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GIAN MARIO MALETTO

Gian Mario Maletto firma tra le più prestigiose ed autorevoli del giornalismo jazz italiano.

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Giornalista vero, maestro indiscutibile nei modi e nella professionalità, Gian Mario è nato a Vedano Olona (Varese) il 15 settembre 1927. All’attività di redattore e caposervizio sport ha sempre affiancato la critica jazz. Firma tra le più autorevoli in circolazione, collabora con lo storico mensile Musica Jazz dalla fine degli anni cinquanta.

Quando e in che modo si è avvicinato al jazz?

Nel 1939 o giù di lì, sugli undici-dodici anni. Mio fratello Pier Angelo ne aveva cinque di più, deteneva un po’ di 78 giri di jazz e ad ascoltarli veniva qualche suo compagno di liceo. Orecchiavo musica e commenti e rimasi folgorato. L’amore per tutta l’altra musica venne dopo, ma non con quella potenza. Mio fratello non permetteva che mettessi le mani su quel suo fragilissimo tesoro, sennonché fu chiamato alle armi. Dopo l’armistizio si rifugiò in Svizzera e così per tre anni quei 78 giri rimasero tutti nelle mie mani e ne feci una fruizione scientifica. Oltre tutto il jazz faceva parte della nostra “fronda” (non sapevamo che a noi fosse proibito, mentre in casa Mussolini era praticato, e anche abbastanza bene, come si vide poi). Ero un fanatico. Basti dire che quando nel ’45 ebbi in prestito la famosa discografia di Kurt Mohr, io – quaderno, penna e calamaio – me la copiai. Tutta, compreso l’indice. Dovrei averla ancora.

Qual è la sua formazione in materia?

Agli inizi niente. Non c’era niente, né io studiavo uno strumento. Soltanto quel centinaio di dischi. L’unica mia lettura fu il libro di Testoni e Levi. Un amico, giovane pianista, me ne regalò la parte teorica, strappandone la seconda, che era una sparuta discografia: “Questa serve a me”, disse.

La sua professione però è sempre stata legata allo sport, vero?

Sì, certo. Ma dovunque io sia stato, almeno un dieci per cento ha riguardato anche il jazz, e una volta in pensione questo si è preso il cento per cento. Fu Gaetano Baldacci a farmi diventare critico di jazz. Una notte del 1958 quel grande direttore del Giorno (il mitico quotidiano che nei suoi primi anni innovò ogni formula di giornalismo in Italia), lesse un pezzo anonimo che gli amici della redazione spettacoli mi avevano pregato, sapendone loro poco, di scrivere sull’arrivo a Milano del Jazz At The Philharmonic: motu proprio. Baldacci dispose che da quel momento avrei dovuto seguire concerti e festival, firmando gli articoli stessi. Da notare che sul Giorno teneva una rubrica settimanale nientemeno che Arrigo Polillo, maestro di noi tutti, il quale però, avendo un’alta carica alla Mondadori, non voleva legarsi alle esigenze “di cucina” di un quotidiano. Mi accolse sotto la sua ala e diventammo grandi amici.

Quali sono i concerti e le incisioni che le sono rimaste nel cuore?

Impossibile dirlo. Nei primi anni, naturalmente, Armstrong, Ellington, Hawkins, Waller, Hampton e tutti i loro apostoli, captati dal vivo e sui dischi. Ma in realtà sono sempre stato “ecumenico”. Niente barriere, né di stile, né di generazione. Amo il jazz delle origini ed ero dalla parte del free nei giorni di battaglia.

Ha delle amicizie nell'ambiente?

n passato gli indimenticabili Basso e Valdambrini, e oggi Franco D’Andrea. Ma direi tante, perché ho sempre trattato tutti con correttezza.

Per Musica Jazz, che tipo di collaborazione ha svolto?

Ho cominciato negli anni Cinquanta con alcuni articoli, poi recensioni di dischi e via via sono stato sempre più coinvolto. Soltanto adesso ho cominciato a frenare: gli anni pesano. Il mio lavoro preferito resta “Carta stampata”, cioè la rassegna commentata della stampa nata nel gennaio 1966 e tuttora viva, mese dopo mese, quarantasei anni dopo. Avrò fatto 500 puntate. È il mio miglior termometro del dibattito culturale, così necessario nel jazz. Il titolo della rubrica è ancora il primo, dato da Polillo, ma adesso oltre ai ritagli di giornali e riviste devo tener d’occhio anche internet. Ne sono orgoglioso, così come lo sono della presenza sul supplemento culturale de Il Sole-24 Ore, iniziata nel 1990: anch’essa dopo tanti anni è rallentata, ma non chiusa.

Che idea si è fatto della scena jazz italiana (musicisti, operatori, giornalisti)?

All’inizio, in generale e con dovute eccezioni, si era più appassionati, il che faceva superare l’ impreparazione. Oggi c’è forse meno fuoco sacro ma sicuramente più cultura.

Per diventare critico jazz quali caratteristiche bisogna possedere?

Posto che, personalmente, non mi sento un critico ma piuttosto un giornalista di jazz (se do dei giudizi, vengono dall’esperienza e dal gusto, ma non dalla musicologia oggi finalmente entrata nel settore), direi che le prime doti restano la curiosità, base di ogni attività culturale, e lo studio costante della storia del jazz. Ammiro il critico militante: quello che sta dalla parte degli artisti (il che ho sempre fatto) e, in più, si mischia alle loro iniziative (questo purtroppo non l’ho fatto mai).

Quanto tempo dedica all’ascolto?

Tanto, è ovvio. Il guaio è che la mia guerra contro il disordine l’ho persa. I dischi, così come i libri e le riviste, sono ammucchiati. Per ritrovare qualcosa impiego tre ore. Di solito mi arrendo prima.

Ha mai pensato di poter diventare il direttore di Musica Jazz?

Mai, lo giuro. Anche se la rivista l’ho sempre considerata un po’ mia. Ne comprai la prima copia, nella tarda estate del 1945, all’edicola della stazione delle Ferrovie Nord, e adesso ne ho in casa le 700 e passa copie: me ne mancheranno due o tre.

Musica Jazz che posto ha nel panorama dell'editoria internazionale di settore? Le pare all'altezza di DownBeat, Jazz Magazine, Jazzwise?

Lasciamo nel loro Olimpo gli americani DownBeat e Jazz Times, ma rispetto alle consorelle europee Musica Jazz non ha nulla da invidiare. Anzi, in genere ha un respiro più globale nella scelta dei temi, e in più ha quel supporto del disco appositamente prodotto e allegato ogni mese. Non solo compilations ma anche incisioni di assoluta attualità.

Facciamo un gioco: se le proponessero di diventare direttore di un magazine di settore straniero, quale vorrebbe che fosse?

Ho la valigia pronta per andare nell’Illinois a fare a modo mio, dopo mezzo secolo che non ne perdo una parola, il papale DownBeat. Ho fatto domanda ma non mi rispondono.

C'è qualcosa che cambierebbe di Musica Jazz?

La data. Vorrei vedere scritto, sotto la testata, 1949. Avrei ventidue anni. E stasera andrei all’Odeon, per il primo concerto a Milano di Armstrong, con Teagarden, Bigard, Earl Hines…

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Federico Scoppio
Soggetto: Gian Mario Maletto
Luogo: Milano
Foto: Amedeo Novelli
Web: My Life/My Music

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