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ANNA BARTOLACELLI

Organizzatrice di Node Festival, creatrice di Urban Blocks: indomita appassionata di tutto ciò che è musica e immaginazione.

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Anna Bartolacelli nasce in Emilia Romagna nel 1981 ed è all’ombra della Ghirlardina modenese che muove i primi passi nel mondo dell’arte, imboccando per passione e senza troppi perché una strada che la porterà all’inseguimento della musica. A Modena ha curato programmazioni teatrali e rassegne di writers, organizzando gli allestimenti della Galleria Civica e collaborando con Netmage a Bologna, per poi creare l’associazione Urban Blocks. Con queste premesse, grazie al contributo fondamentale di Angela Vettese, ex direttrice della Galleria Civica di Modena e direttrice della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, prende vita il Festival Node, giunto quest'anno alla sua terza edizione: un’intersezione fra i diversi linguaggi contemporanei , un progetto che mette in scena l’incontro con la musica elettronica, tra Modena e Milano, passato e presente, arti visive e potenza sonora.

“Sei under 30 e stai allestendo un evento come Node. Sei laureata in giurisprudenza: quando hai capito che volevi tuffarti nel mondo dell’arte?

Mi mancano ancora due esami, stavo studiando giurisprudenza, ma ho capito che la carriera forense non era per me quando mi sono resa conto che la responsabilità di non mandare in galera chi di dovere sarebbe stata troppo grave. Ho pensato che forse avrei fatto meno danni iniziando a fare questo lavoro. Nella struttura di Modena in cui lavoravo mi sono trovata a organizzare eventi, anche se già facevo teatro e ho studiato pianoforte per otto anni, dunque un po’ già lo facevo di mio: da lì in poi ho capito che era veramente quello che volevo fare.

Nella tua storia c’è stata la necessità di una programmazione culturale differente e l’invenzione di Urban Blocks: qual è stata la difficoltà di creare un’organizzazione simile e poi un evento come Node?

Spesso all’interno delle istituzioni non si ascoltano quelle che sarebbero le esigenze reali, altrimenti sarebbe probabilmente già venuto in mente a qualcuno prima di me di realizzare un festival di musica elettronica: abbiamo dovuto puntare i piedi e trovare delle persone che credessero in noi.

In questa epoca di social network e un’ informazione che passa attraverso il web che consiglio daresti ai giovanissimi che pensano di lavorare con tutto ciò che è arte e musica?

Mi dispiace l’idea di dover citare la legge della jungla dove il più forte vince, ma bisogna sbattersi. Sbattersi per andare a cercare di tutto e tentare di costruirsi una propria idea delle cose, perché anche se sembra che ci sia un’informazione a portata di mano in realtà la ricerca di ciò che è buono, bello, comporta una fatica. Quello che consiglierei è di non sedersi e accendere il televisore, bensì andare fuori, vedere, crearsi un proprio gusto personale e filtrare con la propria testa tutta questa enormità di proposte che ci vengono fatte, nella presa di coscienza che la nostra autocritica può e deve funzionare.

In Italia si può vivere di sola musica?

Purtroppo no. Noi spingiamo tantissimo artisti che per coniugare il pranzo con la cena fanno tutt’altro oltre alla musica e a meno che non vengano presi da major o case discografiche più grandi continuare a vivere doppie vite è quasi d’obbligo.. Però l’importante è non smettere di provarci.

Un sacrificio necessario per lavorare nel mondo dell’arte?

Il sacrificio, purtroppo, è che a volte non esiste una vita privata: chi lavora nel mondo dell’arte fa della propria vita il proprio lavoro e del proprio lavoro la vita. E’ difficile l’idea di avere un orario d’ufficio: vita e lavoro formano un continuo, che però deve essere visto non come un sacrificio, ma come un piacere. Io vengo spesso rimproverata perché per lavorare sono disponibile a qualunque ora del giorno e della notte, ma finisce che a volte gli amici mi vedono una volta al mese. Lo faccio perché ci credo e credo che sia giusto: è un sacrificio, ma dedicarsi al 100% a una cosa e per 365 giorni l’anno lo implica necessariamente.

Musica, video e console: come vedi la sinergia di questi elementi nel prossimo futuro?

Il nostro festival si chiama Node, nodo e come diciamo da tanti anni questo concetto è un punto imprescindibile. Noi come festival promuoviamo un certo tipo di visuale, ma, per esempio, anche a livello di Fondazione ci capita di assistere a molti live. L’energia che danno sei, sette persone che performano insieme è incredibile e non può essere sostituita. Sono atmosfere diverse ma uniche: non c’è un futuro che debba necessariamente smontare un elemento a scapito dell’altro.

Quali sono i siti web preferiti su cui ami navigare?

Domanda difficilissima, anche perché in questo periodo sono soprattutto siti che mi interessano a livello lavorativo. Vado a monitorare i miei artisti e quelli che vorrei avere, oltre ai social network, ormai da tenere sotto controllo. Frequento anche i siti delle case discografiche e di produzione, senza contare l’amato e amico Zero. Anzi, forse in questo periodo il più gettonato è Repubblica e la situazione del vulcano!

Anna Bartolacelli tra un anno: contratto a tempo indeterminato o freelance?

Freelance, decisamente. In realtà del futuro a breve termine vedo tutto momentaneo, anche perché non riesco a stare più di tanto nello stesso posto. Ho una curiosità innata nei confronti di qualunque cosa: difficilmente dico di no, mi butto sempre e senza rete. Forse mi auguro, un giorno, di dedicarmi solo al festival e contemporaneamente spero di continuare a realizzare una programmazione artistica di qualità e dare il mio piccolo contributo al mondo dell’arte.

 

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Intervista: Maddalena De Bernardi
Soggetto: Anna Bartolacelli
Luogo: Milano
Foto:
Marco De Paolis
Web: http://node-live.zymogen.net/

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