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STEFANO SCARFONE

Stefano Scarfone è tra i maggiori virtuosi contemporanei della chitarra. La sua è una musica senza confine e con uno stile riconoscibile.

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E’ un musicista di grande talento e di forte carattere. Front man eccezionale, Stefano Scarfone è nato con la musica e vive per essa. Un percorso professionale ricco di successi ed esperienze che continua freneticamente tra le attività live e le tournée, la produzione artistica e l’arrangiamento, la composizione di colonne sonore e musiche nel settore televisivo, pubblicitario e cinematografico. In questi anni ha collaborato con numerose produzioni e con altrettante etichette discografiche quali la Sony, Universal, Warner e Virgin. Tra una pausa e l’altra è riuscito anche a vincere un Key Awards (oscar per la pubblicità n.d.r.) e a portare a teatro migliaia di spettatori…

Stefano, hai iniziato a suonare la chitarra a 6 anni invece di pensare alle automobili gioccatolo. A casa tutto bene? Hai una famiglia normale?

E’ stato naturale. Anzi, consiglio chiunque abbia figli che hanno questa predisposizione di stimolarli, supportarli, farete uno dei più bei regali ai vostri bambini. Nel mio caso, mi ricordo che da piccolo passavo ore davanti alle vetrine del negozio di strumenti musicali vicino casa, poi un regalo di compleanno e qualcosa che non mi ha più lasciato.

E come mai a 14 anni è nata in te proprio la passione per il jazz e non per il rock o il pop?

In realtà è stato un po’ come bruciare le tappe. Il rock ho iniziato ad ascoltarlo che ero veramente un bimbo, era la fine degli anni Settanta e in tv sui canali privati la mattina passavano video musicali live dai Led Zeppelin ai Deep Purple, io avevo una fender telecaster che collegavo all’impianto stereo di mio padre, e passavo giornate intere a rifare riff ed assoli. In casa c’erano tantissimi dischi, dalla musica classica al jazz, alla bossanova per cui arrivato a 14 anni avevo un ascolto talmente erudito da permettermi di approfondire quello che più mi dava stimoli.

Cosa mi rispondi se ti dico “Ballata in re minore”?

Erano gli anni delle scuole superiori, avevo circa 17 anni ed insieme ad un amico, Francesco Leporatti (ora tecnico del suono in tanti tour italiani) ci iscrivemmo per partecipare ad un concorso nazionale istituito dal Provveditorato degli studi di Roma, il premio Mariano Romiti per composizione musicale. Il brano che scrivemmo “La Ballata in re minore”, un brano a cavallo tra il jazz e la musica classica, vinse il primo premio tra lo stupore e la soddisfazione di tutti i professori ed il preside di scuola.

C’è un musicista che apprezzi particolarmente, che ti ispira o ti ha ispirato?

Le influenze sono tantissime, assimilate e rielaborate seguendo una strada personale. Non credo di somigliare marcatamente a nessuno stilisticamente, anche perchè è una cosa che non ho mai cercato, sono sempre rimasto con i piedi per terra ascoltando e apprezzando molti artisti senza però prendere nessuno come esempio. Non ho un mito. Detto questo, si parte dalla musica classica per passare ai maestri del blues nero americano. Da giovanissimo mi piacquero molto le produzioni GRP, Paco De Lucia, Larry Carlton, Miles Davis, Michel Petrucciani , anche il compositore italiano Ennio Morricone e tantissimi altri.

Cosa succede quando componi?

Quando scrivo mi baso sulla melodia e molto spesso la penso, la canto nella mia testa prima di imbracciare lo strumento. Il risultato finale onestamente credo non sia riconducibile a qualche influenza è molto difficile che ciò succeda. L’ispirazione la traggo da tutto, dalle donne, dagli amici, da quello che mi succede, dal visitare una città, da un odore, da un sogno, dal manico di una chitarra, da un film, da un tramonto o da un bacio, da tutto.

Un grande chitarrista contemporaneo?

Apprezzo moltissimo il chitarrista italiano Antonio Forcione (residente a Londra n.d.r.). Sono rimasto folgorato durante un suo concerto alla Palma anni fa. E’ il musicista che mi ha fatto riflettere profondamente su quanto sia importante nel live la capacità di comunicare con il pubblico. Da lui ho “rubato” il modo di fare spettacolo, utilizzando dei “giochi” virtuosistici con lo strumento che risultano molto accattivanti, permettendo così di sdoganare e sdrammatizzare una performance strumentale che forse non è per tutti.

La Rai ha investito su di te, prima come produttore di colonne sonore nel settore televisivo e dopo addirittura ti ha aiutato a pubblicare il tuo secondo disco “Estrella” (il primo è “Original Soundrack” n.d.r.). Allora non è vero che ce la fanno solo quelli dei talent show…

In realtà il successo è una cosa che non ho mai cercato, ho avuto la fortuna e forse il merito di credere di potercela fare a vivere di musica in un paese molto difficile da questo punto di vista come l’Italia, e l’ho voluto fare in maniera sincera. Trovare una scorciatoia per arrivare al pubblico, come partecipare a un talent show piuttosto che omologarsi ad un sistema di music business è spesso controproducente. Tu esisti perchè qualcuno specula su di te, qualcuno tira le fila di quello che sei e di quello che farai, ti creano e ti cancellano a loro piacimento, non esiste un’identità artistica ma si crea un prodotto.
Ho iniziato a lavorare con la RAI appena diplomato perchè montarono la mia musica su delle immagini delle partite di calcio di serie A all’estero. Mi contattò il direttore delle edizioni di Rai Trade a Roma per propormi un contratto editoriale relativo al brano in questione, ci conoscemmo e gli portai una raccolta di quello che in quel periodo producevo a livello musicale ed iniziammo da subito a collaborare. In questi anni con loro ho prodotto circa 1.500 musiche tra colonne sonore, inserti pubblicitari, sigle, fiction, dvd, documentari ecc.
Nel 2006 Piero Ferri, che si occupa delle mie edizioni RAI, mi ha proposto di pubblicare il mio secondo lavoro “ESTRELLA”, altra cosa fatta quasi per scherzo, all’epoca ero appagato dal fatto che la mia musica maturasse diritti d’autore e dal fatto che un indotto importante e remunerativo come quello cine-televisivo tenesse in grande considerazione le mie opere, ma non immaginavo che ci fosse un mercato discografico per i miei lavori… invece il disco inizia a vendere, senza nessun tipo di promozione, metto su una band ed inizio a fare concerti e in due anni giro il mondo. Questo si che è un sogno per uno come me che vive di passione per quello che fa.

Sei un virtuoso della chitarra, quante ore al giorno ti eserciti?

Di solito suono qualche ora. Non faccio esercizi di tecnica da anni, sinceramente non ripeto scale, frasi ed accordi. Lavoro principalmente sull’affinare la mia capacità espressiva, sulla sfumatura.

Suoni spesso a Roma che è la tua città. Com’è la scena musicale romana?

Roma è una città ricca di ottimi musicisti. Forse hanno poco spazio per esprimersi e pochi luoghi per esibirsi in modo dignitoso. La maggior parte dei club propongono tributi o cover band spesso composte da musicisti non professionisti o da professionisti in difficoltà. C'è qualche club che ancora resiste proponendo musica originale, ma non sono molti. Diciamo che non è né New York né Parigi…

Stai lavorando al tuo prossimo progetto discografico. Raccontaci…

Il nuovo disco è quasi pronto. Sono molto soddisfatto sia per aver lavorato con grandissimi musicisti, sia per la qualità delle composizioni. C’è un po’ tutto il mio spirito dentro questo lavoro, sicuramente è molto rappresentativo della maturazione compositiva che ho raggiunto in questi ultimi anni.
L’album è una sorta di diario di viaggio che attraversa e fonde più stili, dove la melodia è la vera spina dorsale dell’intero progetto che si rafforza attraverso lo sviluppo di temi, sempre cantabili e ispirati spesso al Mediterraneo che è sempre presente nel mio cuore e nelle vostre orecchie.

I musicisti?

Un team eccezionale. Adoro il modo di suonare di Israel Varela che si sposa meravigliosamente con la mia musica. C’è il mio amico Luca Pirozzi al basso fretless su quasi tutti i brani, gli interventi al contrabbasso dell’ottima Caterina Palazzi e le improvvisazioni di Quentin Collins (tromba n.d.r.) nonché i colori delle percussioni di Gabriele Gagliarini. Decisamente un team eccezionale, non potevo desiderare di meglio, grandi professionisti e splendide persone.

Molti tuoi colleghi ed operatori del settore musicale sostengono che oggi spesso si usa la parola JAZZ per indicare una determinata musica che non riesce a trovare altra collocazione…

Di sovente si indica una musica che non riesce a trovare una collocazione come Jazz. In realtà questo termine tuttora stenta ad avere una definizione precisa. Il jazz è un’illuminazione, un intersecarsi di progressioni armonico-melodiche nel quale l’elemento dell’improvvisazione risulta predominante, un’emozione musicale che viene narrata con il cuore e con la tecnica che ne definisce i colori, che cambia a seconda dell'interprete, del movimento… qualsiasi definizione risulta incompleta.
Si fa spesso confusione storiografica individuando come jazz la musica legata ad un determinato periodo storico, attribuendo la definizione di jazz alle composizioni ad esempio bee bop, in realtà il jazz non è un linguaggio, è un sovrapporsi di eventi individuali e collettivi nei quali al tramontare di uno stile, il nuovo stile non ha mai soppiantato l’altro ma vi si è affiancato. Le collocazioni e le classificazioni in genere servono ai giornalisti non ai musicisti

Come definisci la tua musica?

La definisco solo con la parola “musica”, dare definizioni legate a questo o a quell’altro stile o genere sarebbe riduttivo, c’è una fusione eterogenea di tutto quello che provo, che sono stato e che sarò, delle emozioni e di quello che è stato il mio bagaglio di esperienze musicali e di vita.

L’ultimo CD che hai comprato?

He he, “Live in Tokio” di Michel Petrucciani… un grandissimo pianista. Un po’ datato ma fantastico.

 

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Stefano Scarfone
Luogo: Roma
Foto: Angelo Trani
Web: www.naurecords.com

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