Banner

ANDREA POZZA

Andrea Pozza è una delle più autentiche voci del piano jazz italiano.

pozza_head

Considerato, e a ragione, una delle più autentiche voci del jazz della “generazione di mezzo”, Andrea Pozza, genovese, calca le scene sin dalla fine degli anni Settanta. Nessun compromesso, nessuna dichiarazione sopra le righe, Pozza ha eletto il piano jazz al centro della sua vita. Con lo sguardo sempre attento verso possibili aperture, forte di un’esperienza maturata attraverso incontri, studi e sperimentazioni tra le più svariate.

A differenza di tanti tuoi colleghi pianisti, non ti sei convertito al jazz dopo un percorso didattico di estrazione classica. Sei nato jazzista…

Esatto. Ho iniziato ad avvicinarmi al pianoforte all’età di quattro anni grazie all’influenza di mio padre che lo suonava. A parte alcuni esercizi fondamentali di base, ho cominciato a suonare qualche standard partendo subito dal jazz. Fu sempre grazie a lui che un giorno mi trovai a improvvisare su di una partitura che aveva adattato per me. Credo fosse “Manhattan”. A mia volta cominciai a variarla e ad improvvisarci su di una chiave blues. A dieci anni, quando sono entrato in conservatorio, sapevo già improvvisare, mentre a quindici sviluppai la mia esperienza frequentando il Louisiana Jazz Club di Genova, accompagnando moltissimi musicisti italiani ed americani.

C’è diversità tra i pianisti “middle age” e quelli ventenni di oggi? Sono cambiati i punti di riferimento?

Credo che la formazione di un pianista jazz non possa prescindere dalla tradizione americana, nello stesso modo in cui impariamo l'inglese basandoci su come lo si parla a Londra… Direi che i punti di riferimento rimangono, almeno credo, quelli dei grandi del jazz. Chiaramente la globalizzazione e la facilità di comunicazione che viviamo oggi, rispetto a venti o trent’anni fa, sta cambiando lo scenario. Probabilmente in futuro New York non sarà più la patria del jazz, ma ci saranno tanti luoghi in tutto il mondo dove musicisti diversi svilupperanno i propri linguaggi e le proprie ricerche musicali. Attualmente, secondo me, è ancora New York che funziona da punto d'incontro e di fusione tra musicisti di tutto il mondo, unendo culture musicali anche diversissime. Lo stesso meccanismo dal quale è nato e si è sviluppato il jazz avviene tuttora in modo ancora più immediato. Inoltre dobbiamo tenere conto del fatto che i musicisti più giovani hanno come background culturale non più solo gli standard, ma anche la musica pop, il rap, e il rock ovviamente. Questo modifica le caratteristiche della loro musica.

Il primo cd a tuo nome lo hai inciso alla soglia dei quarant’anni. Oggi invece incidere pare sia un gioco per i giovani musicisti, rispetto agli anni del vinile…

Penso che ogni musicista debba seguire la propria natura e prolificità compositiva. Ben venga chi riesce ad avere l'ispirazione necessaria per incidere tre, quattro cd in un anno. Personalmente non riesco ad inciderne più di uno o due al massimo. Un lavoro discografico deve essere il coronamento di un preciso progetto. Fare un disco a nome proprio è sempre un’operazione delicata perché deve rappresentare l’artista e il suo pensiero. Per questi motivi sentii l'esigenza di incidere il mio primo cd per la Philology quasi quarantenne.

Restando all’inizio della tua carriera, citerei tre figure fondamentali per i tuoi inizi: Gianni Basso, Luciano Milanese e Tullio De Piscopo…

Luciano Milanese è stata sicuramente la figura più significativa della prima parte della mia carriera. Con lui ho cominciato a suonare professionalmente a sedici anni. Proprio Luciano mi presentò sia Gianni Basso che Tullio De Piscopo. Nei miei primi tre cd Luciano compare come contrabbassista. Sempre grazie a lui cominciai a suonare con gli americani e a partecipare attivamente anche ai gruppi e alle orchestre di Gianni Basso. Gianni e Tullio mi hanno proiettato dall’ambito regionale a quello nazionale. Con Gianni ho condiviso tanti dischi e tante esperienze tra le quali il bel cd “Lush Life” dedicato a Billy Strayhorn. Con Tullio è stato un vero e proprio “potenziamento muscolare” per l'energia che devi sempre impiegare quando suoni con lui. Tra le mie esperienze discografiche insieme a Tullio vorrei ricordare un notevole cd inciso con Luciano Milanese insieme al grande Sal Nistico, “Three For One”.

E poi arrivò Enrico Rava.

Sicuramente. Ma questa è storia più recente. Diciamo che Gianni e Tullio hanno contribuito a perfezionare il mio percorso bop e mainstream. Quando entrai nel gruppo di Enrico Rava avvertii un ulteriore cambiamento nel mio modo di suonare, tanto che accettare le sfide di Enrico mi ha arricchito stilisticamente. La mia formazione è quella del bop classico, ma con Rava si suona in maniera più libera. Dagli accenni alla tradizione si sfocia in arie più free che ti aprono orizzonti fantastici.

Rava è stato per te l’uomo della svolta?

Direi di una delle mie ultime svolte. È capitato in un momento “topico” della mia carriera…

E invece, come “palestra”, hai ricordato il Louisiana che ti ha dato modo di diventare jazzista proprio come si faceva una volta: sul campo.

Del Louisiana ricordo con maggiore soddisfazione gli incontri con Al Grey, Harry “Sweet” Edison e Ray Bryant. Da bambino conobbi persino Teddy Wilson. Oggi non ci sono più i grandi nomi che hanno fatto la storia e che ho avuto la fortuna di incontrare trent’anni fa. Ritengo che l'esperienza di suonare con grandi personaggi del jazz tradizionale è ormai preclusa alle nuove generazioni. Ma è vero che c’è la possibilità di stabilire tante collaborazioni… Anche con musicisti più giovani e di grandissimo valore. Si può riuscire a suonare con Bill Stewart anche solo invitandolo con una mail. Oggi abbiamo tantissimo a portata di mano… A volte si prova un po' la stessa sensazione di quando entriamo in quei grandi magazzini e dopo qualche minuto non sappiamo più cosa scegliere. Bisogna invece avere ben chiaro quel che si vuole: in questo modo direi che è molto più facile realizzarlo oggi che trent’anni fa.

Hai mai sentito affinità con altri pianisti della tua regione, la Liguria, che vanta altri tuoi colleghi di grande rilievo?

Se per affinità intendi dire “concorrenza”, ti rispondo che si tratta di un fattore positivo, perché è molto stimolante incontrare nella propria città pianisti come Dado Moroni, Riccardo Zegna o Gianluca Tagliazucchi. Sapere che sono vicini ti tiene “allerta”e ti fa venire voglia di studiare! Con Dado esiste una bella collaborazione, un duo pianistico, che però non si è ancora finalizzato su disco. Io e Dado riusciamo persino ad affrancarci dalla “genovesità” che è quella barriera comunicativa che continuamente limita noi genovesi e limita Genova, città che pur essendo quasi una metropoli, mantiene una mentalità provinciale.

Allora mi autorizzi a citare un breve aneddoto… Gianni Basso mi raccontò che nella sua orchestra c’erano di solito sei, otto musicisti genovesi. Tra i quali anche tu. Quando vi recavate ad Asti per provare, andavate ognuno con la propria auto perché non andavate d’accordo tra di voi.

Infatti, come ti dicevo si tratta di una mentalità di chiusura ligure che si dipana in tutti gli aspetti della comunicazione umana. Non faccio nomi, però posso dirti che se non fosse per me che ogni anno alzo il telefono per salutare i vecchi amici, sono sicuro che se non lo facessi per altri cinquant’anni, andremmo nella tomba senza più sentirci. È la mentalità genovese, d’accordo, ma almeno l’amicizia dovrebbe esserci.

Qual è stato il progetto più appagante al quale hai partecipato?

Sicuramente il Quintetto di Rava perché la musica che suona Enrico è molto rischiosa ma appagante. Poi direi il mio Trio con Aldo Zunino al contrabbasso e Shane Forbes alla batteria, dove eseguo mie composizioni e qualche standard selezionato e trattato in maniera diversa. Con questo trio ho inciso tre cd: due per la Deja Vu e uno che uscirà presto per la Abeat. Inoltre in questo periodo c’è anche il quintetto europeo a mio nome, con Dick De Graaf, tenorista olandese, Christian Brewer (sax contralto), Jos Machtel (contrabbasso), e Shane Forbes (batteria) del quale è appena uscito “Gull's Flight” per la Abeat, molto apprezzato dalla critica. Infine il quartetto di Rosario Bonaccorso che è una bellissima esperienza. La musica di Rosario riesce a coniugare la tradizione con aperture più moderne. Rispetto a Rava, la musica di Rosario è più legata alla tradizione americana. Con Nicola Angelucci e Fabrizio Bosso ci sono molte soddisfazioni a livello di interplay.

Che ricordo hai dei grandi jazzisti con i quali hai collaborato?

Ho collaborato in un paio di occasioni con Chet Baker. A Perugia suonai con lui insieme a Luciano Milanese. Un trio senza batteria. Grazie allo spirito jazzistico che ha saputo comunicarci e al suo incredibile fascino sembrava che suonassimo insieme da vent’anni, e invece c’eravamo conosciuti venti minuti prima.
Poi citerei Bobby Watson con cui ho suonato l’ultima volta 2 anni fa a Vicenza. Bobby è un musicista straordinario, molto esplosivo e coinvolgente. Poi Clark Terry, un monumento con cui ho inciso un album. Di lui mi colpì quel suono impressionante che riempiva la stanza, la sua simpatia. E soprattutto l’umiltà. Non potrei non citare Johnny Griffin che più di tanti altri suonava veramente con te. Ti faceva sentire di far parte della sua musica e non sempre succede, neppure con i grandi. Di solito fanno la loro musica trascinando a rimorchio chi li accompagna. Tra gli italiani Massimo Urbani e Larry Nocella, due grandissimi musicisti con cui ho suonato varie volte, apprezzando la loro grandezza a sprazzi, perché erano attanagliati dai loro problemi che purtroppo hanno avuto il sopravvento sulla loro arte. Di loro non ci rimane un’adeguata documentazione. C’è qualcosa in più per Massimo, ma a entrambi è mancato il tempo per realizzare qualcosa di più significativo. Specialmente per quanto riguarda Larry.

… Inoltre hai suonato al fianco di musicsti incredibili come Lee Konitz, Steve Grossman, i minguisiani Jimmy Knepper, George Coleman e Jack Walrath e poi ancora James Moody, Harry "Sweets" Edison, Benny Bailey, Charlie Mariano, Eliot Zigmund. Ricordi uno o più episodi divertenti, aneddoti nei camerini, in sala di incisione o in jam con qualcuno di questi grandi personaggi?

Una volta suonavo al Ronnie Scott's di Londra con Steve Grossman, anni Novanta. In quel periodo Steve tendeva ad avere un'alimentazione “sana” e si era appassionato all'uso del ginseng. Spendeva cifre mensili comparabili ad un affitto in ginseng. Una notte, verso le quattro del mattino, suona l' allarme anti incendio e tutti ci precipitiamo nella hall dell'albergo, più o meno in mutande o poco più, essendo usciti di corsa raccattando le cose più importanti a portata di mano, documenti, denaro ecc. Steve scende per ultimo, senza nulla in mano. Il nostro manager di allora, Sandro Berti Ceroni lo guarda e gli chiede: “Steve, ma il sax ?” E Steve con quell' aria da bambino: “Oh, l' ho dimenticato...” poi ci mostra una scatoletta che aveva in mano: “Però ho preso il mio ginseng !”. Un' altra volta abbiamo dovuto fare il primo brano in trio perchè gli si era infilata una radice di ginseng nel chiver e hanno dovuto trovare un sax in prestito per suonare!

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

INTERVISTE CORRELATE
FRANCO D'ANDREA. Tra le firme più importanti del jazz italiano...
PINO SAULO. E' la voce radiofonica del jazz…
MARTA RAVIGLIA. Nuova protagonista del canto jazz...
STEFANO AMERIO. Dal mangiadischi Lesa Mady all’ECM...
LUCA D'AGOSTINO. Tra i fondatori della Phocus Agency...

CHI SIAMO

 

©Andy Magazine 2013. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Gino Fortunato
Soggetto: Andrea Pozza
Luogo: Genova
Foto: Stefania D'Ambrosio
Web: www.andreapozza.it

pozza_1 pozza_2 pozza_3 pozza_4

Share |

Commenti  

 
0 # Marcelino 2017-07-05 21:09
Hi guys! Who wants to meet me? I'm live at HotBabesCams.com, we can chat, you can watch me live for free, my nickname is Anemonalove: https://3.bp.blogspot.com/-u5pGYuGNsSo/WVixiO8RBUI/AAAAAAAAAFA/JWa2LHHFI2AkHParQa3fwwHhVijolmq8QCLcBGAs/s1600/hottest%2Bwebcam%2Bgirl%2B-%2BAnemonalove.jpg ,
here is my pic:

https://3.bp.blogspot.com/-u5pGYuGNsSo/WVixiO8RBUI/AAAAAAAAAFA/JWa2LHHFI2AkHParQa3fwwHhVijolmq8QCLcBGAs/s1600/hottest%2Bwebcam%2Bgirl%2B-%2BAnemonalove.jpg
Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

facebook_icontwitter_icon
Banner

News

Luca Zaramella su Radio Classica venerdì 26 maggio alle ore 11 parlerà di 'Come Hell Or Hight Water' di Filippo Cosentino e Federica Gennai

Francesco Orio Trio il 17 Luglio ad Aarhus Jazz Festival per il 12 Points il contest più importante d'Europa

Francesco Orio Trio il 4 novembre presenta in prima nazionale 'Causality Chance Need' al Teatro San Domenico (CR)

Newsletter

Cerca

Banner