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PAOLO FRESU

Paolo Fresu, stella del jazz italiano. Per lui la musica è un viaggio tra mille culture.

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Paolo Fresu suona la tromba quasi tutti i giorni dell’anno, con musicisti di ogni continente… e suona tutta la musica che gli piace e che vuole suonare. Tutta quella che possa ispirarlo, e in tutti i modi che lo possano entusiasmare e portare a scoprire altra nuova musica. Fresu è il dinamismo del jazz. La sua insaziabile curiosità verso le potenzialità del proprio strumento lo portano ad una ricerca continua che colora di stupore il suo percorso di artista. Ecco come racconta il suo mondo.

Paolo, a che età ti sei avvicinato alla musica?

Direi da piccolissimo. Suonicchiavo tutto ciò che mi capitava… avevo un’armonica a bocca, e si capiva che avevo già buone disposizioni. Poi a dieci anni ho iniziato a suonare la tromba.

La tromba non è uno strumento semplice per un bambino. Come mai proprio la tromba?

In casa ce ne era una perché mio fratello suonava nella banda del paese. Questa banda io la seguivo. Mi piaceva tanto, ma mio fratello c’era prima di me. Poi lui andò in seminario per cui lo strumento è rimasto a casa. La guardavo… e per me era un sogno. Quando mi hanno permesso di prenderla ho iniziato a suonarla da solo, fino a che non ho chiesto al maestro di entrare a seguire i corsi della scuola della banda. Lui voleva darmi un altro strumento, ma io mi rifiutai: avevo la mia tromba e quella volevo suonare! Ad undici anni entrai definitivamente a far parte dell’ organico della banda di Berchidda.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica? C’è stato un episodio, o un artista, o un disco che ti ha folgorato rispetto ad altri?

Ti dirò, agli inizi guardavo molto la televisione… e vedevo le grandi orchestre della Rai. Ero incantato. Lì suonavano Gianni Basso, Dino Piana, Oscar Valdambrini per intenderci… All’epoca l’Orchestra della Rai faceva molto jazz. Allo stesso modo ascoltavo anche la radio. Fu grazie ad essa che per la prima volta sentii suonare credo Lee Morgan, o forse era Clifford Brown. Non ricordo bene chi dei due. Ricordo di sicuro che mi sconvolse questa tecnica incredibile. Non sapevo neanche chi fosse il trombettista ma ne rimasi stupefatto. Poi ho sentito Miles Davis e tutto è cambiato. È stato amore a prima vista. Ascoltavo anche tanta musica leggera, da Lucio Dalla a Stevie Wonder a Raul Casadei. Musicalmente sono nato a 360 gradi . Ho suonato moltissima musica leggera. Ad un certo punto però ho dovuto risolvere questa strana dicotomia artistica, e così l’ho abbandonata. Anche se a lungo ho tentato di farla convivere con il jazz.

Quindi sei d’ accordo sul fatto che tutto può diventare jazz se esiste un jazzista che interpreta un brano. Penso alle canzoni di Tenco, Gino Paoli, Bruno Martino ma non solo.

Certo! Ma anche musica pop straniera… ci sono cose di Stevie Wonder bellissime ad esempio. La mia vera palestra è stata proprio la musica leggera.

Tu sei sardo, ed in Sardegna c’è una grande tradizione sulla tecnica del fiato continuo, ad opera dei grandi suonatori di launeddas. Hai avuto maestri tradizionali insieme ai maestri colti?

No. La tecnica della respirazione circolare l’ho imparata da solo a casa in un pomeriggio. È stato un po’ come imparare ad andare in bicicletta. Ero appassionato di musica tradizionale, tanto che mi iscrissi all’Università a Bologna perchè avrei voluto laurearmi in etnomusicologia con Roberto Leydi. La musica tradizionale la ascoltavo, la seguivo, compravo dischi, andavo nelle biblioteche a fotocopiarmi libri. Ad un certo punto ho deciso che dovevo imparare la respirazione circolare… non sapevo come si facesse. Mi avevano un po’ spiegato la tecnica: prendere aria con il naso e tirarla fuori con la bocca. Mi ricordo che la imparai immediatamente, e direttamente con lo strumento. Difficile è stato perfezionarla, capire cosa farne… perché non volevo diventasse un “numero da virtuoso”. Volevo finalizzarla all’espressività, al linguaggio, alla ricerca. Prima di capire quale fosse per me il modo giusto per utilizzarla sono passati tanti anni, fino a che non ho trovato la mia via. È diventata una cosa molto intima che l’ho poi accostata all’elettronica. Allora tutto ha avuto un senso: il suono “dritto” che proviene da una nota lunga mi interessa. Il suono, non la sua durata.

Il tuo festival in Gallura ha la particolarità di essere fortemente legato al territorio. I concerti si svolgono nei luoghi più disparati, anche isolati ed immersi nella natura. Cosa cambia per te e nella tua musica quando suoni all’Auditorium o sotto un olivastro millenario?

Beh sì, cambia… cambia, perché in Auditorium sei tu che fai la tua musica, ed il luogo in cui suoni diventa compartecipe. Amplifica i tuoi suoni, ed è come se fosse al tuo servizio. All’aperto, nella mia terra, o comunque quando suoni in mezzo alla natura, è il luogo ad essere protagonista. Non avrebbe senso suonare sotto l’olivastro millenario di Luras o davanti un lago o in mezzo alle rocce del monte Limbara se la musica rimanesse uguale. Bisogna relazionarsi con quel luogo. Spesso la risposta al suono è poca o quasi inesistente e quindi devi trovare una corrispondenza profonda, nuova con il posto in cui ti trovi.

Non è dunque una cosa solo acustica…

No, no, assolutamente. Il teatro veste la tua musica. Nel luogo all’aperto sei tu che vesti il luogo. Ecco perché cambia tutto. Devi porti delle domande come artista. Questioni che sono diverse da quelle che ti poni in un teatro, che non fa altro che assecondarti. Devi trovare un altro tipo di relazione e quindi se riesci a cambiare il tuo modo di pensare, cambia anche il tuo modo di suonare.

Quanto conta la musica colta e quanto la musica tradizionale nella tua carriera di jazzista? Sono generi diversi. Cosa hanno in comune per te? La tua musica ne è una sintesi?

Mi piace tutto. Mi piace la musica classica, soprattutto quella barocca, mi piace la musica etnica, quindi non mi sono mai posto il problema di inseguire l’una o l’altra. Sono fonti di ispirazione estemporanee, anche dal punto di vista dell’emissione del suono. Certo, in alcuni casi ci sono progetti specifici penso ai lavori su Barbara Strozzi o su Monteverdi. Nel campo della musica etnica può esserci un riferimento reale (come nel caso di “Sonos ‘e Memoria”), o semplicemente un mio relazionarmi verso culture diverse, come quando suono con i bretoni, i macedoni o i sudafricani. Ma è sempre tutto molto spontaneo. Mi piace tessere un po’ i vari pezzi, e quindi non mi pongo neanche troppi problemi stilistici. È una cosa per me naturale ed istintiva. Non c’è un approccio intellettuale.

In quel momento ti parla quel tipo di musica e tu rispondi…

Esattamente. Tratto il materiale non dal punto di vista architettonico. A parte eccezioni, l’architettura sonora, per ognuno dei casi che ho descritto, è tutto sommato semplice ed è basata sull’espressività del solista. In fondo la tromba è uno strumento melodico ed è un po’ una prima donna: per questo io la tratto come se fosse il tenore o il soprano di un’opera lirica. Il principio non è dissimile a quello del “Porgy and Bess” di Gershwin, per intenderci.

Quanto è importante per te esprimere te stesso e allo stesso tempo quant’è il bisogno di comunicare col pubblico?

Il bisogno di comunicare è fondamentale: se non c’è quello tanto vale stare a casa. Certo però prima devi trovare una relazione con te stesso . Nel momento in cui riesci a svelare questa relazione allora è possibile darle voce. Se non hai nulla di tuo allora ogni comunicazione con l’esterno diventa sterile e cade immediatamente, o diventa una specie di “piaggeria” nei confronti del pubblico.

Ci sono casi in cui il jazzista attribuisce all’incomunicabilità della propria musica un valore artistico. È questa convinzione che ha fatto percepire il jazz come un genere musicale elitario o addirittura criptico?

Ci sono stati certamente casi simili. Comunicare rompe un po’ quella filosofia (penso agli anni Settanta ad esempio), in cui l’artista che ha anche un minimo di successo o è amato dal pubblico o viene additato come inserito nel “sistema”. Dunque il vero artista dovrebbe essere quello in preda al tormento interiore e dovrebbe suonare principalmente per se stesso. Per me è il contrario: e questo non significa snaturare la musica o svuotarla di significati. È invece sentire come necessario trovare la forza di comunicare ciò che si prova. Sono contento perché ritengo di non essere uno che fa “spettacolo” nel senso deteriore del termine. Vado pochissimo in tv, sul palco parlo il minimo indispensabile a parte rare eccezioni. Faccio la mia musica, ma quando mi accorgo che quella arriva alla gente e piace, sono molto contento. Direi anzi che sono felice!

Cosa diresti ad un ragazzino talentuoso che volesse intraprendere la non facile carriera di musicista jazz?

Di pensarci due volte. Scherzo, gli direi di avere molta determinazione, molta pazienza, molta caparbietà molta volontà, perché la musica non è un gioco… o meglio, lo è anche. Ma se la musica la fai di professione il successo non arriva dall’oggi al domani. È un processo lungo, complicato. È una cosa complicata che cresce di giorno in giorno. Ci vuole davvero molto amore e molta dedizione. Quindi dico… si, di pensarci due volte.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Daniela Floris
Soggetto: Paolo Fresu
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.paolofresu.it

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