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FRANCESCO CALVANI

Dita che si muovono veloci dando vita a una passione che respira la musica del mondo, musicista e Direttore artistico di Music in Tour/Spoleto '10.

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Una breve parentesi tra i manuali di diritto, ma cattedra e codici non fanno per lui: Francesco Calvani abbandona le aule della Facoltà di Giurisprudenza per lasciare che la sua gola faccia vibrare il silenzio in musica.Francesco Calvani è Presidente e Direttore Artistico del Music in Tour/ Spoleto '10. Il Conservatorio di Musica di Perugia l’ha visto dipanare con velocità estrema la strada della sua passione e a soli venticinque anni scrive un workbook di dieci patterns proponendo ardite soluzioni fraseologiche musicali a partire dall’elaborazione di frammenti melodici delle Goldberg di J.S. Bach.Un aereo lo accompagna nella capitale per il caffè mattutino mentre il tramonto chiude il sipario della giornata tra le vetrate di un aereporto dall’altra parte dello stivale. E nel nomadismo necessario della convulsa vita da artista Francesco sogna orizzonti lontani in rapido, rapidissimo avvicinamento.

Qual è lo scoglio contro cui i giovani che desiderano organizzare un evento si trovano costretti a combattere in un Paese come il nostro?

Sostanzialmente la burocrazia. Quando ho iniziato a costruire Music in Tour/ Spoleto '10 mi sono rivolto a vari Enti, ma il contatto non fu immediato. Mi ritrovai a suonare alle portinerie di aziende, enti istituzionali, rimanendo nelle sale d'attesa anche un’ora e mezza. Si aspettavano un Calvani quarantenne, io invece di anni ne ho ventisei. All’inizio c’è stato un momento di diffidenza, ma sono stato tenace, ho atteso, ho illustrato il progetto e lentamente sono riuscito a risalire la struttura gerarchica. Alla fine il progetto è piaciuto e ho ricevuto anche i complimenti per l’iniziativa.

Da giurisprudenza al conservatorio: è stato necessario più coraggio a capire che dovevi cambiare orizzonte oppure decidere che saresti stato in grado di realizzarlo davvero?

Ho sempre parlato tanto e rotto le scatole, quindi dopo il liceo, anche parlando con la mia famiglia, mi sono detto: perché non tentare giurisprudenza? Tre esami: io, la scrivania, le sigarette, i libri.Non era vivere. Mi sono reso conto che non era quello che volevo fare e lo dico senza presunzione: con la musica mi sono imposto nella mia vita sacrificando ogni cosa, dal sociale a una donna, a tutto il resto. Mi sono imposto di diventare qualcuno ma lavorando tredici ore al giorno. Con giurisprudenza sarei diventato un qualsiasi avvocato, ma mi sono detto: voglio vivere la mia.Ovviamente avevo una predisposizione alla musica altrimenti non avrei potuto scegliere di lasciare tutto a ventun anni e fare il conservatorio. Ho iniziato studiando sedici ore al giorno, dal solfeggio al pianoforte.

Musicista e scrittore, il fare musica e l’organizzare eventi musicali: come pensi si possano e si debbano confrontare questi elementi diversi nella vita di un artista contemporaneo?

Ho voluto che la mia vita fosse all’insegna del versatile, del poliedrico, quindi ho unito tre diversi aspetti di me: l’istinto che ha sempre vagato nel mio essere sanguigno, la creatività (ho sempre scritto, tanto che quando non sapevo cosa fosse un pentagramma al posto delle note scrivevo do, mi, sol) e infine mi sono disciplinato, facendo in modo che la mia creatività venisse fuori.Purtroppo talvolta le istituzioni cercano di boicottare i progetti, vorrebbero confezionarli, manipolarli e questo costituisce il più grande problema.Io ho pensato di fare in modo di continuare a suonare, ma al tempo stesso investire in direzione di una progettualità di eventi. Ho tessuto questa tela attraverso grandi amicizie con artisti di fama mondiale quali Andrea Bacchetti e Rocco Filippini, ma se non avessi avuto la musica alle spalle non avrei fatto nulla.Il Festival di Spoleto nasce con nomi eccelsi: Andrea Bacchetti, che ha lavorato dal Metropolitan a La Fenice, Rocco Filippini che si esibirà con il suo violoncello, un Gore Booth di Antonio Stradivari, Sergio Pellegrini e l’orchestra del Teatro Regio di Parma, una delle più prestigiose al mondo. E' stata la musica a mettermi nelle condizioni di conoscere queste personalità eccezionali e risultare credibile.E se da qui al 2025 il mio sogno è di assistere alla nascita di un festival nomade, posso dire che al momento il progetto sta prendendo il volo verso la Russia e a giugno partirò per Washington. E’ un sogno che si realizza e questo è stato reso possibile da tante persone che ci hanno creduto.

Raccontaci un concerto che ti è entrato nell’anima, un aneddoto della tua carriera

Stavo suonando in un caffè letterario di Spoleto la Pavane di G. Fauré, che avevo ritrascritto col sax soprano. Tra i presenti si trovava la contessa Lavina Vincenti Mareri insieme al marito Gianni. Dopo l’esibizione, commossa, è venuta verso di me e mi ha detto: ‘Mi venga a trovare per un tè’. Di qui è nata una profonda amicizia con una donna dalla cultura e l’intelligenza straordinarie, una donna che ha fatto suo questo progetto fin dall'inizio e sarà madrina del festival. Ha impegnato risorse e aperto le porte del suo meraviglioso palazzo, dicendo: ‘Francesco tu ti meriti tutto questo… e una donna che sappia stare al tuo fianco’.

Cosa pensi che renda un musicista un bravo musicista?

Sostanzialmente due elementi: grande umiltà e la dedizione, oltre alla voglia di ricercare. Studiando al fianco di Andrea Bacchetti ho appurato la maniacalità nel rivedere e fare tue le parti. Il problema quando si rivisitano autori storici è questo: ogni direttore d’orchestra da la sua chiave di lettura. Su cinque direttori, tre sono l’élite, uno il top: l’eccellenza che per me significa la ricerca del dettaglio, un legato, una frase armoniosa. Questo l’ho visto con Bacchetti, che possiede un approccio umilissimo, ricercato, ma al tempo stesso sofferente.Tutto questo in musica significa sacrificare la vita in funzione di tali progetti. Ovviamente ci sono i mille problemi connessi: non riesci ad avere una persona a fianco, non dormi mai, non ti rapporti con le persone che vorresti. Bisogna sapersi sacrificare. Ma la musica, il musicista lavorano in funzione di questo. Si sacrifica la propria vita perché ci si impone di diventare qualcuno ed entrare nella Garzantina: essere ricordato magari come il più grande figlio di puttana però uno che ha prodotto.

Quali sono i tre oggetti tecnologici che aiutano la vita del musicista nomade tra treni e aerei?

I miei due Blackberry, l’iPod che ascolto anche in aereo e direi il Mac. L’ultima tecnologia è quella che ti mette nelle condizioni di poter arrivare a un prodotto del genere, la comunicazione che valica le distanze.

 

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Intervista: Maddalena De Bernardi
Soggetto: Francesco Calvani
Luogo: Spoleto (PG)
Foto:
Ernesto Tedeschi
Web: www.musicintour.com

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Commenti  

 
0 # Bessie Smith 2010-12-01 21:10
Ciao Francesco ma perchè fai sempre quella faccia da cattivone nelle tue foto?
Poi volevo chiederti un'altra cosa: come facevi ad allenarti 16 ore al giorno? Ce la facevi ad andare al cesso e a dormire nelle ore rimanenti?

ciao e grazie

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