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ENRICO RAVA

Enrico Rava è il jazzista italiano più famoso al mondo. E’ tra coloro che hanno fatto grande l’Italia del jazz, oggi rispettata a livello mondiale.

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Il jazzista italiano più famoso al mondo e tra i pochi ad avere all’attivo una biografia ed un’autobiografia. Quando si parla di un musicista si dice di solito: “ha suonato con… “ e giù a declinare nomi. Per lui vale la regola inversa: è un privilegio poter dire: “ho suonato con Enrico Rava”.

Mi ha sempre colpito la tua affermazione che paragona la tua scrittura musicale a quella di Paul Auster: puoi spiegarmi in che modo?

Paul Auster non è il mio scrittore preferito, ma mi piace la sua prosa, perché fa un po’ come faccio io: gioca con la banalità. Poi però cambia una “regolina” che manda tutto all’aria, sconvolge il lettore e tiene desta la sua attenzione. Soprattutto in certi libri, come “Trilogia di New York”, “La Musica del Caso”, “Sunset Park.”.

Qual è il lavoro al quale sei più legato e perché?

Sempre l’ultimo. È quasi naturale che ci si leghi all’ultimo lavoro.

Quando e perché hai deciso di fare il musicista?

Ho deciso più o meno a 23 anni. Fu Gato Barbieri a darmi una spinta decisiva. Quando mi trasferii a New York andai a vivere proprio a casa di Gato. Si respirava musica e creatività dal giorno alla notte.

Hai suonato free jazz fino a quando è stato necessario. Perché hai cambiato rotta?

Ho sempre suonato come suono. Mi sono trovato coinvolto in quegli anni in cui quella musica che chiamiamo erroneamente “free jazz” era la colonna sonora di tutto. Erano gli anni della guerra in Vietnam, della rivolta, del Sessantotto. Era la musica che rappresentava abbastanza bene l’inquietudine sociale dell’epoca. Io, come quasi tutti i giovani della mia generazione, mi sentivo molto coinvolto all’epoca. Però, poco per volta, mi sono reso conto che la stessa definizione di “free jazz”, jazz libero, non si conformasse alla musica che suonavo. Troppe regole nel free, perché era vietato tutto: era vietato suonare un ritmo, un’armonia... Ho quindi sentito la necessità di liberarmi da questa “finta libertà” ed essere libero per davvero di suonare ciò che volevo e voglio suonare.

E per suonare avanguardia bisognava andare in America…

Non è vero. Non necessariamente. Anche in Europa vi era un’esplosione di musica non indifferente. A parte gli inglesi come Derek Bailey, Peter Brötzmann o Evan Parker, il tessuto jazzistico europeo era quello veramente all’avanguardia. Ed anzi direi che l’avanguardia ha avuto molto più successo e risposte in Europa che non negli Stati Uniti, dove ha perso completamente il pubblico del jazz.

E così hai fatto sapere agli americani che in Italia esistevano dei jazzisti…

Sì, certo. Ma la colpa era nostra, perché non ci facevamo conoscere. I jazzisti, all’epoca, in Italia, erano anche pochi e non riuscivano ad avere la giusta visibilità.

Dopo “Note Necessarie” è arrivato “Incontri con Musicisti Straordinari”: Come mai due tue opere biografiche pubblicate nel giro di otto anni?

Francamente di ripubblicare qualcosa che mi riguardasse non avevo la necessità. La Feltrinelli mi ha proposto di scrivere un libro. Io ho pensato che avevo un sacco di ricordi, alcuni anche divertenti, tanto da poterne fare un libro, anche molto leggibile, direi… ed ho pensato accettando, di potermi divertire anch’io. Ma non è stata una mia necessità. Mi ha fatto molto piacere, certo, perché mi è sembrato d’essere un vero scrittore, con un contratto, con un acconto, un saldo! (ride).

Quale è stato il primo jazzista italiano che hai incontrato?

Posso dirti il primo jazzista italiano che mi ha influenzato e che ho amato molto: Nunzio Rotondo. Poi, i primi che ho realmente incontrato sono stati i dilettanti torinesi con cui suonavo all’epoca.

Cosa manca alla scena jazzistica italiana per affermarsi a pieno titolo?

Io penso che si sia già affermata a pieno titolo! Oggi l’Italia occupa una posizione di assoluto privilegio rispetto al resto d’Europa: è la numero uno. Se guardi i programmi dei festival mondiali trovi musicisti italiani dappertutto. Gli italiani sono in un momento di grazia. I nostri giovani musicisti, per esempio a Parigi, per il solo fatto di essere italiani ricevono subito offerte di lavoro.

Ed attualmente, secondo te, quale direzione ha preso il jazz italiano, soprattutto con questo dilagare di fenomeni pop improvvisamente versati per il jazz?

È un fatto, una necessità, una voglia. Diventa anche una realtà economicamente più fattibile di questi tempi, ovvero girare con un quartetto invece che con un’orchestra o un large ensemble. Sono scelte musicali che non hanno un rilievo negativo, ma neanche positivo. Non hanno alcun risvolto… È un fatto e come tale va preso.

Ma il jazz in Italia è tenuto in debita considerazione? La Francia ti ha nominato Cavaliere delle Arti, lo Stato italiano ti ha conferito qualche onorificenza?

No, ma questo non vuol dire niente, perché – ad esempio – a Gianluigi Trovesi hanno dato l’onorificenza di Cavaliere. Però sta di fatto che l’Italia è uno dei paesi dove si suona di più, dove ci sono più concerti. A parte il fatto che, l’ultimo gesto del Ministro Gelmini, fino a quel momento piuttosto discutibile, è stato firmare il decreto con il quale ha conferito la validità universitaria dei corsi della Fondazione Siena Jazz. A livello di istituzioni territoriali, comuni, province e regioni, quasi tutte le città importanti hanno un’amministrazione che organizza e vuole concerti di jazz.

Ti ritieni un innovatore?

Non lo so. Non mi ritengo un innovatore, in effetti. Lo puoi dire tu, lo possono dire gli altri. In verità non so neanche cosa voglia dire essere un innovatore. Il jazz è una musica che si evolve in modo naturale. Anche Ornette Coleman, che ha veramente rivoluzionato il linguaggio, in fondo è la logica conseguenza di Charlie Parker, così come Cecil Taylor è la logica conseguenza di Duke Ellington e Monk. Se vogliamo sono innovatori, però prendono spunto dal passato: sono un’evoluzione.

Cosa ne pensi infine della proposta shock di Nicholas Payton peraltro provocatoria e assai polemica, di cambiare nome al Jazz?

Ognuno può chiamarlo come crede. Per me è sempre jazz!

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 

 


Intervista: Alceste Ayroldi
Soggetto: Enrico Rava
Luogo: Chiavari (GE)
Foto: Giancarlo Ferlito
Web: www.enricorava.com

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Commenti  

 
0 # Bernie 2017-07-17 03:42
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