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LUCA NOSTRO

Luca Nostro è tra i più complessi chitarristi jazz della nuova scena italiana. Ricercatore instancabile, si divide tra l’Italia e New York.

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Quarant’anni (…41, per la precisione) e non sentirli; piuttosto, provare a farli sentire agli altri - e per intero - attraverso nuances armoniche sempre nuove, sperimentazioni in connubio anche con attori teatrali e artisti visivi come Carlo Ragone o Stefano Tonelli. Luca Nostro è uno dei più versatili chitarristi jazz della scena italiana, anzi italoamericana: i suoi lavori discografici hanno infatti un radicatissimo imprinting Usa e il suo cuore musicale, almeno in parte, è inevitabilmente stars&stripes.

Difficile immaginarsi globetrotter del jazz, quando sei ancora un “ragazzo di borgata”…

La mia vita è stata sempre segnata un po’ dal tormento. Ho vissuto perennemente di corsa, perché sono abituato da sempre a fare tante cose insieme. A dieci anni ho iniziato a studiare pianoforte e al tempo stesso giocavo a pallacanestro, che allora per me era la cosa più importante… facevo il playmaker, ho giocato a lungo anche in serie C. Poi il liceo… Insomma, per tanti anni ho mantenuto più impegni simultaneamente. Diciamo che per sposare il Sogno, per giungere alla decisione concreta di fare solo il musicista, l’ho presa un po’ alla larga…

Non eri convinto d’intraprendere la carriera musicale?

In realtà avrei voluto occuparmi di filosofia; e poi questa passione l’ho ripresa anche, approfondendo visceralmente la filosofia della musica. In seguito, col passare degli anni, ho ristretto il campo a quel che volevo “veramente” fare e tutto il resto, dal basket alla laurea in Giurisprudenza, è passato un po’ in secondo piano. Un bagaglio di formazione che comunque non mi lascia mai.

Più che intrigante è invece il tuo legame con la Grande Mela…

In effetti, a New York ho inciso i miei quattro dischi, tre dei quali come leader. E lì, se è per questo, grazie ai playground nelle mie mattinate statunitensi ho trovato anche una “seconda giovinezza” cestistica… in fondo, tutto torna. Ma questo è un altro discorso!

Quanto tempo passi ogni anno a New York? Com’è nata l’idea di trascorrere all’estero buona parte della vita e perché proprio NY?

Tutte le tappe importanti della mia vita sono avvenute per “salti” traumatici, anche se magari preparati per anni, in precedenza. La svolta newyorchese è avvenuta nel 2005. Dopo la laurea in legge, ho lavorato per un triennio all’Ina e poi sono stato chiamato come socio nella Percentomusica, fondata e diretta dai miei insegnanti come Massimo Moriconi e Fabio Zeppetella: una sfida stimolante, sicuramente. Ma dal 2004 al 2006 abbiamo vissuto una fase pionieristica: fondare la società, trovare una sede… insomma, lavoravamo tantissimo e suonavamo ben poco. Un po’ esasperato da questo, ho deciso: mi prendo un mese e vado a New York. Lì, però, ho avuto una specie di “rivelazione”: tra tradizione e contemporaneità non c’è alcuna cesura. Visto che non sarò mai Wes Montgomery, ho sempre pensato, tanto vale tentare una mia strada: ecco perché l’aspetto compositivo in quel che scrivo è determinante. La mia musica sarà anche cervellotica, però in Italia non riuscivo a trovare musicisti disposti a mettersi in gioco con musica originale. Nella Grande Mela, ho conosciuto un contrabbassista che m’ha invitato a suonare col suo gruppo: per prima cosa, loro mi hanno chiesto un mio pezzo originale, suonandolo proprio come l’avevo pensato. Così, è venuto tutto in modo molto naturale...

Hai avuto difficoltà nell’incidere i tuoi dischi made-in-Usa?

Al contrario. Dopo quella prima breve esperienza, sono tornato nel 2006: nel giro di un mese ho scritto tutti i pezzi del mio primo disco e li ho registrati in due giorni appena, avvalendomi di musicisti di tecnica e preparazione eccezionale. Del resto, in America è tutto “grande”: un musicista di livello lì fa 200 date l’anno, e specie nel jazz è proprio stare sul palco e suonare che ti fa crescere. Così ho registrato il mio primo lavoro con Donny McCaslin e Dan Weiss; il secondo con Scott Colley e Antonio Sanchez, il batterista di Pat Metheny; il terzo con Mark Turner; il quarto, in uscita nei prossimi mesi, ancora con McCaslin… Lo studio di registrazione è diventato una mia seconda famiglia, al punto da sponsorizzarmi per il visto triennale per il soggiorno negli Stati Uniti, in modo da intensificare il mio rapporto col territorio e con lo stesso sistema musicale newyorchese. Finora, grazie all’Auditorium di Roma, ho potuto solo collaborare nel maggio 2011 con la grande videoartista Martha Colburn la prima volta e, pochi mesi dopo, nell’ambito degli Italian Jazz Days, i concerti dell’Istituto di cultura italiana a New York che hanno per direttore artistico il pianista pugliese Antonio Ciacca, ho pure suonato allo Smalls. Un club famosissimo dov’ero stato già decine di volte, a vedere concerti.

Hai avuto uno stuolo di collaborazioni prestigiose – da Mark Turner a Michael Rosen, da Piero Pelù ad Antonio Sanchez, fino a Mariano Rigillo – e formazioni diverse. Un’opzione precisa o ti è “capitato”?

In me, resta salda la curiosità verso l’altro; da questo punto di vista mi reputo molto fortunato. Fermo restando che il jazz rispecchia al top la mia anima e che comunque il richiamo della musica afroamericana batte tutti gli altri, come musicista sono aperto a qualsiasi cosa… La musica è una, e negli Stati Uniti ancor di più non contano le definizioni: per loro, il groove è uno e basta. Ho da tempo un progetto con una cantante R&B, Kavi Pratt. Per non parlare della musica elettronica e dell'hard rock abbracciati con gli Electric Posh, un progetto del tutto in linea rispetto al mio percorso, incentrato quasi interamente su composizioni originali e su alcune rivisitazioni di brani rock, con Luca Pietropaoli alla tromba. Dopotutto, quando ho iniziato a suonare la chitarra elettrica i miei idoli erano i Led Zeppelin, così potenti e così pervicacemente intrisi di black music … The Beginning, il primo disco di Electric Posh rappresenta al meglio l'idea di unire l'approccio improvvisativo del jazz con la potenza del rock e la possibilità di sperimentare dell'ellettronica: è una sfida con qualche rischio, perché abbiamo deciso di rinunciare alla ritmica e di sostituirla con loops e live electronics suonando quasi tutto live, però è anche affascinante la libertà che una formula del genere ti può dare. Devo dire comunque che fino ad oggi il luogo dove mi sono sbizzarrito di più è senz'altro il Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretta da Tonino Battista, orchestra stabile dell'Auditorium di Roma di cui faccio parte come chitarra elettrica da tre anni. Lì ho potuto realizzare tutti i miei sogni proibiti: dalle prime mondiali di Steve Reich, ai concerti per 100 chitarre elettriche, da Frank Zappa e Jacob TV fino alle collaborazioni con Piero Pelù e Stef Burns, il chitarrista di Vasco Rossi.

Continuiamo a parlare di geografia, in un certo senso: il tuo cognome rimanderebbe prepotentemente alla Calabria. O no?

Io sono nato e cresciuto a Roma però mio padre è di Seminara, nella Tirrenica reggina. E mio nonno, nel Ventennio, fu il direttore del complesso bandistico di Seminara, in atto diretto dal maestro Bruno Zema e oggi intitolato proprio a mio nonno, Vincenzo Nostro. Che peraltro ha avuto l’onore di studiare col grande compositore palmese Francesco Cilea, lanciando una sua opera, Le Scene Calabresi, successivamente rappresentata anche alla radio; mio zio ha tutto l’archivio delle opere scritte da mio nonno, i suoi arrangiamenti, le opere non ancora eseguite… magari non “figlio”, ma sicuramente sono “nipote d’arte”!

Quanto c’è delle tue origini nella tua musica?

Sai, d’estate fin da piccolo ci ritrovavamo con tutti i parenti a Seminara e immancabilmente in occasione della Festa della Madonna dei Poveri, che in me ha sempre suscitato un richiamo tutto particolare. Per non parlare del derby familiare che nasceva in fatto di spiagge, perché mia madre è della Versilia; detto tra noi… quelle calabresi sono nettamente meglio! L’aria di quella festa, per me, è stato sempre un ricordo molto molto forte: vedere e sentire questi riti tra il profano, il pagano e il religioso… e poi quella musica, le note della banda… In manifestazioni come queste accanto a odori e sapori marcati c’è una componente ritmica molto forte, che “si fa sentire”.

Gli echi bandistici, un proto-esempio di street music?

Mah, io ho avuto un’insegnante di pianoforte molto brava, con cui avevamo pure un’orchestra per bambini che s’è prodotta anche in belle esibizioni; spesso, però, l’insegnamento della “classica” fa dimenticare che la musica non è solo uno spartito… Con questa disciplina ferrea legata solo a solfeggi e pentagrammi, la dimensione dell’ascolto finisce per sparire completamente. Per dire, Dave Brubeck & Modern Jazz Quartet io ho avuto modo di sentirli per la prima volta solo grazie a mio padre, in macchina, incolonnati lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria… Eppure, fin da piccolo quel che volevo era “creare qualcosa”, anche se non sapevo bene come. E sentire quelle note mi ha aiutato, ha contribuito a portarmi dove volevo andare.

Ma cosa significa per te suonare? E che rapporto hai col tuo strumento?

Guarda, suonare la chitarra mi ha fatto risolvere dei problemi che avevo. Senza presunzione, a me riuscivano bene tante cose: andavo bene a scuola, giocavo bene a basket eccetera, così all’esterno sembravo una persona solare, mentre “dentro” non ero così. A 21 anni, d’un tratto ho deciso che la chitarra sarebbe stata la mia vita forse perché, quando sono andato a studiare all’Università della Musica, era l’unica cosa che non mi riusciva molto bene, era quella in cui riponevo le mie maggiori aspettative. Quando c’era da leggere, da “fare il bravo studente” non c’erano problemi; ma quando c’era da improvvisare, ero completamente bloccato. Così, saper suonare bene la chitarra s’è rivelato l’unica via per sciogliere questo nodo latente. Da un lato, la chitarra è uno strumento easy: lo porti addosso, lo porti con te, come diceva Segovia è forse “lo strumento più facile da suonare male”, da strimpellare; certo però rispetto ad altri strumenti come il pianoforte ha una difficoltà maggiore, per tirar fuori una sola nota serve l’interazione di entrambe le mani, secondo il tipo di musica da produrre lo strumento che devi usare cambia anche fisicamente, dalla chitarra classica a quella elettrica... Tutti fattori affascinanti, che mi hanno stregato. E aiutato, anche.

Una delle cose più peculiari che fai, tuttavia, è quella con Eleonora Bordonaro: il tributo alle grandi vocalist come Mercedes Sosa, omaggio nient’affatto scontato alla pink music…

Da brava siciliana, Eleonora Bordonaro mi ha riportato a sud, al Sud del mondo: è un altro aspetto dell’Africa che m’interessa quello, dalla musica latina a quella popolare del Mezzogiorno, che purtroppo frequento poco. Eleonora ha un’energia molto forte e anche stare sul palco con lei, intrecciando queste storie di donne è qualcosa di molto significativo e assai personale, perché lei rimette in discussione tutte le mie sofisticherie e suonare con lei è molto stimolante. Ha indubbiamente il piglio di una cantante che “deve dire qualcosa”: troppo spesso gli interpreti dimenticano che c’è anche un testo che deve prendere forma. C’è una questione d’intensità, di linee sottotraccia spesso sottovalutata: in molti casi non bastano le note, da sole, a farti volare.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Mario Meliadò
Soggetto: Luca Nostro
Luogo: Roma
Foto: Emilio D'Itri
Web: Luca Nostro

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Commenti  

 
0 # 2012-11-27 15:11
Luca è un grande musicista, ho avuto modo di entrare in contatto con la sua musica ed ho assistito anche al concerto allo Smalls ed è stato veramente molto emozionante. L'energia che sprigiona la sua musica è elettrizzante, forse complicata nell'esecuzione ma così semplice nell'arrivare subito al cuore.
Lara
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0 # Angelina 2017-11-26 19:17
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