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SALVATORE BONAFEDE

Salvatore Bonafede, pianista e compositore palermitano tra i più apprezzati sulla scena jazz internazionale.

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Il suo potrebbe essere l’elogio della lentezza. Nonostante un cammino fin qui percorso ad andatura tranquilla, schivo da clamori mediatici, il pianista e compositore palermitano oggi gode di alta considerazione nella scena jazz internazionale ed ogni suo progetto è accolto da grande interesse. Segno che le sue idee, meditate con attenzione e distillate con cura, sono il frutto di una reale esigenza espressiva. Ma se l’uomo è compassato, la sua musica, invece, trabocca d’emozioni.

Il primo ricordo che ho di te risale al 1974, quando in tanti cominciammo a ritrovarci nella storica cantina palermitana di via Duca della Verdura che il Brass Group aveva trasformato in jazz club. Ne serbi memoria?

E come potrei dimenticare quei primi contatti diretti coi più famosi protagonisti della storia del jazz? Con alcuni di loro, addirittura, riuscii pure a suonarci. Ho vivissimo l’incontro con Dexter Gordon e mi chiedo ancora come un simile mito abbia accettato di suonare, seppure in una jam session after hours, con un ragazzino dodicenne come me: era come se la campana del suo sax soffiasse dritto sulla mia pelle il feeling autentico del jazz. Un’altra volta mi capitò di accompagnare Woody Shaw e un’altra ancora Joe Albany il quale, pur non conoscendomi, mentre suonavo si avvicinò per porgermi una coca cola in segno di approvazione. Sensazioni fortissime che anni dopo avrei ritrovato negli Stati Uniti. Mi ci ero trasferito nel 1986 per studiare al Berklee College of Music di Boston, ove poi mi sono diplomato. Successivamente mi sono spostato a New York, maturando altre preziose esperienze.

Poi, però, nel 1994 sei ritornato in Sicilia. Perché?

Dapprima ero convinto che mi sarei fermato per sempre in America. In fondo era lì il cuore pulsante del jazz mondiale. Ed è a New York che nel 1992 è nata Fida, la mia primogenita. Poi la nostalgia di casa ha avuto il sopravvento. Avevo provato a dimenticare la Sicilia ma non ci sono riuscito. Probabilmente sono intervenute, più o meno consapevolmente, anche altre ragioni e cioè che quello del musicista jazz è un mestiere ad alto rischio anche per gli americani, figurarsi per un italiano.
Gli States non permettono ai jazzisti di sopravvivere dignitosamente. Nel mio secondo disco americano del 1991, “Plays” su etichetta giapponese Ken, ebbi il privilegio di avere accanto il grande Paul Motian, leggenda della batteria. Mi raccontava che col celebre trio di Bill Evans (prima di passare di lì a poco con Keith Jarrett), si esibivano per una settimana al Village Vanguard ma nel resto dell’anno sbarcavano il lunario coi matrimoni ebrei, suonando polke, grazie alla conoscenza che Evans aveva, per origini familiari, col repertorio yiddish. Tuttora molti jazzisti americani riescono ad andare avanti soprattutto suonando in Europa. La verità è che l’America non ha fatto del jazz la propria lingua: quella è rappresentata, semmai, dal country, la vera popular music statunitense. Il jazz è rimasto confinato in una sorta di riserva. Il che non toglie che io continui ad avere frequenti ed eccellenti rapporti di collaborazione con la sua scena musicale.

Ma in Italia hai poi trovato l’ambiente che speravi?

Diciamo che sono riuscito a percorrere la mia strada, seppure anche qui tra molte difficoltà. Il fatto è che in questi vent’anni il panorama del jazz e della musica in generale è cambiato moltissimo, sociologicamente e morfologicamente, non solo da noi ma in tutto il mondo. Oggi, tramontata l’era che va dal 78 giri al cd, i musicisti devono fare i conti con una realtà segnata da iPod, video clip, computer e internet. Il rapporto con la musica si è spersonalizzato, impone ritmi insostenibili e si avvia verso una crescente superficialità. Non voglio criminalizzare questi nuovi mezzi o essere nostalgico: sarebbe come desiderare di tornare al cavallo e diligenza. Si tratta di essere realisti, anche se la realtà a volte è amara.

Il cinema è un riferimento spesso presente nella tua musica, a cominciare da “Journey to Donnafugata” del 2004, dedicato alle musiche che Nino Rota scrisse per “Il Gattopardo” di Luchino Visconti.

Già il mio primo album da leader si intitolava profeticamente “Actor-Actress”, cioè “attore-attrice”, inciso negli Stati Uniti nel 1990. Poi sarebbero venute le numerose collaborazioni con Daniele Ciprì e Franco Maresco, tra cui “Il ritorno di Cagliostro” e “Come inguaiammo il Cinema Italiano”. C’è poi “For the Time Being”, registrato nel 2005 con musicisti meravigliosi come Joe Lovano, sax, Paul Motian, batteria, Mark Dresser, contrabbasso, Adam Rogers, chitarra, e Michele Rabbia, percussioni. Realizzato a New York, è ancora un omaggio alle musiche che Rota scrisse per il film di Fellini e contiene, inoltre, numerose mie composizioni, qualcuna dedicata a celebri personaggi del cinema, come Greta Garbo.

Nelle musiche di “Journey to Donnafugata” si colgono i bagliori decadenti della Sicilia di fine Ottocento, il fascino crepuscolare dei suoi gattopardi, lo splendore del gran valzer in cui stordire l’estremo disincanto di un futuro immutabile: ci sono, insomma, tutte le suggestioni del capolavoro di Luchino Visconti e della indimenticabile colonna sonora di Nino Rota. Perché questi due autori ti hanno affascinato tanto?

Rota è forse la mia maggiore musa e le sue linee melodiche rappresentano per me un riferimento fondamentale. Vi colgo una forte affinità spirituale: sarà perché anche lui, milanese, amava il sud al punto da scegliere di viverci, prima a Taranto e poi definitivamente a Bari. È un vero peccato che la stagione dei grandi compositori per il cinema sia quasi scomparsa. Tra le poche eccezioni, le colonne sonore scritte da John Williams per i film di Spielberg. Ma Williams è ottantenne e attualmente non vedo altri all’orizzonte. Di Visconti ho amato la capacità di cogliere in pieno i tratti emotivi di quella Sicilia opulenta e un po’ falsa descritta da Tomasi e da lui splendidamente restituita. Per trovare la giusta ispirazione sono stato circa due anni in uno studio le cui finestre si affacciavano sui fasti ormai lontani delle architetture di Villa Boscogrande, dove sono state girate molte scene del film.

Nel più recente “Sicilian Opening” del 2009, improntato a cantabilità e lirismo melodico, prevale, invece, un orizzonte assai diverso e ricco di influenze, tra cui quelle legate alla tua terra.

Fin dal titolo, “apertura siciliana” (che è anche una mossa della letteratura scacchistica), esprime una dichiarazione d’intenti: il bisogno di recuperare radici culturali e risorse artistiche e professionali della mia Isola. Il progetto è tutto siciliano, dall’etichetta ai miei compagni: il batterista palermitano Marcello Pellitteri ed il contrabbassista catanese Marco Panascia. È stato registrato a New York solo perché loro vivono lì da tempo ed è stato logico che mi spostassi solo io. E poi la Grande Mela, con la sua alta concentrazione di nostri conterranei, ha da sempre un’anima siciliana. Pur espresse con un linguaggio moderno e internazionale, molte composizioni compendiano le complesse stratificazioni culturali, dalla spagnola all’araba, che si sono sedimentate nella storia della Sicilia. In fondo non ho mai dimenticato le mie origini artistiche legate a Salvo Licata (“La Ballata del Sale”) e a Rosa Balistreri o, per parlare del presente, le collaborazioni col puparo, attore e cantastorie Mimmo Cuticchio. In questo disco ho provato a chiudere il cerchio e recuperare tutte le radici che mi appartengono per tradurle in jazz. Per la prima volta ho voluto rileggere anche alcune canzoni dei Beatles: fanno parte dei miei ascolti giovanili e assecondano la voglia di aprirmi verso una alterità, sia folk sia pop, che però parta sempre dalla mia cultura siciliana. Il folk attuale mi preoccupa perché tende a richiudersi in se stesso: attraverso il jazz cerco di attualizzarlo e così pure con il pop.

In “Sicilian Opening” c’è anche un brano dal titolo emblematico: “Lode al silenzio”. Che significa?

Il silenzio è importante: amplifica ed espande la nota oppure conclude e prepara quello che verrà.

E con la nostalgia che rapporto hai?

Col trascorrere del tempo quello della nostalgia diventa un sentimento inevitabile, anche se molti se ne vergognano e tendono a negarlo. Invecchiando ho imparato ad accettare la nostalgia e ogni tanto mi piace pure abbandonarmi ad essa.

A proposito di lentezza: nel 2006 hai pubblicato “Dream and Dreams”, il tuo secondo album di piano solo giunto dopo ben undici anni di distanza da “You”. Perché hai aspettato così tanto?

A parziale discolpa, premetto che nel frattempo ho ultimato un terzo piano solo. Sarà pubblicato a breve dalla Red Record col titolo di “Caro Luca”. È un album in forma di lettera in cui ogni brano è proprio una lettera scritta a mio figlio. La dimensione solitaria è molto impegnativa per un pianista: non vi sono appoggi né appigli ma solo il nudo confronto con la composizione. Brani che di solito immagino e scrivo proprio in funzione dell’esecuzione solitaria. Poco importa che per giungere al confronto con me stesso impieghi molto tempo. Ho troppo rispetto e amore per la musica per mettermi fretta ad ogni costo. Altre volte, invece, è capitato che mi sia sentito pronto a realizzare ben quattro dischi in appena tre anni. L’unica regola cui mi attengo è quella della reale esigenza espressiva.

La tua, insomma, è brace che arde sotto un tranquillo straterello di cenere?

uò darsi. Penso di essere meno flemmatico di ciò che appare esteriormente. Ad esempio una mia grande passione poco nota sono le auto e le moto. Il mio sogno sarebbe di gareggiare con auto sportive, ma di quelle vintage, tipo una Giulia Gta o una Lancia Hf. Con le moto sono sempre stato un “manico”. Alcuni anni fa mi sono pure tolto lo sfizio di scendere in pista per una sessione di prove con professionisti ma mi sono reso conto che non ho più i numeri e che il tempo è tiranno. Da giovane, però, quando facevo il giro delle Madonie spesso davo la polvere a smanettoni più esperti di me. Tuttavia, rimango praticante e attualmente posseggo un bolide giapponese. Altro che elogio della lentezza!

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Gigi Razete
Soggetto: Salvatore Bonafede
Luogo: Palermo
Foto: Mario Virga
Web: www.salvatorebonafede.com

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Commenti  

 
0 # 2012-05-28 05:56
Grande Salvatore.
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0 # Candice 2017-07-10 14:15
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