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LUCA D'AGOSTINO

Luca D’Agostino tra i fondatori della Phocus Agency è giornalista e fotografo musicale tra i più accreditati.

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Se gli domandate cos’è il jazz risponderà citando Armstrong: “Amico, se lo devi chiedere non lo saprai mai”. Il friulano Luca D’Agostino, giornalista free lance e fotografo, socio fondatore della Phocus Agency, pubblica foto su riviste specializzate e per etichette indipendenti. Nelle sue immagini ci sono preziose scintille di quella che chiamiamo vita: la spilletta di Obama sul petto del poeta e attivista Amiri Baraka; gli occhiali scivolati sul naso di Marc Ribot; Michel Petrucciani su un divano, la cupola solida della schiena come la valva di una conchiglia.

Perché fai il fotografo?

Potrei risponderti perchè mi permette di dormire di giorno e lavorare di notte, senza dover timbrare un cartellino, o avere orari precisi. In realtà sono attratto dalla fotografia sin da bambino. A tre anni in viaggio mi feci regalare una di quelle finte macchinette souvenir in cui, guardando attraverso l’oculare, si vedono le immagini turistiche dei monumenti… mi affascinavano, avevano una loro strana magia. A quindici anni ho iniziato a collaborare con i giornali del mio paese e poi questa cosa è diventata il mio lavoro, ma oggi mi sento uno che deve ancora imparare tutto.

Sei attratto dalla cronaca? Certe immagini realistiche sono opere d’arte più vive rispetto a quella fotografia artistica che diventa un involucro perfetto ma senz’anima.

Ne sono attratto da sempre. Sono approdato al jazz parecchio tempo dopo il reportage e da più di venti anni sono giornalista pubblicista, perchè fin dal principio quello che mi interessava era raccontare storie attraverso le immagini. Ma è così anche con il jazz. Non sono un ritrattista - anche se di ritratti ne scatto parecchi - sono attratto dal contesto e non dimentico mai la cronaca. Mi trovo in difficoltà se si parla di arte. Mi considero un artigiano, buono o cattivo non so. Non credo esista una fotografia di serie A o di serie B. L’immagine “giusta” è quella che riesce a trasmettere, a raccontare appunto. E credo che tutti gli uomini siano artisti, eroi e poeti. Non è un eroe chi si sveglia alle cinque per andare in fabbrica? O chi attraversa deserti e mari per arrivare in un paese sconosciuto e cercare di vivere un po’ meglio di come viveva a casa sua?

C’è una foto che ti ha fatto incazzare perché non era come la volevi?

In alcuni – rari – momenti appare davanti all’obiettivo proprio quello che avevi previsualizzato. Lo senti prima di sviluppare un film o scaricare l’immagine sul computer. Lo senti nel momento dello scatto, che quella è la foto riuscita. Tutte le altre, invece, non sono mai come le volevi. E ti incazzi. Quindi il 90% della tua produzione ti fa incazzare.

Qualcuno si è mai lamentato per una tua foto?

Direi di no, per fortuna! Nei miei corsi ai giovani dico sempre che il fotografo deve rendersi il più possibile invisibile. Oggi, con la diffusione della tecnologia digitale e l’abbassamento dei prezzi che ha reso disponibile l'attrezzatura professionale a chiunque, vedo sotto i palchi file di fotografi che se ne sbattono della musica, dell’artista e soprattutto del pubblico (che paga un biglietto e gradirebbe ascoltare un concerto e non i click delle macchine fotografiche). Questo sì, genera malumori. Siamo nel periodo storico statisticamente più proficuo per la fruizione di immagini, ma non è cresciuta la cultura fotografica, né il rispetto.

Immaginati in un’altra vita. Se ti svegliassi una mattina e fossi un impiegato… o un contadino che si sveglia all’alba?

Cercherei di fare l’impiegato o il contadino con tutto l’amore che posso. Eh, questi lavorano, mica come me… pensa che riesco a divertirmi anche se faccio lavori commerciali. Non me lo spiego, forse è fortuna.

Il jazz è improvvisazione, fantasia, libera espressione. La fotografia è un elemento immobile da cui si sprigiona l’infinita possibilità. Come riesci a fermare nell’istante lo spirito inquieto del jazz?

Bisogna capire se ci riesco. Io ci provo. Di certo mi giova muovermi su più generi. Fotografare il teatro, la danza e la cronaca, e poi l’abitudine ad osservare tutto, questo mi aiuta sul jazz, che non si può ricondurre al solo atto sonoro, ma è la risultanza di mille atti performativi. Così anche fotografare più volte lo stesso artista, diventa storia nuova e d’altronde non può essere uguale, sarebbe come… ecco, andare ad un concerto e ascoltare le stesse note una per una. Impossibile! Poi è sottinteso che devi amarlo, il jazz. Io frequento musicisti, ci si vede al di fuori del lavoro, ogni tanto partecipo a qualche performance, ho anche prodotto dischi jazz.

Oltre la fotografia?

Ho una splendida famiglia: genitori e due fratelli straordinari. Da diciassette anni sono felicemente sposato con una donna unica, Luisa, che sopporta la mia vita strampalata. Non abbiamo figli ma non per scelta… in questo non siamo stati fortunati. Però abbiamo degli scatenatissimi nipotini. Forse, ora, quello che mi manca è un cane: da un paio di anni è scomparsa la mia dolce “figlia di amori stradali” si chiamava Ella, come altro? Ma deve accadere com’è stato con lei, trovata per strada. Sono loro a sceglierti…

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Isabella Marchiolo
Soggetto: Luca D'Agostino
Luogo: San Giorgio di Nogaro (UD)
Foto: Luca D'Agostino
Web: www.lucadagostino.it

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