GABRIELE BUONASORTE
Gabriele Buonasorte, musicista, manager e direttore artistico. Una personalità poliedrica che ha fatto dell’innovazione la sua arma vincente.
E’ il Direttore artistico della sezione musica del Palazzo Santa Chiara di Roma. La musica è da sempre al centro della sua vita «ho iniziato a suonare il sassofono all’età di 7 anni, da allora non ho più smesso».
Questi incontri mi fanno sempre bene. D’altronde il compito che abbiamo noi di Andy è quello di scovare soggetti che hanno posto la creatività al centro dei loro interessi. Badate bene, per noi creatività equivale a produttività e innovazione. Gabriele Buonasorte appartiene a quella categoria particolare di artisti che hanno fatto della creatività e dell’innovazione la loro vera e grande forza. L’unica in grado di competere ed esistere in una realtà così complessa ed esigente quale quella attuale.
Hai lasciato l’insegnamento giovanissimo per dedicarti totalmente alla musica. Ti sei mai pentito di questa scelta?
In realtà non ho mai lasciato l’insegnamento, a tutt’oggi continuo ad insegnare in 2 accademie a Roma ed a tenere master classes in Italia. Insegnare è una passione che ho scoperto con il tempo, nata dalla grande emozione che mi ha dato la consapevolezza di aver trasmesso a qualcuno l’amore per la musica. Essere la “guida” di coloro che decidono di avvicinarsi allo studio della musica è una grossa responsabilità. Penso non sia sufficiente essere un buon musicista per fare l’insegnante. Un maestro deve soprattutto essere in grado di trasmettere il suo modo di fare musica, la sua dedizione, la sua motivazione, la sua passione, così che l’allievo possa davvero essere coinvolto e successivamente maturare una propria personalità musicale. In realtà, quando sono andato via dalla Sicilia, ho lasciato la sicurezza di una cattedra in una scuola superiore, di uno stipendio fisso, non era quello che cercavo. Mi mancava la crescita musicale, la competizione, dovevo fare ancora molte esperienze per poter davvero essere in grado di essere il Maestro di qualcuno.
Toglici una curiosità. Perché hai scelto la musica?
La passione per la musica è nata che ero un bambino. Ho iniziato a suonare il sassofono all’età di 7 anni, da allora non ho più smesso. Mi risulta difficile spiegare il perchè, penso sia un istinto innato, un richiamo alchemico. Non credo che la Musica, come qualsiasi altra arte la si “scelga”, probabilmente si può scegliere di farne una professione, qualora se ne presentino le opportunità. Da bambino imitavo le chitarre di Sanremo suonando una racchetta da tennis di plastica, quando è apparso questo curioso oggetto dorato, ricurvo, con quel suono caldissimo, rimasi affascinato, soprattutto dalla sua forma. Ricordo che dovevo trovare un oggetto che lo rappresentasse, e dopo lunghe ricerche, trovai un annaffiatoio di plastica giallo, di quelli da spiaggia, ed andai dai miei dicendo: “voglio suonare questo”. Fortuna che mi hanno capito, altrimenti oggi sarei ancora in cura da qualche psichiatra (ride n.d.r.).
Sei il Direttore artistico della sezione musica del Palazzo Santa Chiara di Roma…
Questo è il primo anno che il Palazzo Santa Chiara offre una stagione musicale ai propri utenti. Il mio ruolo consiste nella progettazione e realizzazione di un calendario di eventi musicali, quindi selezioni gli artisti, gestisco i contatti con loro o con i loro referenti (produttori, etichette, manager). In sintesi rappresento il teatro nei rapporti con gli artisti.
Quale criterio adotti per selezionare le band?
La qualità innanzi tutto. Il teatro è un piccolo gioiello nel cuore di Roma ed ha una programmazione teatrale molto importante con la presenza di grandi attori e importanti compagnie. Il mio compito è affiancare a questi una programmazione musicale all’altezza, fatta di nomi noti e meno noti del panorama musicale internazionale. La linea artistica è volta a favorire la diffusione di progetti originali con album in uscita, o appena usciti. Non programmiamo progetti cover di qualsivoglia genere, a meno che non siano particolarmente originali. Il teatro programma musica due giorni a settimana, il giovedì jazz ed il mercoledì popular. Quest’ultimo è un contenitore di vari generi musicali quali etnico, folk, cantautorato, pop, latin, fusion.
Quanti concerti fate in un anno?
Circa 80.
Ricordi qual è il primo concerto che hai visto?
Gospel Ensemble in un auditorium in Sicilia. Venivano dal New Jersey. Rimasi impressionato.
Sei una figura complessa. Musicista, direttore artistico e manager con una propria agenzia. Ti va di raccontarci...
Penso che ogni musicista oggi debba essere versatile ed essere in grado di svolgere la sua professione a 360 gradi. Ho sempre curato il lato manageriale per i gruppi in cui suonavo, ho sempre avuto capacità organizzative, mi divertivo ad organizzare eventi, curare pubbliche relazioni, incontrare altri musicisti e instaurare collaborazioni di vario tipo. Così un giorno ho solo deciso di farlo pensando un po’ più in grande. Ho creato una struttura più organica, ed ho cominciato a promuovere anche gruppi che non avevano me in formazione.
In realtà faccio quello che facevo prima, contatto locations, produttori, manager ed impresari, curo l’immagine e la comunicazione degli artisti e degli eventi a loro correlati, ma lo faccio come GJ Sound of Italy e non più solo come Gabriele. La forma è anche sostanza, ed in effetti questo “passaggio” strutturale ha cominciato a portare i suoi frutti. La direzione artistica del Palazzo Santa Chiara è solo una conseguenza di questo lavoro fatto di contatti, di proposte, di idee gestionali, che devono essere sempre più creative ed originali per essere concorrenziali. Ma prima di essere manager sono musicista,un musicista con attitudini manageriali, ma pur sempre un musicista. Non rinuncio al palco per nessun motivo. Il live, la produzione originale ha per me la priorità su tutto, il manager serve solo a dar modo al musicista di essere più conosciuto.
Raccontaci dell’emozione che si prova a stare sul palco…
Difficile da descrivere, è un misto di adrenalina, paura, senso di liberazione, intima concentrazione. L’insieme di tutte queste cose ha un effetto fortissimo, ti pervade profondamente. Ovviamente il contesto nel quale stai suonando, la location, il pubblico che hai davanti, sono fattori che influenzano in positivo o negativo questi elementi. Stare sul palco è oggi per me una sensazione a cui non potrei rinunciare, un luogo di incontro di energie.
Cosa vuoi che pensi il pubblico dopo un tuo concerto?
Quello che mi rende felice dopo un mio concerto è che al pubblico sia arrivato qualcosa, non deve necessariamente essergli piaciuto o meno, mi interessa più di ogni altra cosa che abbia recepito delle sensazioni, delle emozioni che sul palco provavo e volevo trasmettere.
La musica è una forma di comunicazione, e se alla fine del concerto, nessuno ci ha capito niente, beh ciò indica che qualcosa non è andato per il verso giusto, che io non ho saputo comunicare.Ovviamente è poi importante per me essere apprezzato, come esecutore, come compositore, come artista, quindi se oltre aver ricevuto qualche stimolo, il pubblico apprezza il mio lavoro, mi sento sicuramente più gratificato.
Capita spesso di leggere articoli in cui si dibatte sul modo di distribuire la musica oggi che è sempre più liquida e sempre meno solida. Mi chiedo, ma ha ancora senso stampare un CD?
al punto di vista imprenditoriale forse no, o probabilmente ancora per poco. Il futuro (sempre più presente) è il download di file sempre più compressi e portatili. Ma il piacere di un cd, e per gli appassionati, di un vinile, è tutta un’altra storia. Personalmente credo che una persona che assiste ad un concerto live provi ancora piacere nell’acquistare un cd della band che ha ascoltato, ovviamente se di suo gradimento. Ritengo che i live siano l’unico vero business ancora esistente per i CD, rimane più tangibile il ricordo di una bella serata musicale rispetto ad un freddo mp3 scaricato il giorno dopo sull’I Phone.
A proposito, l’ultimo Cd che hai acquistato?
“Sweet Dreams Baby” dei BAAP di Tony Cattano.
Quale album porteresti con te su un’isola deserta?
Ne posso scegliere 3? Kind of Blue (Miles Davis), Mare Nostrum ( Fresu-Galliano-Lundgren) e Escenas Argentinas (Aires Tango).
Una curiosità. Se c’è, chi è il tuo sassofonista preferito?
Ho avuto dei modelli, non c’e’ un preferito vero e proprio. Coltrane (per l’apertura mentale e l’innovazione), Federico Mondelci (per il suono), Javier Girotto (rapporto Pensiero/Strumento sensazionale).
Il concerto a cui hai assistito che ti ha emozionato di più?
L’ultimo di Sonny Rollins al Parco della Musica di Roma. Un’icona vivente.
Qual è l’ultima cosa a cui pensi prima di addormentarti?
Mia figlia, anche dopo una dura giornata. Vederla dormire nel lettino mi strappa sempre un sorriso, è un antidepressivo naturale.
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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Gabriele Buonasorte
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web:www.gjsoundofitaly.com
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