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CLAUDIO FASOLI

Claudio Fasoli, sassofonista tra i più colti e raffinati della scena jazzistica europea.

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La parola che meglio lo definisce è “labirintico”. Claudio Fasoli è così: non molte note e nemmeno troppi discorsi. Dal Perigeo in poi, che si tratti di una delle numerose collaborazioni prestigiose, da Lee Konitz a Henri Texier, da Dave Holland a Giorgio Gaslini, o di uno dei suoi curatissimi progetti, non si avverte mai un’ombra di cedimento. Tutto è teso e concentrato in questa sua essenzialità pura e colta. Amore per l’Arte e per una Musica “differente”, nelle cui pieghe è completamente assente anche una sola, piccolissima parte di auto-compiacimento.

Mettiamo da parte i tentennamenti e buttiamoci subito nella mischia: cos’è il jazz per Claudio Fasoli?

Il jazz per me è una grande opportunità per comunicare emozioni giocando con le note. L’opportunità di comunicare emozioni è insita nella musica quale essa sia, ma nel jazz la partecipazione è sempre significativa, non solo sul possibile piano edonistico ma anche sul piano intellettuale. Il giocare con le note vuole sintetizzare il potenziale di grande imprevedibilità che nel momento dell’improvvisazione il solista si trova a gestire, nella scelta delle note e nel loro susseguirsi in rapporti melodico-armonici e melodico-ritmici. Sono scelte molto significative, effettuate in attimi che possono decidere dell’efficacia o meno di ogni singola nota. Se pensiamo ad un pittore che sceglie i colori di un quadro, possiamo immaginare un analogo procedere, anche se sulla tela sarà poi possibile limare e correggere alcune scelte. Nell’improvvisazione ciò è decisamente inapplicabile.

Tanti appassionati del Perigeo non hanno dimenticato quel coacervo di innovazione creativa e sapienza musicale che ha rappresentato quel gruppo. È così anche per te?

Questo fa molto piacere se pensi che il gruppo si è sciolto trentacinque anni fa e ha realizzato solo due reunion non molto recentemente. Sai, è stato un periodo particolare, in cui i nuovi suoni elettronici risultavano molto stimolanti e quindi nel jazz si è sempre più apprezzato quello che potevano significare sul piano espressivo. L’impiego dell’elettronica ha suscitato reazioni anche smodate da parte di puristi, e la vita non è stata facile per quei gruppi che si sono impegnati in quell’ambito. Pensa che Miles Davis è stato perennemente mal giudicato e aspramente criticato per quella scelta che poi ha condizionato un po’ tutti. Quello è stato comunque un periodo non più riproducibile di enorme creatività e vitalità delle proposte, vissuto con molta intensità e desiderio di cambiare e di rinnovare. Quella esperienza mi ha permesso di affrontare e risolvere il mio enigma di sviluppo, di ricerca e di immersione nella realtà sonora offerta dall’elettronica al fianco dei musicisti che stimavo di più in Italia. Naturalmente non è stato facile, soprattutto sul piano economico. Però rifarei tutto senza cambiare una virgola.

E la tua evoluzione, da quel mood fino a quello attuale?

Successivamente sono riapprodato all’acustico nel senso più esteso possibile. Solo gruppi acustici e musica legata alla modalità semplice e complessa, soprattutto in quartetto ma anche in trio. Il progetto pian piano si è precisato, allargandosi alle influenze più varie grazie ai contatti con altri musicisti, fino a consentire di definire negli anni un approccio solistico e compositivo che mirava alla personalizzazione, alla riconoscibilità e alla imprevedibilità. Pur sempre legato alla “forma” ma non necessariamente, senza rigide severità ma invece disponibile alla varietà dei “suggerimenti interiori”. Su questa strada mi sono poi sempre mosso, cercando di mantenere freschezza e gioia di sperimentare in quell’ambito.

In quale modo invece la musica accademica ha inciso sulla tua percezione compositiva?

Quando ero piccolo avevo occasioni quotidiane di essere a contatto con la musica classica perché avevo un fratello maggiore che era pianista classico. Per molte ore suonava un repertorio che andava dalla musica barocca al primo Novecento. Quando non suonava, la radio era sincronizzata sul terzo programma dove si ascoltava facilmente musica classica. Successivamente, trovandomi davanti al pianoforte a scrivere, pur non avendo studiato composizione ugualmente percepivo le cose che potevano non funzionare musicalmente, trovando sempre con facilità la via della logica e del significato, se preferisci della realizzazione del pensiero musicale, grazie a quelle frequentazioni. Le mie predilezioni vanno da Bach a Chopin, da Beethoven a Debussy, da Ravel a Berg: questi sono i primi nomi, ma ne seguono molti altri. Il micro modalismo di Debussy, oltre a Chopin e all’intelligenza di Bach, sono sempre pronti dietro l’angolo per rapirmi totalmente…

Il tuo suono è unico, connotato e perfetto. Sarebbe bello se fossero i tuoi strumenti a parlare per te. Ce li presenti?

Dopo aver studiato, da bambino, il pianoforte per qualche anno per poi abbandonarlo, solo a 14 anni ho potuto acquistare un sax contralto, data l’influenza di Lee Konitz, Charlie Parker e Paul Desmond che ascoltavo molto in quegli anni. Il sax alto mi attraeva per la capacità penetrativa del suo suono e la flessibilità del fraseggio che con lui si poteva ottenere. Non avevo maestri, quindi da autodidatta mettevo a dura prova la mia passione per i molteplici problemi legati a ogni aspetto della musica, a cominciare dall’emissione del suono e a mille altre problematiche tecniche. Questo periodo è stato comunque utile e le ore passate a studiare mi sono certamente servite. Alcuni anni dopo ho acquistato un soprano, strumento che Coltrane mi ha fatto scoprire, perché Sidney Bechet non mi aveva colpito altrettanto intensamente. Con questo assetto ho fatto parte del Perigeo. Verso la fine di quella esperienza mi decisi a comprare un sax tenore perché all’epoca ascoltavo soprattutto tenoristi come Dexter Gordon, Coltrane, Shorter e Joe Henderson. Dato che suonavo già l’alto come fosse un tenore, decisi dunque il grande passo. Solo dopo il Perigeo ho lasciato definitivamente il contralto per il tenore, mantenendo pariteticamente anche il soprano. Fu quello il periodo in cui mi sono dedicato molto alla costruzione del mio suono.

È sempre entusiasmante l’incontro con giovani strumentisti nella tua attività di docente?

L’insegnamento, che esercito nel mondo dei seminari o nei corsi di perfezionamento, è sempre una bella storia perché mi mette in contatto con un tessuto di giovani assai motivati e interessati alle opinioni altrui. L’incontro con i musicisti più giovani può essere molto bello e costruttivo, anche reciprocamente. Le loro inclinazioni sono diverse, così come i loro scopi espressivi. Tutto ciò richiede ampia disponibilità e dedizione, incluso il cercare di capire cosa necessitano per individuare la strada più efficace per raggiungere il loro suono, secondo la loro personale visione della musica. Debbo dire che ho avuto molte soddisfazioni in questo tipo di attività.

E invece, cosa significa per te ‘ricerca’?

Ricerca non è una parola o un concetto strano o eccezionale… secondo me nel jazz, ma anche in tutte le altre arti, è un momento di quotidiana libertà creativa. Fa parte del concetto di arte. Sai che noia saper già tutto senza sorprese quando un pianista suona Chopin? Sicuramente il rischio di una pausa più lunga o di una dinamica estrema renderà diversa un’esecuzione da un’altra. Lo stesso avviene per una cantante, anche se canta il “solito” standard: sicuramente lo personalizzerà in maniera particolare in ogni esecuzione. Trovo che questo sia fantastico.

In questo senso, sei ancora dell’opinione che il tuo prossimo progetto sarà sempre il migliore?

Naturalmente me lo auguro sempre! Penso al progetto futuro con inestinguibile fiducia, sicuro che in quel momento, quel particolare suono e quelle sue caratteristiche siano stati il frutto di grande soddisfazione creativa. Tutto nasce dagli stimoli che ci trovo dentro, dalle emozioni che nascono nel suonare…

Nella tua musica i rimandi culturali sono molteplici: letterari, artistici e a volte edonistici. Ci piacerebbe che facessi qualche nome…

Troppi nomi dovrei fare, perché ho avuto modo di contattare troppe diverse tipologie di creatività. Per esempio, fra i primi nomi posso dirti Giotto, Michelangelo, Schiele, Mantegna, Piero della Francesca e Klee fra i pittori. Saramago, Scarpa, Dostoevskij tra gli scrittori, ma di sicuro dimentico qualcuno… Frank Gehry a Bilbao e a Los Angeles, la poetessa Rita Pacilio. Kertész, Steichen, Stieglitz, Newton e tanti altri fra i fotografi… non c’è fine alla bellezza della creatività! Guarda che qui non si finirebbe mai… sono davvero i primi nomi…

Ti è stato concesso il potere di cancellare, sia come lemma che come concetto, una sola parola: essenzialità, citazione, omologazione. Quale sceglieresti e perché?

Cancellerei “citazione”. Rientra per me nell’inutilità di un riepilogo fatto meglio o peggio o uguale ad altri, mi sembra superfluo... Salverei invece “essenzialità”, perché è un patrimonio importante quello di saper togliere invece che aggiungere, e l’essenzialità non è detto che sia insufficienza; forse è insufficiente il coraggio di togliere pensando che siano le note e non le emozioni che evocano e fanno la musica. Naturalmente ciascuno è padrone delle proprie scelte. Per me va benissimo così…

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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©Andy Magazine 2012. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Lorenza Cattadori
Soggetto: Claudio Fasoli
Luogo: Milano
Foto: Amedeo Novelli
Web: www.claudiofasoli.com

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Commenti  

 
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