per la musica. Forse è stato l'aspetto troppo accademico e l'eccessivo peso dato alla rilettura ed all'interpretazione di musiche scritte ad allontanarmi. La mia creatività personale era frenata. Quando hai 15 anni le decisioni non sono cosi razionali. Ho scoperto il basso elettrico nei miei 3 anni di immersione in ascolti adolescenziali di musica pop e rock. Per una serie di circostanze, iniziai ad ascoltare il jazz dei grandi boppers ed hardboppers. In seguito iniziai ad amare artisti come Jan Garbarek, Pat Metheny, Ralph Towner e gli Oregon. Sono stati dei miti che mi hanno consentito di allargare gli orizzonti e di recuperare la mia formazione di chitarrista classico e la mia essenza di musicista italiano e pugliese.

Il tuo ultimo lavoro discografico da leader?

Il progetto è uscito a fine 2012 per l'etichetta Dodicilune con il nome “Blue from Heaven” e l'aspetto melodico è preponderante.
E' un disco molto romantico, nel senso etimologico del termine. Una musica che liberi la fantasia e che faccia immaginare mondi, cieli e sentieri lontani dalla dimensione del qui ed ora.
Include un nuovo repertorio che comprende una piccola rivoluzione: niente più chitarra ma il pianoforte. Un ritorno all'insegna di un equilibrio abbastanza evidente tra l'arrangiamento, la scrittura e l'improvvisazione. Ho voluto una idea che fosse un po' più nella tradizione del jazz. L'ho inciso con il grande sassofonista Paul McCandless, che è stato uno dei miei miti formativi. Sono stato molto felice quando gli ho sottoposto il mio precedente lavoro chiedendogli se fosse interessato a collaborare: lui ha subito accettato. Si aggiungono alla batteria Michele Rabbia ed al piano John Taylor, un gigante del pianoforte jazz contemporaneo. Quando sono entrato in studio e ho visto John e Paul ho realizzato che si potesse fare l'album, fino ad allora stentavo a credere che fosse tutto vero.

Quali sono i tuoi progetti per il nuovo anno?

Il 2015 è un anno che attendo con ansia perché sono di prossima pubblicazione tre lavori che rappresentano la mia attività concertistica dell'ultimo anno e mezzo. Il primo progetto dovrebbe dovrebbe uscire in primavera sempre per l'etichetta Dodicilune Records e si intitolerà Gli Amori Sospesi . Si tratta di un album realizzato come una sorta d'atto d'amore verso la musica. Mi accompagnano Nando di Modugno, chitarrista classico e grandissimo improvvisatore, e il superbo Gabriele Mirabassi al clarinetto.
Ci siamo incontrati e abbiamo selezionato una serie di brani, perlopiù melodici, che provengono ed esplorano, prevalentemente, il mondo della musica latina, in particolare il Brasile, di cui Mirabassi è uno dei più profondi conoscitori. E' un disco caldo e romantico anche per una questione timbrica legata alla scelta degli strumenti.
Partecipano due ospiti femminili: la cantante italiana Cristina Renzetti e Mônica Salmaso, la più importante interprete attuale della musica popolare brasiliana. Una voce penetrante, unica ed essenziale.
L'altro progetto, già inciso, è una rilettura della musica del pianista Bill Evans a nome di un quartetto composto dal sottoscritto, Paul McCandless alle ance, John Taylor al piano e Michele Rabbia alla batteria.
Il timbro elegante e tornito di Mccandless si sposa perfettamente con la sensibilità europea di uno dei più grandi pianisti della storia del jazz.
John Taylor è sicuramente uno dei pochi in grado di reinterpretare il pianista americano senza trasformarsi in un mero pedissequo seguace. Il risultato è splendido. Abbiamo incluso nel progetto i brani più significativi, come ad esempio Time Remembered, Very Early, Turn Out the Stars.
L'ultimo progetto, a cui mi sto ancora dedicando, è un duo con il bassista pugliese Vincenzo Maurogiovanni che comprende l'uso sia del basso elettrico che di quello acustico. Con Vincenzo l'intesa è perfetta poiché condivide con me una certa estetica ed un grande amore per la tradizione musicale europea.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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©Andy Magazine 2014. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Nicola Barin
Soggetto: Pierluigi Balducci
Luogo: Bari
Foto: Patrizia Strippoli
Web: FB.Pierluigi Balducci

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