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GIOVANNI FALZONE

Giovanni Falzone artista coerente e di grande personalità. E’ uno dei musicisti jazz di punta della nuova generazione.

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Ha iniziato a suonare la tromba nella banda del suo paese, Aragona in provincia di Agrigento. Iscritto al conservatorio “Vincenzo Bellini” di Palermo ha in seguito intrapreso gli studi classici diplomandosi in soli quattro anni. Ma l’incontro tra Giovanni Falzone e la musica afroamericana è invece avvenuto in maniera del tutto casuale. Come spesso si dice: “corsi e ricorsi del jazz”…

“Around Ornette” è il tuo ultimo album ed è dedicato a Ornette Coleman. Come mai la tua attenzione è ricaduta su questo musicista?

La prima volta che ascoltai Ornette Coleman, e per l'esattezza l'album “Free Jazz”, non ne rimasi particolarmente colpito; anche se il personaggio mi incuriosiva molto. Subito dopo compresi che avevo sbagliato qualcosa nell’approccio, così iniziai a procurarmi tutti i dischi precedenti. Da quel momento incominciai a scoprire un mondo meraviglioso, fatto di un lirismo visionario che aveva il potere di incantarmi. Mi sono innamorato talmente di Coleman al punto che su di lui ho redatto la mia tesi di diploma al corso di jazz del conservatorio di Milano. In realtà da quel momento sono passati circa dieci anni, ma nella mia testa è sempre cresciuta la volontà di dedicare un album intero a questo gigante della musica.

Come lo hai concepito?

Avendo trascorso diversi anni in orchestra sinfonica ho avuto la fortuna di poter assorbire molte sonorità, specialmente della musica del Novecento. Considerato poi che Coleman ne è stato uno dei maggiori artefici, ho deciso di pensare ad un “tribute” che abbracciasse il jazz, la musica classico-contemporanea e tutte le forme musicali derivate. Non è assolutamente un caso che l'album inizi e si concluda con due brani fortemente legati alla tradizione, seppur trattati con un linguaggio contemporaneo. Sia nella composizione che nell’arrangiamento, ho cercato di mantenere la stessa concezione per tutti i brani, così che l’intero progetto potesse mantenere un’omogeneità di suono. Ho impiegato le voci del quintetto sia in forma orchestrale, seppur in miniatura, utilizzando cellule e frammenti tematici dei brani di Ornette, rielaborati sottoforma di background e special , sia in forma di combo, affidando lo sviluppo della forma alla creatività estemporanea di ciascun musicista. Considero Coleman un caposcuola assoluto del jazz moderno, e questo album è un mio modo personale di ringraziare un musicista che, con la sua libertà di espressione, è stato capace di rendere il jazz ancora più infinito.

Ma tu avevi già dedicato un album a due musicisti importanti: “Around Jimi - storia di un incontro immaginario”.

Ho sempre sentito parlare dell’incontro musicale, che purtroppo non è mai avvenuto, tra Miles Davis e Jimi Hendrix, e mi sono domandato cosa sarebbe accaduto se fosse successo. Così, affascinato da questi due giganti della musica, ed essendo io stesso intollerante alle barriere musicali, in occasione del quarantesimo anniversario dalla morte di Hendrix, ho deciso di intraprendere una sorta di “viaggio immaginario” con brani di mia composizione, di Hendrix e di Davis da me arrangiati. L’album è nato proprio così. Questo progetto rappresenta per me, oltre che un modo per soddisfare la mia curiosità nei confronti della musica a 360 gradi, una maniera alternativa di intendere l’ormai vastissimo universo del jazz, genere musicale che mantiene ancora la magia di fare della continua metamorfosi la sua più grande ricchezza.!

Quest’ultimo album lo hai inciso con “Le Mosche Elettriche”. Com’è nato il gruppo?

È nato intorno al 2006 per soddisfare una mia necessità di sperimentare suoni elettrici. Improvvisamente ho iniziato ad interessarmi nuovamente alle sonorità rock che avevano accompagnato la mia adolescenza. Avvertivo la necessità di ricercare, anche attraverso l’utilizzo di strumenti elettronici, le formule compositive che fino a quel momento avevo utilizzato solamente in ambito acustico.

Quali invece tra le tue collaborazioni ritieni le più importanti?

Credo che tutte le collaborazioni che ho fatto fino ad oggi, sia nella classica che nel jazz, abbiano dato al mio background qualcosa di importante. Non riesco a fare una graduatoria. Non mi sono mai sentito un vero e proprio side-man , tanto è vero che dal 2001 al 2007, periodo trascorso con l’etichetta Soul Note, mi sono dedicato solo alla realizzazione dei miei album (“Music For Five”, “Big Fracture”, “Earthquake Suite”, “Suite For Bird”, “Meeting In Paris”, “R-Evolution Suite”), e al desiderio di delineare al meglio il mio tragitto di musicista. Di conseguenza ho sempre cercato di centellinare le mie collaborazioni. Inoltre, per natura, non amo trovarmi in situazioni non adatte al mio modo di concepire la musica, e visto che non ho la presunzione di “essere nel giusto”, quando percepisco che non ci sono i presupposti per far partire una collaborazione preferisco lasciar perdere. Mi piace, invece, trovarmi in situazioni dove i musicisti che mi chiamano sappiano impiegare al meglio le caratteristiche di tutti i membri del gruppo. Non amo entrare nei progetti degli altri se si esige che io sia diverso da ciò che sono, ed è per questo che negli anni ho fatto diverse rinunce. A volte un solo NO vale più di mille SÌ.

Una delle tue più fortunate collaborazioni è quella con il Tinissima Quartet. Ce ne vuoi parlare?

È una collaborazione che dura da circa cinque anni, e con all’attivo oltre 200 concerti. Per me suonare con il Tinissima Quartet equivale quasi a come suonare con un mio progetto. Credo che il segreto di questa riuscita collaborazione stia proprio qui! Francesco Bearzatti, oltre che ad essere un musicista straordinario, ha avuto la capacità di farmi sentire a casa fin dall’inizio. Per come sono fatto io, pur riconoscendo l’importanza di saper essere side-man , non avrei resistito così a lungo. Credo che Tinissima avrà ancora vita lunga. Lo spirito rivoluzionario e la stima tra i componenti mi lascia pensare a questo.

E le tue esperienze all’estero?

Le mie attività all’estero, per fortuna, risultano essere in costante crescita, specialmente in Francia. Inoltre ho constatato che fuori dal nostro paese c’è una maggiore attenzione per la progettualità e la meritocrazia. In Italia, ad esclusione di pochissime realtà, questa attenzione sta venendo sempre meno perché il nostro paese e molti degli addetti ai lavori, stanno subendo uno sconfortante impoverimento politico-culturale.

I tuoi progetti per il futuro?

Portare in giro il mio nuovo album “Around Ornette”. Poi sto lavorando ad un lavoro orchestrale: una suite, sempre alla mia maniera, dedicata ai Led Zeppelin che presenterò in prima assoluta il 21 aprile 2012 al Teatro Villoresi di Monza. Poi le mie varie formazioni che coltivo da tempo: le Mosche Elettriche, Electris, il duo con Paolino Dalla Porta, quello con il pianista francese Bruno Angelini, e la Contemporary Orchestra. Ho capito che amo avere più situazioni musicali, così ho la possibilità di evitare la routine che a volte per un musicista può diventare davvero una trappola dannosa.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Cinzia Guidetti
Soggetto: Giovanni Falzone
Luogo: Milano
Foto: Fabio Orlando
Web: www.giovannifalzone.com

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