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ALDO BASSI

Aldo Bassi, artista eclettico e dalla forte personalità è uno dei più rinomati trombettisti jazz.

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Romano, ha cominciato a dedicarsi alla musica a soli sette anni suonando il pianoforte. Oggi, Aldo Bassi è uno dei più rinomati e “totali” trombettisti del jazz europeo. Artista serio ed eclettico, nella sua discografia ha addirittura sfidato se stesso incidendo in perfetta solitudine. Coraggio, personalità e padronanza dei propri mezzi tecnici caratterizzano le scelte artistiche di un musicista che ha fatto della propria versatilità un assoluto punto di forza. Non solo nel senso poliedrico e viscerale del termine.

Aldo, sei nato pianista ma poi sei passato alla tromba. Come spieghi questo drastico cambiamento, sia pur avvenuto in età giovanissima?

Credo che alla base della scelta ci sia la mia innata passione per la ricerca di cose nuove e particolari. Poi sono “nipote d’arte”, nel senso che mio nonno era primo flauto dell’Orchestra Sinfonica della Rai e quindi fui subito indottrinato alla musica. Quando avevo sette anni, in famiglia mi misero di fronte al pianoforte. Ma mi proposero a una maestra severissima, di vecchio stampo. E, a quell’età, una matita appuntita sulle mani, con 10 lire sopra al dorso che non dovevano cadere nei passaggi più difficili, non era cosa gradevole. Quindi smisi di suonare proprio a causa sua. Dopo un anno di pausa, decisi di provare con la tromba e quello diventò il mio strumento per sempre. Cominciai così un percorso classico-accademico che mi ha portato a conseguire il diploma a diciannove anni, presso il Conservatorio Santa Cecilia. Dopo il diploma, mi sono affacciato verso il mondo che mi circondava e ho scoperto il jazz.

I tuoi inizi furono di stampo Bop...

All’inizio certamente mi influenzarono situazioni hard bop, ma cominciò ad entrarmi nelle vene anche un po’ di jazz europeo. La prima esperienza significativa in cui si comincia ad intravedere questa vena musicale è l’incontro con Rosario Giuliani. Parlo della fine degli anni Novanta e del “Bassi-Giuliani Quintet”. Registrammo nello studio di Roberto Gatto per la Coccinella, un’etichetta discografica che purtroppo ha avuto vita brevissima. Praticamente realizzò solo il nostro disco e poi chiuse. A quel tempo Giuliani era molto legato al jazz newyorkese; io invece guardavo di più al versante europeo. Quando ci siamo scissi, Rosario ha continuato sul filone post bop mentre io ho preferito puntare tutto sul genere europeo. Difatti, il CD che incisi tre anni dopo, nel 1999, si chiamava Distanze . I trombettisti di riferimento non erano più Gillespie, Dorham, Farmer, ma Tom Harrell e Kenny Wheeler. Benché Harrell abbia suonato molto hard bop, soprattutto al fianco di Phil Woods, usa un fraseggio e una pulsazione che spaziano molto, uscendo spesso dagli stilemi newyorchesi.

Sempre negli anni Ottanta hai compiuto le prime esperienze all’estero, in particolare a Cuba, dove hai conosciuto personaggi del calibro di Arturo Sandoval.

In realtà andai a Cuba giovanissimo per studiare con Juan Munguía, il quale, un bel giorno, mi portò a casa di Arturo Sandoval per farmi dare un suo parere. Sandoval mi ascoltò e mi diede dei consigli molto utili. Poi suonò lui… sentirlo a mezzo metro di distanza fu un’esperienza indimenticabile!! Era il 1985. Munguía lo sostituì negli Irakere quando Sandoval andò con Gillespie. Mi è capitato di ascoltare Sandoval anche in concerto a Cuba, in una villa sul bordo di una piscina…. Veramente fantastico!

Nella tua carriera, sono state fondamentali le orchestre di Bruno Biriaco e di Alberto Corvini. Ora prediligi formazioni ridottissime, addirittura con le formule del duo e del trio…

Sicuramente mi esprimo al meglio nel contesto di piccole formazioni. Ma non si può parlare di una “fuga” dalle orchestre, nonostante verso i 25 anni abbia intrapreso, parallelamente all’attività con le big band, un viaggio come solista. Inoltre, ho fatto parte della Big Band “Roma Jazz Ensemble”, diretta dai fratelli Iodice e da Corvini, che poi venne chiamata PMJO quando, visto l’importante curriculum, venne presa stabilmente dall’Auditorium di Roma “Parco Della Musica” per fare dei concerti anche con ospiti di fama mondiale. Direi proprio che le situazioni orchestrali non le ho mai abbandonate.

Tuttavia, nel 2006 hai formato l’”Aldo Bassi Trio”, con Stefano Nunzi al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria.

Esatto. Quel progetto prevedeva brani originali e standard rivisitati in chiave “moderna”. E’ un gruppo che esiste ancora, con il quale ho fatto molti concerti cambiando varie volte repertorio. Un progetto però che fino ad ora non ho mai sentito la necessità di “immortalare” in un CD.

Dopo DistanzeDistanze hai inciso Muah! (2004), ospitando nel gruppo un autentico colosso, ancora oggi però non molto conosciuto: il sassofonista Rick Margitza.

Rick fece una tournée mondiale con Miles Davis all’inizio della sua carriera! In effetti, inspiegabilmente è stato schivato dai media, forse per il suo carattere discreto. Ritengo dovrebbe essere molto più popolare, anche perché la critica più attenta lo considera tra i primi tenoristi al mondo.

Contestualmente a Margitza, hai suonato e inciso anche con Antonello Salis. Due musicisti apparentemente assai distanti fra loro…

Entrambi sono artisti molto “elastici”. Come me, del resto. Antonello è molto istintivo e viscerale; Rick è assai razionale. Il loro raggio d’azione è molto ampio, pur guardando in direzioni differenti. In Salis non c’è uno studio accademico, e infatti non legge la musica. Quando suonavamo insieme, i pezzi glieli registravo o magari glieli cantavo, e lui subito li imparava a memoria! Al contrario, Rick ha una lettura spaventosa a prima vista. Direi che la vera distinzione si trova in questo: nella razionalità di Margitza e nell’istinto di Salis. Ed entrambi sono compatibili tra loro e con le mie idee. D’altronde non credo si possa, al giorno d’oggi, fare distinzioni nette sugli stili.

Tra le altre tue collaborazioni, compaiono nomi importanti come Norma Winstone e Mike Stern. Cosa ricordi invece di Maria Schneider?

Maria Schneider è venuta a dirigere la PMJO portando le sue composizioni migliori. È stata per me l’esperienza orchestrale migliore. Quando suoni e stai nella sua orchestra, a tratti ti vengono i brividi perché suoni qualcosa che veramente ti affascina. Adoro la sua musica e il suo modo di arrangiare. Maria è una persona fantastica, che non fa mai pesare la propria autorevolezza nonostante la si avverta chiaramente in ogni istante. Proprio come avviene con i grandi musicisti… ad esempio, da quanto mi hanno raccontato dei colleghi, Riccardo Muti è autorevole quando è sul podio, ma quando scende è un compagnone. La stessa cosa vale per Maria, che non ha mai preteso trattamenti speciali.

Ti chiedo un parallelo tra due tuoi colleghi: Paolo Fresu ed Enrico Rava.

Ho un buon rapporto con entrambi. Forse, con Enrico c’è anche affetto e quindi non soltanto rapporti professionali. La nostra amicizia è nata in seguito a un concerto con la Tankio Band. Gli lasciai il mio CD Distanze e lui, molto carinamente, mi chiamò dicendomi che quando gli propongono di ascoltare un CD spesso si annoia, e che nel mio caso invece rimase così colpito da ascoltarlo due volte di seguito. Nel tempo, con Enrico si è creato un sentimento d’intesa e di affetto, forse rafforzato durante le esecuzioni del Rugantino di Roberto Gatto in cui ho avuto, oltre ad una parte nella sezione, anche uno spazio solistico. Con Fresu c’è un buon rapporto, umano e professionale, ma alla fine ci sono state meno occasioni di incontro che con Enrico. Ascolto spesso, e con molto interesse, i suoi dischi.

Dopo Muah, con New Research ti sei portato verso strade decisamente nuove, di maggiore ricerca.

New Research è un disco inciso in quartetto - più due ospiti - in cui percorro effettivamente strade abbastanza nuove. Il disco non ha swing, la pulsazione è “even-eights” con cambi repentini di tempo, spesso ternari, strutture atipiche non legate alla song tradizionale. Gli assoli non stanno all’interno dello stesso tempo o nello stesso giro armonico dei temi. Le strutture sono molto articolate con più temi per song. Le melodie però sono semplici. Addirittura ce n’è una basata su una pentatonica… un tema quasi salmodico che si rifà a musica di mille anni fa. New Research prevede due ospiti: Marco Bonini alla chitarra e Paolo Recchia al contralto. Entrambi hanno dato il proprio “colore” a brani che a mia volta io avevo composto pensando a loro.

Come musicista “totale”, so che hai collaborato anche con artisti non propriamente jazz: Salemi, Zero, De Sio… Inoltre, ti sei dedicato anche alla televisione, suonando per Rai e Mediaset.

Beh, aggiungerei anche le collaborazioni con Ennio Morricone, Manuel De Sica, Gianni Ferrio, Renato Serio, Armando Trovajoli, Riccardo Biseo e altri. Avendo iniziato con le orchestre di Roma, quando la Fininvest si insediò nel centro Italia e cominciò a realizzare nella Capitale gran parte delle sue trasmissioni, fui chiamato a partecipare. Accettai perché si guadagnava bene. Ma non ero soddisfatto, artisticamente parlando.

Su cosa stai lavorando?

Al momento, sto curando formazioni piccolissime. Un trio, “Metal Jazz Trio”, con Pierpaolo Ranieri al basso elettrico e Roberto Pistolesi alla batteria, dove uso strumenti elettronici, loop, harmonizer, riverberi. Inoltre ho da poco realizzato un disco di sola tromba, che si intitola appunto Solo e in cui non ho utilizzato alcun tipo di effettistica. Ho voluto questo disco in solo per celebrare quarant’anni di simbiosi col mio strumento, scegliendo brani legati alle mie preferenze di periodi molto diversi. Solo è stato registrato in una chiesa sconsacrata, utilizzando solo due microfoni, uno vicino e uno lontano, sfruttando l’acustica naturale e dosando la quantità di riverbero. Ogni tanto qualcuno lo fa, ma utilizzando effetti di tutti i tipi. Questa soluzione, cioè il non usare alcun accorgimento tecnologico, lo rende unico. Infine, ho un duo tromba-chitarra insieme a Luca Nostro. Stiamo per fare un disco con una sorta di “miscuglio rock”. Ma non è jazz-rock: si parla di qualcosa di molto attuale a livello jazzistico, ma con sonorità rock abbastanza dure. Lo registreremo con la Nau Records. Per tromba e chitarra usiamo effetti particolari: un overdrive per chitarra applicato alla tromba, che unito ad altri effetti produce una sorta di “tromba truccata”, come fece Miles negli anni Settanta, con effetti wa-wa e delay particolari, ma ovviamente con sonorità diverse.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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©Andy Magazine 2012. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Gino Fortunato
Soggetto: Aldo Bassi
Luogo: Roma
Foto: Emilio D'Itri
Web: www.aldobassi.it

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