CRISTIANA COLLU
Direttrice e anima pulsante del MAN di Nuoro. Il cuore della Sardegna che batte al ritmo del linguaggio artistico internazionale.
Entrecote al sangue per Cristiana Collu (Cagliari 1969). Anche Sofia, la sua bimba di cinque anni, è con noi: durante l’intervista - intorno al tavolo rotondo del Ristorante Ciusa a Nuoro - disegna con le matite colorate. Più tardi una passeggiata a Oliena, per vedere la mostra di dolci-gioiello ricamati con glassa e perline di zucchero da Anna Gardu. Meliheddas, Horièddos e altri dolci tipici, a base di mandorle e miele, interpretati dalla creatività dell’artista pasticcera, portavoce di un’antica passione di famiglia. Terra di tradizioni la Barbagia, nel cui capoluogo si respira anche la freschezza della contemporaneità, sintetizzata dall’acronimo MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro. Una sfida che Cristiana Collu porta avanti dalla fine degli anni ’90 quando, vincendo un concorso pubblico, venne nominata direttore di un museo che di fatto non esisteva. Sempre attenta alla realtà territoriale, Collu ha saputo dare un’impronta internazionale al museo sardo, dialogando costantemente con importanti istituzioni, tra cui il MART di Rovereto, lo SMAK di Gand, nonché La Fabrica e FotoEspaña al terzo appuntamento con la mostra Entretiempos / Nel frattempo, istanti, intervalli, durate, curata da Sérgio Mah. Dopo Nuoro, tappa intermedia preceduta da Madrid, la collettiva si sposterà infine al Centro de Arte La Regenta a Las Palmas de Gran Canarias. Un progetto internazionale, quindi, nato da una riflessione comune sul tempo, perfettamente in sintonia con i ritmi personali della direttrice, che prevedono anche l’insegnamento di Progettazione Museografica alla Facoltà di Architettura presso le Università di Sassari e Cagliari, nonché la curatela del Premio Terna, insieme a Gianluca Marziani. Conciliare la carriera e l’aspetto materno per lei è stato naturale: “anzi la presenza di Sofia” - precisa - “mi ha reso ancora più energetica. Adesso ho un ritmo che è molto più razionale”.
Nel 1997 hai vinto il concorso di direttore, con funzioni di progettazione e realizzazione museografica, gestione amministrativa e del programma artistico-culturale del MAN, un museo che non esisteva...
Il concorso era per una istituenda pinacoteca. Prima che il museo aprisse, alla fine del ’98, con una specie di golpe, sono andata dagli amministratori dicendo che avevamo preparato un progetto per aprire il Museo d’Arte della Provincia di Nuoro (MAN). Per loro fu una sorpresa ma, in qualche modo, questo progetto corrispondeva a quello che avevano in mente. Così, nel febbraio 1999, abbiamo aperto il museo, che non esisteva neanche come spazio, o meglio lo spazio era quello della sede attuale, ma non così com’è oggi. Appena arrivata ho chiuso l’edificio - due corpi distinti di fabbrica che in precedenza erano stati la sede di un ente provinciale – da poco ristrutturato per diventare pinacoteca, chiedendo un finanziamento per la ristrutturazione museografica, che sono riuscita ad ottenere. Siamo partiti dall’impianto delle luci, i pavimenti, le pareti, l’apertura dei varchi attuali, il rifacimento dei tetti... C’è, poi, un episodio che ritengo fondamentale: era il ’98, andai da Eduardo Chillida e gli proposi di fare una mostra, anche se non avevo nulla in mano, perché il museo non era ancora aperto. Lui mi disse subito di sì, affidandosi al suo istinto. Così abbiamo inaugurato il MAN con la mostra di Chillida, insieme alla collezione del museo di arte sarda dall’inizio del Novecento ai nostri giorni e all’antologica del pittore nuorese Gino Frogheri. Cultura internazionale, attenzione alla tradizione storica con l’apertura al contemporaneo, e poi un artista locale, che fosse un personaggio solido, à la page nel panorama artistico internazionale, in questo caso degli anni ’70: questa era la storia che mi interessava raccontare.
La collezione include le opere di artisti sardi, fra cui Ballero, Biasi, Ciusa, Ciusa Romagna, Delitala, Floris, Nivola, Frogheri, Fancello, Pintori...
Sono presenti tutti coloro che in Sardegna sono considerati maestri dell’arte. È una collezione abbastanza organica. Dalle trecento opere iniziali siamo arrivati ad averne circa seicento. Il nucleo centrale è costituito da comodati, ma ci sono anche donazioni e acquisizioni.
Per il 2011 quali sono le mostre in programma?
Una sarà dedicata all’arte australiana, con la presenza di arte aborigena, e avrà probabilmente due sedi in Sardegna. L’altra, invece, sarà un nuovo progetto, sempre in collaborazione con FotoEspaña, con il nuovo commissario, il cubano Gerardo Mosquera, il cui probabile titolo è Face, un discorso sull’idea del ritratto, che mi interessa molto, specialmente a partire da ciò che dice Jean-Luc Nancy sul ritratto come ritrarsi, mettersi da parte, come se fotografare un volto fosse vedere il luogo stesso del contemporaneo.
Parlando di queste mostre, hai citato due luoghi geografici - l’Australia e la Spagna - in cui hai vissuto negli anni della formazione accademica.
L’esperienza di Sydney è stata il prima e il dopo, nel senso che ho trovato grande affinità nell’impostazione del lavoro anglosassone, che cerco di applicare qui, mediandola con la visione italiana. Senza, quindi, arrivare agli estremi meritocratici - che pure sono validissimi - e dando più spazio al lato umano, che ritengo fondamentale. Il museo MAN è una piccola realtà e le persone che lavorano con me, sono persone cui non devo chiedere nulla. C’è passione e coinvolgimento nel progetto, questo è un elemento che non ha prezzo, ma che si ottiene con la sensibilità, la flessibilità e la comprensione. La Spagna, invece, è fondamentale sotto un altro aspetto, intanto per la visione d’impostazione internazionale, ma soprattutto per il rapporto - in parte inesplorato - con il latino-america. La vitalità spagnola viene da lì, quella grande energia primordiale, talvolta contraddittoria.
Cosa hai provato, in qualità di più giovane direttrice italiana di museo?
Era il mio primo lavoro ed ero molto giovane. Poche persone hanno l’esperienza di inaugurare un museo, vedendone le trasformazioni e dirigendolo per molto tempo. All’epoca ero appena rientrata dall’Australia e vivevo a Roma, dove stavo cominciando a collaborare con l’Università Roma Tre e avevo tante idee. Quando ho vinto il concorso e sono venuta qua, non sapevo decidermi. A volte la vita ti dà tante chance, altre nessuna. Ma quando te le dà, spesso sono tutte insieme. Ricordo che, parlando con mio padre, lui mi disse che in fondo avevo ventisette anni, era il mio primo lavoro e non era male essere direttore di qualcosa che non esisteva ancora! Questo suo modo di prendermi in giro, ma anche questa apertura verso il nuovo, mi orientò nella scelta di un qualcosa che avrebbe potuto essere schiacciante, considerando appunto che non avevo esperienza. Questo, poi, non è certo il più facile dei territori per una donna. Ma, nello stesso tempo, in Barbagia c’è un codice che appartiene all’identità, quello dell’ospitalità, che significa anche essere accoglienti e curiosi. Se non ci fosse stato questo spazio dell’ospitalità - un luogo della filosofia - non ci sarebbe stato il MAN. È un paradosso, ma è un paradosso fertile per la crescita del museo. Allo stesso tempo, ritengo che Nuoro sia la città meno provinciale d’Italia, perché è una società ancora molto trasversale, dove ci sono famiglie in cui i diversi componenti sono il pastore, il medico, l’avvocato, l’impiegato... Quindi è necessariamente trasversale, ma questa trasversalità fa in modo che non ci siano differenze gerarchiche. Ad esempio, quando il museo è arrivato, c’era un’attesa per il luogo in cui si sarebbero conservati i grandi maestri sardi del Novecento. Quando, poi, dopo due anni dall’apertura ho ritirato la collezione, allestendo Pay attention Please - una mostra abbastanza forte, tutta sul contemporaneo - la gente si è ribellata. Ci furono molte critiche, anche sui giornali, e ci si chiese dove fosse andata la collezione. Era un segnale molto positivo, perché in soli due anni il MAN aveva conquistato gli abitanti di Nuoro. Diversamente dalla chiusura del cinema, che avvenne nello stesso periodo e di cui nessuno disse nulla, ci fu una specie di dichiarazione d’amore ufficiale nei confronti del museo. Allora non replicai alle critiche, e dopo quattro mesi feci tornare la collezione, un po’ come se fosse un ritorno all’ordine. Da allora funziona come è adesso. La gente ha capito che questo museo è un valore, ma l’aspetto conservativo non è l’unico che lo contraddistingue, si respira anche quello internazionale, una finestra su un altrove, di cui la gente del posto è orgogliosissima.
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Intervista: Manuela De Leonardis
Soggetto: Cristiana Collu
Luogo: Nuoro
Foto: Giusy Calia
Web: www.museoman.it
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