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MARCO RIGHI

Marco Righi regista de “I giorni della vendemmia” è la nuova promessa del cinema italiano.

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Si è formato a Milano seguendo corsi di regia pubblicitaria, in realtà Marco Righi è tra i più interessanti nuovi autori del cinema italiano. Una rivelazione, grazie al suo primo film “I giorni della vendemmia” e grazie a Simona Malagoli che lo ha prodotto. Lui è un emiliano e certamente di esempi illustri che lo hanno preceduto a casa sua non mancano, questo ci fan ben sperare per il futuro. Marco è figlio del nostro tempo, onnivoro culturalmente e dinamico professionalmente. Sta già lavorando al suo nuovo progetto ma nel frattempo si divide tra la sua “partita iva”, la buona musica e la lettura.

Ciao Marco, da pompiere a regista ce ne vuole. Ti va di raccontarci?

Ho iniziato a fantasticare con il video all'età di sedici anni circa, già avevo abbandonato da un po' l'idea, come tanti da bambini, di diventare pompiere (ah!); per me era un gioco... mischiavo quello che vedevo e creavo storie.
Piccoli cortometraggi tra amici. Stavo finendo gli studi da perito capotecnico meccanico, quale sono, poi due corsi post-diploma in regia e montaggio a Milano. Un documentario Abbasso il Duce e, due anni fa, l'esordio filmico.

Dove ti sei formato?

Ero molto confuso, volevo imparare la grammatica della regia, avevo urgenza di raccontare, di mettere in scena ciò che scrivevo. Di scuole - purtroppo - in Italia ce ne sono davvero poche; la Civica a Milano, la Sperimentale a Roma ma che formano solo pochi professionisti per volta... il Dams era vicino a casa mia però non ero convinto. Avevo amici che lo frequentavano ma non sapevano come funzionava nemmeno un sistema banale di editing.
Così ho cercato su internet e ho trovato due corsi per regia pubblicitaria e montaggio a Milano. Un piccolo test, un colloquio motivazionale e sono stato preso! Entrambi erano totalmente rimborsati dalla Regione Lombardia.

Il tuo primo lavoro retribuito?

Incluso nei corsi di cui parlavo avevamo un periodo di stage legato a alcune aziende del settore dell'audiovisivo e alla post-produzione video, al termine di quell'esperienza sono stato assunto da una di quelle case di produzione.

Hai fondato e dirigi lo studio 505. Di cosa si tratta?

505 è una piccola casa per me! Ogni tanto infatti (quando urge) ci dormo pure... è un progetto di attività individuale, sono solo io con la mia cara partita Iva. Uno studio nel centro storico di Reggio Emilia in cui lavoro e, appena posso, faccio eventi collaterali per varie manifestazioni legate alla città come a esempio per la Fotografia Europea. Ospito artisti, faccio esporre le loro opere, suonare chi vuole suonare, leggere chi ha scritto qualcosa. Mi piace molto.

Una curiosità: ma come fa un giovane regista nell'Italia odierna a realizzare la sua opera prima?

Questa è una domanda complessa, non facilmente semplificabile in poche righe. Non c'è una strada precisa che deve percorrere a mio parere. Ci deve essere una grande forza di volontà in primis, poi coscienza di cosa si vuole, e si può (risorse), mettere in campo, condivisione con chi supporta e sposa il progetto. Siamo in un periodo di crisi (non solo del cinema, ma sopratutto dell'essai) dunque di necessità virtù. In Italia sembra essere comunque abbastanza ciclica come cosa: ricordate Bellocchio nel sessantotto? In campagna con pochi attori, poche location, “I pugni in tasca”. Non è normale produrre i film con così poco anche adesso, anzi è proprio ingiusto...
Detto ciò, dobbiamo andare oltre, non stancarci di pensarli, di girarli. Proporli ai festival e alle sale, ai distributori. Darsi da fare, qualcosa si sbloccherà ne sono certo! Il sistema così è quasi al collasso.

Lo so che può sembrare una domanda ovvia, ma quali sono i tuoi registi preferiti? Chi ti ispira?

Tanti, non ce n'è uno in particolare... recentemente sono stato a un evento al Lumiere, una proiezione, per l'anniversario della scomparsa di un autore che amo molto, Valerio Zurlini. Potrei fare il suo nome, come anche quello di altri registi che provengono dalla mia regione: Bertolucci, Antonioni, lo stesso Bellocchio. Poi i soliti grandi nomi del cinema mondiale: Godard, Truffaut (a cui ho dedicato un corto), Rohmer, tutto il nostro neorealismo.
Tra i contemporanei faccio un solo nome al momento, che mi viene spontaneo sull'ispirazione: Terrence Malick.

Qual è il ruolo del cinema nella società contemporanea, ammesso che ne abbia uno...

Il cinema nella società ha un ruolo fondamentale: il cinema di qualità ci educa, ci rende meno volgari, ci mostra una diversa prospettiva sul mondo, ci rende più liberi e tante altre cose ancora...
Anche il cinema di intrattenimento (quando ben realizzato) dimostra una qualità e un’avanguardia – nell’attualità - sopraffina. Inutile dirlo: ci fa sognare. Cosa importante a ogni generazione.

Come arriva la scintilla? Mi riferisco all'idea iniziale che ti porta a scrivere un soggetto...

Arriva quando non riesci più a tenerla dentro, a racchiuderla in te. C'è un'esigenza, una priorità, che deve uscire, avere luce; allora devi fare di tutto per dargliene la possibilità. Qualsiasi cosa.
L'arte libera la vita diceva G. Deleuze. Quella vita dunque che forse è dentro di noi ma non portiamo in superficie va lasciata andare, fuoriuscire dalla nostra immaginazione (o realtà che sia).

Era chiaro che ci saremmo arrivati. Io l'ho visto al Mexico, a due passi dalla nostra redazione. Ci racconti de I giorni della vendemmia?

Quando ho scritto in poche righe di cosa doveva trattare la mia opera prima avevo proprio questa necessità di manifestare qualcosa che non avevo così chiaro ma che non riuscivo più a tenere dentro.
Metabolizzavo di continuo ciò a cui assistevo. Questo film è personale piuttosto che autobiografico. Nel film non c'è la mia vita ma sono entrate le mie storie vere d'infanzia, nella loro atmosfera, l’adolescenza (non solo mia, reale). Mischiando coscienza critica con creatività, giocando praticamente. Il cinema deve vivere di un estremo godimento nella sua genesi iniziale più feconda.

Che libro c'è sul tuo comodino?

In questo momento c'è Motel Life , opera prima di Willy Vlautin (musicista), da cui è già stata tratta la sceneggiatura dell'omonimo film che ha vinto a Roma la Migliore Sceneggiatura originale.
Mi sta piacendo molto, scorre liscio come ogni alcolico che si beve il protagonista; è struggente, feroce, il sogno americano nel precariato di questo sogno che non si riesce a afferrare.

L'ultimo film che hai visto al cinema?

In rassegna, dopo tanto che lo cercavo al cinema (ma ha avuta pochissima visibilità) I colori della passione, di Lech Majewski. Affascinantissimo: cerca di entrare nella tela del pittore fiammingo Pieter Bruegel, La salita al Calvario dipinta nel 1564.

Cosa c'è nel tuo lettore MP3?

Un sacco di roba molto eterogenea. Ci sono ancora gli Air di Viaggio sulla Luna , i miei concittadini Giardini di Mirò con il nuovo ep. Poi c'è da poco l'ultimo disco di Umberto Maria Giardini (Moltheni).
Il progetto-singolo di Jimmy LaValle, ovvero The Album Leaf , e in generale quel filone un po’ dream-pop. Shogaze, qualcosa di classico new wave e post-punk. Anche del post-rock.

E domani?

Domani spero un film da un nuovo trattamento che sto concludendo.

 

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Marco Righi
Luogo: Reggio Emilia
Foto: Anonimo
Web: Marco Righi

 

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