CATERINA PALAZZI
Tra ragione e sentimento, il futuro del jazz italiano è femmina (e gioca a sudoku).
È giovane e bella, determinata e preparata. Contrabbassista e compositrice, è considerata il nuovo talento emergente del jazz italiano, tanto da dare filo da torcere ai suoi colleghi maschi. La critica ha molto amato il suo debutto da leader, con il disco “Sudoku killer”. Il pubblico la segue con passione in tutti i suoi progetti musicali, che spaziano dal rock al jazz. Qualsiasi avventura stia affrontando, Caterina non perde mai il suo stile unico, che affascina e incanta chi le sta accanto.
Il contrabbasso è uno strumento dall’estrema fisicità, con un carattere forte, che gioca sempre un ruolo fondamentale in una band. Hai mai sentito il peso di questa scelta così originale e impegnativa?
Il peso lo sento soprattutto fisicamente! Tutti i giorni mi trovo a trasportare questo ingombrante strumento per le scale, poi in macchina, poi in strada! Questi sono gli unici momenti in cui sento la fatica, da tutti gli altri punti di vista il contrabbasso è uno strumento talmente bello e coinvolgente, che non mi capita mai nemmeno per un secondo di pentirmi della mia scelta. Il fatto che sia così grande è per me una cosa positiva, ha una statura quasi umana, per cui sul palco mi sento protetta, come se fossimo in due a suonare e non io da sola.
Il jazz è considerato un genere piuttosto sessista, che lascia poco spazio alle donne, soprattutto quando, come nel tuo caso, sono giovani, belle e si dedicano a strumenti prettamente maschili. Come si sconfiggono i pregiudizi di musicisti e critici?
I pregiudizi ci sono e l’unico modo per sconfiggerli è dimostrare di avere le capacità di saper suonare come e meglio di un uomo. È un’arma a doppio taglio: alcune persone che vedono salire una donna sul palco sono molto incuriosite, e ciò gioca a nostro favore creando una certa attesa e parecchio interesse; altre, invece, sono piuttosto prevenute e danno per scontato che una donna non potrà mai suonare a livello di un uomo. Da questo preconcetto nasce il diffuso modo di dire che perseguita tante donne non appena scendono dal palco: “per essere una donna, suoni bene”. Credo proprio che stare sul palco e suonare come sappiamo fare, sia l’occasione di dimostrare che queste persone si sbagliano.
“Sudoku killer” è il tuo primo disco da leader, un titolo che omaggia una delle tue grandi passioni. Ogni brano è una suite, che evoca immagini e trame complesse. Quanto ti ha coinvolta emotivamente la composizione dei brani?
Nelle mie composizioni ho messo tutta me stessa, le mie emozioni e le mie esperienze. Nella vita sono una persona apparentemente fredda e determinata, ma credo che ascoltando la mia musica si possa intravedere anche il lato passionale ed emozionale. Suonare e ascoltare la propria musica è un’emozione intensa e impareggiabile, basterebbe questo per essere felici e soddisfatti nella vita.
Molti giovani jazzisti italiani scelgono di vivere lontani dalla nostra nazione: Parigi, Londra, addirittura New York. Hai mai pensato di espatriare o credi che l’Italia possa darti il valore che meriti?
Spesso ho pensato di andare all’estero per un periodo, perché anch’io credo che possano esserci più opportunità lavorative e artistiche, almeno per quanto riguarda il jazz. Però credo anche che, essendo nata e cresciuta in Italia, posso e devo provare ad affermarmi qui, prima di lasciare tutto e cambiare paese. Io dico sempre “volere è potere”, che è anche il titolo di una mia composizione, quindi non perdo la fiducia e resto in Italia. Non posso certo lamentarmene, suono quasi tutte le sere e ho avuto tante soddisfazioni, come l’uscita del disco, i numerosi concerti, le buone recensioni della critica specializzata.
Essere musicisti è spesso soprattutto una vocazione che richiede devozione assoluta. Come riesci a coniugare studio, impegni professionali e vita personale? Hai avuto fidanzati “gelosi” del tuo amore per le note?
Proprio perché la musica è una vocazione, ho sempre avuto accanto compagni musicisti. Non credo che potrei condividere la mia vita con qualcuno che non capisca a fondo il mio mondo, sarebbe troppo limitante. La cosa buona nel frequentare musicisti è che ci si sente compresi, anche se purtroppo, per contrappasso, a volte s’innescano gelosie e invidie, scatta la competitività. Io poi sono una macchina da guerra iper determinata e per la musica non mi risparmio mai e non guardo in faccia a nessuno. Questo mio atteggiamento potrebbe far scaturire in chi mi sta accanto, un senso di “inadeguatezza”. Forse il rapporto ideale è tra un professionista e un musicista per passione, che ha dunque un altro lavoro con cui vive e che lo soddisfa, così ci si pesta meno i piedi e si ha molto più da condividere.
Matematica, enigmistica, letteratura noir, sono interessi tipicamente maschili. Hai un buon rapporto con la tua parte femminile? Ti piace curare il make up, seguire la moda, indossare tacchi e “lustrini”?
Apparentemente il mio lato femminile è un po’ nascosto, proprio perché penso molto alla mia carriera e non a costruire una famiglia. Non amo truccarmi e vestirmi elegante nella vita di tutti i giorni, preferisco indossare i jeans ed esibire un look semplice. Quando invece sono sul palco, mi vesto con una certa cura, pur mantenendo il mio stile senza troppi vezzi. Io dico sempre che un conto è essere femmina, un conto è essere femminuccia! Quando sei forte della tua femminilità, il trucco e i tacchi non servono a granché.
I musicisti sono “zingari”, sempre in viaggio, tra un concerto e l’altro. Tre oggetti che porti sempre con te, ai quali non potresti mai rinunciare?
Dunque, non ho molti dubbi: innanzitutto una delle mie riviste di logica brain trainer, con all’interno il sudoku; un bel libro, magari del mio autore preferito, Fëdor Dostoevskij; il mio iPod, con il quale ascolto soprattutto il rock, dai Beatles ai Red Hot Chili Peppers, senza mai dimenticare la musica di Fabrizio De Andrè.
A cena con la tua coetanea Esperanza Spalding, per scambiare confidenze tra ragazze con le stesse passioni, o con il grande Ron Carter, per ascoltare aneddoti del passato e cogliere preziosi insegnamenti?
Credo proprio che sceglierei Ron Carter, è uno dei miei miti! Avere l’occasione di parlare con lui sarebbe un’esperienza forte, mi piacerebbe chiacchierare e scoprire se nel corso della sua lunga carriera abbia mai subito dei periodi di “crisi”, creativa e personale. Essere musicisti è certamente una vocazione e non una scelta, ma ho sentito dire che anche i grandi del settore abbiano avuto dei momenti di “rigetto” per la professione. Spero che a me non capiti mai! Tempo fa, invece, mi è capitato di essere a cena allo stesso tavolo di Esperanza, in occasione del festival Jazz à Oloron in Francia, ma non abbiamo avuto occasione di parlare approfonditamente.
Hai un sogno stravagante e creativo, che ti piacerebbe poter realizzare entro i tuoi trent’anni?
Vorrei partecipare al campionato europeo di sudoku, ma non trovo mai il tempo per dedicarmi con assiduità a perseguire questo obbiettivo. La musica rimane per me un lavoro a tempo pieno, oltre che la mia più grande passione.
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Intervista: Elena Giorgi
Soggetto: Caterina Palazzi
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.myspace.com/caterinapalazzi
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