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GIORGIO GASLINI

Giorgio Gaslini, musicista totale è tra i grandi maestri del jazz.

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Giorgio Gaslini: jazzista, pianista, compositore, musicista totale, come lui stesso ama definirsi. Oltre sessant’anni di musica e un viaggio che prosegue tuttora: un continuo imparare e sintetizzare dentro una comunicativa che lo ha portato ad avere un pubblico vastissimo nonostante la difficoltà della sua arte. E incontri da capogiro…

Maestro Gaslini, come mai proprio il pianoforte?

Avevamo un pianoforte verticale in casa, era mio fratello a prendere lezioni. Ma non beccava una nota, e per giunta non sopportava la maestra. Io da rompiscatole mi mettevo nel salottino ed ad ogni errore lo correggevo… “Fa! Do!”. Ero un bambino introverso, un po’ timido ma attentissimo, e avevo già capito cosa avrei fatto nella vita. Avevo scelto. Toccando il pianoforte sentivo un’intensa corrispondenza al mio io profondo, quello che ti guida nelle scelte. Presi coraggio e chiesi a mio papà, apparentemente severo, persona molto nobile e colta, il permesso di studiare il piano. Mi domandò: “Ma è una cosa seria?” Fu una domanda fondamentale nella mia vita. Gli risposi che lo era. Allora lui tolse la maestra a mio fratello, il giorno stesso, e io cominciai le lezioni. Mio fratello ne fu felicissimo… Avevo sei anni e a nove per la prima volta suonai in pubblico a Milano.

Cosa accadde durante quella sua prima esibizione?

Era un concorso per nuovi talenti under 10. Mi presentai sul palco: c’era una bambina ballerina, un bambino attore serio, un piccolo tenore, e poi c’era il comico… si piazzava dietro il pianoforte e improvvisamente schizzava via. Era irresistibile e gli chiesi come si chiamasse. Mi rispose “Walter!” Era Walter Chiari. Un genio, fisicamente un ballerino, un atleta. Siamo poi rimasti amici per sempre.

Lei ha composto colonne sonore, sinfonie, canzoni. Per il suo pubblico rimane però prevalentemente un jazzista…

Il jazz è stato sempre per me il filone principale, accanto naturalmente alla musica contemporanea. Ma non deve pensare che io sia eclettico. Ho fatto le esperienze che la vita mi portava a fare, ma per imparare, prima di tutto. Ho lasciato cadere le cose che non mi interessavano e trattenuto quelle che mi servivano. Così sono cresciuto musicalmente e a poco a poco ho fatto una vera e propria sintesi. Tutto mi è servito, anche i miei numerosi viaggi. Ho lavorato con musicisti di ottanta nazioni, e questo è entrato profondamente nel mio linguaggio.

Dunque non è una contraddizione essere jazzista e compositore di musica contemporanea. Ma sembra che il filo rosso che lega tutte queste sue esperienze sia una grande attenzione alla realtà che la circonda…

Da artista sei il testimone della tua epoca: è la condizione necessaria per esserlo. Le fasi di un’epoca influenzano fortemente un musicista. Eppure è stato calcolato che l’artista vede all’incirca settanta anni dopo il proprio tempo. Il senso pieno spirituale, culturale, psicologico, emozionale ed affettivo, di lotta o di scontro di una creazione artistica prende forma circa settanta anni dopo. Senza voler dire che siamo maghi, naturalmente.

Lei ha esplorato tutti i generi musicali. Anche la canzone. Ci parli di questo aspetto così presente nella sua musica.

La canzone mi ha sempre affascinato moltissimo, in tutte le sue forme. Non a caso sono stato amico di Bruno Lauzi, sono amico di Guccini, ho arrangiato canzoni d’amore… E anche la canzone melodica. La riscoperta di Alberto Rabagliati si deve ad un disco fatto con me.

Lei è stato sempre molto sensibile alle vicende politiche del suo paese.

È vero: gli operai mi chiamavano a suonare nelle fabbriche, e io ci andavo, gratis, e mi pagavo anche il viaggio e l’albergo. E ne ho fatte riaprire varie di fabbriche occupate. Andavo lì, ascoltavo i dibattiti, suonavo, i giornali ne parlavano e le situazioni si sbloccavano.

Quanto conta comunicare mentre si compone?

È la base di tutto. Nel momento della composizione, che è il momento più alto, compio l’azione più comunicativa della mia vita. Non scrivo per me stesso: finito di comporre, la musica non appartiene più a me ma a chi la ascolterà. Ecco perché faccio i dischi. I musicisti che si deliziano di non essere compresi sono autolesionisti e narcisisti ed ad un certo punto smettono di scrivere.

Maestro, ad un certo punto lei ha accantonato temporaneamente il jazz per dedicarsi allo studio della musica classica ritornando poi al jazz con un disco di avanguardia: “Tempo e Relazione”. Si apprende per poi trasgredire?

Si. Con “Tempo e Relazione” ho fatto una sintesi tra studi classici e jazz. È stato un disco che ha veramente segnato la mia vita. La sintesi delle mie esperienze, il filone jazz che conoscevo benissimo e la musica contemporanea, che avevo studiato e conoscevo anch’essa alla perfezione. Se avessi fatto così sarei stato schizofrenico, e sarei stato solo un musicista di mestiere, un bravo esecutore. Quando John Lewis, del Modern Jazz Quartet, ascoltò quel lavoro mi invitò a suonare in America. Ma accadde ciò che poi mi portò a scrivere colonne sonore per il cinema.

Si riferisce alla collaborazione con Michelangelo Antonioni, vero?

Con Antonioni, si, e parte tutto proprio da “Tempo e Relazione”. Ero in procinto di andare in America. Lavoravo alla Voce del Padrone. Un giorno arrivò in ufficio Nicola Arigliano: grande cantante, negli Usa aveva fatto preoccupare persino Frank Sinatra, ma, come Mina, forse per paura del viaggio non varcò mai l’Oceano. Entrò nella mia stanza dicendo “Ti posso presentare un amico?”. Era Marcello Mastroianni. Sobrio, riservato, e con un tratto affettuoso. Era già un divo allora, un mito del cinema. Parlammo, e alla fine gli regalai “Tempo e Relazione”. Lo avvisai che era musica di estrema avanguardia, ma lo pregai di accettarlo anche se probabilmente non gli sarebbe piaciuto. Lui mi ringraziò. Era un venerdì. La sera stessa lo diede ad Antonioni che era a Milano per girare il film “La Notte”. La domenica mattina squilla il telefono: “Sono Antonioni. Voglio sentire tutto ciò che lei ha fatto!”. “Maestro, è un onore, ma è tutto alla Voce del Padrone e oggi è domenica, non si può entrare. Se per lei va bene facciamo lunedì… “ No, - mi disse -, io ho solo stasera per ascoltare”. Mi misi al piano e registrai un’ora di musica improvvisata. La sera stessa gli lasciai il nastro all’Hotel Manzoni. Il martedì sera mi richiamò. “Sono Antonioni, allora cominciamo”. “Sono onorato, ma cosa, Maestro?”. “Come che cosa! Il secondo tempo del film “La Notte”, con Jeanne Moreau, Marcello Mastroianni e Monica Vitti! Le va bene un contratto di un mese tutte le notti dalle nove di sera alle 6 di mattino? Venga col suo quartetto!”.
Avevamo una macchina da quattro posti, siamo arrivati li in cinque che sembravamo la Banda Bassotti. Ci siamo ritrovati sul set. Nessun copione, due o tre interpreti, cento comparse, si registrava dal vivo. Ci inquadrarono, e poi lui ci disse, con scarne parole e a gesti (era pieno di tic nervosi!), che per l’indomani avrebbe voluto alcuni brani. Provavamo di notte, e quando arrivava la scena registravamo. Alla fine del mese senza accorgermene avevo scritto tutta la colonna sonora. Uscì poi il film e la mia musica prese il Nastro d’Argento. Da quel momento ho cominciato a scrivere musica per il cinema: quarantatre colonne sonore! Tutto è nato da un semplice gesto, il regalare un disco a Mastroianni. A volte da un gesto ti si apre la vita.

Tornando al jazz tra i suoi incontri c’è quello con Ornette Coleman….

Lo andai a salutare al termine di un suo concerto e gli regalai alcuni miei dischi. In primavera gli scrissi, invitandolo nella mia casa in campagna, un monastero del ’500 che avevo comprato per poche lire, attraverso un’agenzia, senza vederla, a rate: avevo fatto quattro concerti alla Piccola Scala e volevo coronare il sogno di una casa-laboratorio. Nell’ex refettorio che allora era adibito a stalla avevo allestito un piccolo teatro a cinquanta posti, quanti erano gli abitanti del paese. Lui, tipico dei jazzisti, non mi rispose. L’inverno successivo Ornette era a Roma, per suonare al Music Inn. Mi telefonò: “Pronto, sono Ornette! È ancora valido il tuo invito? Ho la mia band, siamo in sette”. Li andai a prendere alla stazione con la mia spider e due macchine di amici paesani. Era il suo gruppo di jazz elettrico, i Primetime. Facevano un baccano tremendo. Lui si era messo in testa di riprodurre il brusio della metropoli. Erano vestititi da pirati, la gente li guardava allibita! Rimasero una settimana. Una mattina viene da me con il sax e mi fa “Ma non suoniamo?”. Io per delicatezza in quei giorni non gli avevo mai chiesto nulla! Scendemmo in teatro e suonammo per quattro ore in duo. Ero d’accordo con gli abitanti del paese: quando la porta del teatro era aperta, potevano accedere. A poco a poco la sala si riempì di cinquanta spettatori.

E John Coltrane? Ci racconti di Trane.

Ho avuto due incontri con lui. Il primo attraverso Gato Barbieri, con il quale avevo appena inciso un disco insieme a Steve Lacy e Don Cherry: “New Feelings”. Gato suonava la sera in un club di lusso: dalle 9 alle 3 del mattino per poche migliaia di lire. Con quei soldi aveva fatto costruire da un artigiano una custodia per il sax tenore bellissima. L’interno in seta rossa e con su scritto “John Coltrane”. Voleva regalargliela, in occasione del suo concerto a Milano per la Triennale. Andammo a trovarlo. Bussammo e Gato gli diede la custodia. Si commosse Coltrane… gli piacque tantissimo.

Quando lo ha rincontrato poi?

Tornò a fare concerti a Milano, e tornai a salutarlo. Mi avvicinai al suo camerino il pomeriggio… La sera avrebbe suonato. Erano circa le 14.30 e lui già si esercitava, faceva una scala africana, studiava le posizioni. Non volevo interromperlo. Tornai a sera che ancora studiava. Quando smise entrai. Ci mettemmo d’accordo: l’avrei portato alla fine del concerto con la mia macchina all’Hotel Duomo, dove alloggiava. Così fu, e arrivammo a Piazza Duomo. Era la notte dell’anno in cui facevano la pulizia delle vetrate: immaginate il Duomo illuminato dall’interno nel buio: una visione apocalittica, meravigliosa. Mi afferrò il braccio mentre guidavo e mi disse “Giorgio, fermati, fermati”. Stette li a guardare, estatico, per sei o sette minuti… Arrivammo all’albergo, scese, si appoggiò al banco della hall e mi salutò… era un principe nero, carismatico.

Maestro, lei ci ha parlato della sua sintesi come di un tratto fondamentale della sua musica. Il suo ultimo disco in piano solo è forse un mezzo riassuntivo di questa sintesi?

È un disco sincretico. Ho scelto tra quattromila titoli di musica colta, scremando in maniera deduttiva… e sono arrivato a dieci. Li ho trascritti uno ad uno lasciando alcuni spazi, come se fossero parti di un affresco da restaurare. Il restauro è la parte estemporanea, connessa con il rispetto dello stile del brano. Il tutto è sfociato in un faticoso ma intensissimo concerto che è stato registrato, e da cui è nato il disco. C’è un filo struggente, sprazzi di gioia, c’è pathos, è una chiave di lettura nuova. È un disco di jazz, di musica totale. E rispecchia il mio modo di fare musica.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Daniela Floris
Soggetto: Giorgio Gaslini
Luogo: Milano
Foto: Stefania D'Ambrosio
Web: www.giorgiogaslini.it

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Commenti  

 
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