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ROBERTO MASOTTI

Roberto Masotti è tra i maestri più apprezzati della fotografia jazz contemporanea.

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Quel tavolino da bar vecchio e consunto col quale girò per tutto il mondo lo ha reso celebre, confermandolo tra i maestri più apprezzati della fotografia jazz contemporanea. Per diciassette anni, insieme alla compagna Silvia Lelli, è stato fotografo ufficiale per il Teatro alla Scala di Milano, mentre per quasi quaranta ha rappresentato per immagini alcune tra le più belle copertine storiche pubblicate per l’etichetta tedesca ECM. Odia ripetersi…

Come ti poni oggi di fronte al jazz dopo la tua onoratissima e lunga carriera?

È vero… Ho oramai una lunga esperienza professionale e artistica nei confronti delle performing arts , di cui il jazz è solo una parte. Parte consistente, dalla quale ho preso le mosse, non lo dimentico, assieme ad un certo rock e alla musica contemporanea “colta”, si diceva allora… quella che comunque rappresenta tuttora uno dei filoni della mia esperienza. Una cosa bella è che il filo non si è mai interrotto e che il jazz, il cui panorama è nel frattempo assai cambiato, mi interessa come all’inizio. Certo ne inseguo meno le novità e le infinite variazioni ma, nel suo complesso, credo di averne un’immagine sufficientemente aggiornata. Mi pongo sempre di fronte ad una forma d’arte con curiosità e tendo ad informarmi dei nuovi risvolti culturali e delle nuove tendenze, degli incroci, o meglio, delle esperienze trasversali, che di tanto in tanto intervengono a svecchiare il quadro generale.

Quali sono i lavori sul jazz di cui vai più fiero e qual è l'episodio che meglio ti inquadra in questo ambito?

Anche in questo caso, indico in primis un lavoro che comprende figure del jazz, ma che si allarga parecchio al panorama musicale degli anni Settanta: “You Tourned The Tables On Me - 115 Ritratti di Musicisti Contemporanei – 1974/1981”. Seguono poi: “Jazz Area, la Mia Storia con il Jazz in 30 Quadri” che come il precedente ha avuto una fortunata e lunga stagione espositiva e “Life Size Acts” che è un’opera non ancora conclusa e mai pubblicata. Recentemente tramite una bella pubblicazione giapponese molto dettagliata, ho inoltre potuto contare 150 tra LP e CD ECM su cui ho pubblicato fotografie, tra cui almeno 30 copertine.
A partire dal 1997, anno in cui a Roccella Jonica è andato in scena il concerto con video e danza “Il Giro del Tavolo”, ho intrapreso un percorso per così dire “multimediale” che mi ha portato verso “improWYSIWYG”, format di improvvisazione con video assai dinamico e innovativo. Ma, tranquilli, la fotografia è sempre presente! Una relazione particolarmente stimolante in termini creativi si è invece instaurata, in anni recenti, con i festival di Somigliano e Novara, proprio come è stato nel passato con Roccella Jonica e specificatamente con Paolo Damiani, il direttore artistico. Lui mi ha poi condotto alla meravigliosa (ma difficile) esperienza di “Charme Mediterranéen” con l'Orchestre National du Jazz di Parigi, altra tappa per me da ricordare.

Ma nel frattempo è cambiato il tuo stile? Ti diverte ancora fotografare?

La fotografia di spettacolo, jazz incluso ovvio, ha sicuramente beneficiato dell’introduzione del digitale, secondo diversi aspetti, rendendo più agile e compatto l’agire. Non esiste più la dicotomia sorgente tra bianco nero e colore, e quindi anche quell’eccessiva mitizzazione della prima modalità, ormai spacciata come la più propria e caratteristica. I tempi cambiano e anche psicologia e pensiero si debbono adeguare, mi sembra. Non saprei dire se lo stile è cambiato parallelamente a supporti e mezzi; direi di no. O almeno non sensibilmente. Saranno altri ad analizzare tutto ciò. Mi divertirei di più se ci fossero possibilità professionali nel pubblicare storie sul jazz e di procedere con quel tipo di interventi e di “narrazione” che sono stati una caratteristica degli anni Settanta e Ottanta, almeno per me. Continua comunque a piacermi e a divertirmi la frequentazione dei musicisti. Con alcuni coincide con un’amicizia lunga almeno quarant’anni.

Come è cambiato a tuo giudizio il rapporto fra fotografia e realtà?

Il fotografo rispetta e registra la realtà del jazz nelle sue forme, cercando, nel processo, di divenire più analitico. Personalmente mi è sempre interessato costruire e sentirmi libero di farlo.

Ma quando sei con la tua macchina fotografica, aspetti che succeda qualcosa oppure hai già un tipo di idea chiara?

Se ho con me l’attrezzatura fotografica sono pronto a sentire il richiamo o anche l’urgenza di realizzare fotografie che abbiano un senso in riferimento a quanto accade. Più spesso so cosa andare a fare avendo in testa, di base, delle immagini da realizzare. In ogni caso sono sensibile alle sollecitazioni, anche psicologiche, del momento.

Esiste un qualche tipo di complicità fra jazzista e fotografo? Si può sviluppare ulteriormente?

Prima citavo la lunga conoscenza, l’amicizia con un artista… e potrei proseguire con la prossimità, o anche la semplice voglia di conoscere, di lasciarsi conquistare da una nuova figura. In queste condizioni si sviluppano le occasioni per realizzare qualcosa sempre più in profondità.

Quali sono stati i tuoi amori e cosa ascolti in camera oscura?

In camera oscura non ascolto nulla perché non la possiedo più da tempo. Amori e ascolti? Shepp, Ayler, Lacy, Coltrane (sia John che Alice), Monk (sia Thelonious che Meredith), Parker (sia Charlie che Evan e già che ci siamo anche William), Davis (Miles ovvio), Zappa (c’entra), Cage (c’entra), Garbarek, Jarrett, Surman, Bennink, Mengelberg, Brotzmann, Blue Note, Sun Ra, McLaughlin, Metheny, Frith, Reichel, Bailey, Rava, Mazzon, Petrella ma...un attimo! Perché proseguire nell’interminabile elenco? Accontentatevi di quanto è passato... e di quanto (tanto) escluso!

Cosa dovrebbe migliorare della scena jazzistica italiana?

Ah questo poi è troppo! L’immagine nel mondo, direi… e a più vasto raggio nel rispetto delle diversità, anche tra più “popolare” e più “radicale”. Tra più “tradizionale” e “innovativo”.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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©Andy Magazine 2012. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Vittorio Pio
Soggetto: Roberto Masotti
Luogo: Milano
Foto: Roberto Masotti
Web: MY LIFE/MY MUSIC

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Commenti  

 
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