GIANMICHELE TAORMINA
Gianmichele Taormina è giornalista e critico musicale jazz tra i più competenti e autorevoli del panorama italiano.
Su Facebook si definisce wendersiano praticante e coltraneano convinto: religioni atipiche che lo sovrastano sin dai tempi delle superiori. Colpa di quelle mattinate “brave” in cui, assentandosi da scuola, preferiva “buttarsela” nelle sale prove degli amici del jazz o rifugiarsi negli studi delle radio libere di quartiere. Studiando Rockstar e le cassette di Raistereonotte, tra un morso di panelle e la bibbia del Polillo, Gianmichele Taormina è giunto quasi integro alla conclusione che il caos nasce dal jazz e che il jazz non può prescindere dal caos. “Siamo nettamente circostanze”, dice sempre lui con aria stupefatta…
Gianmichele, dopo aver letto il tuo curriculum ho iniziato ad invidiarti (e stimarti) terribilmente. Dire che hai condotto la tua vita all’insegna della musica è dire poco! Come è nata in te questa passione?
Grazie per la stima. Che dire? Già all’età di tre, quattro anni, mi ritrovavo spesso sul terrazzo di casa ad armeggiare con diversi quintali di 45 giri di mia proprietà. Di fatto li avevo direttamente “confiscati” ai miei genitori. Come un Dee Jay provetto inserivo la mia play list dentro quella scatola magica che si chiamava mangiadischi. Ne ho sfasciati ben tre! Dopo è stata la volta del mitico “Geloso”, il celebre magnetofono portatile a bobine sul quale ho inciso le mie prime interpretazioni da vocalist: Beatles, Platters, Buscaglione ma anche rockers in voga negli anni Sessanta come Elvis e Cementano.
Perché ti sei innamorato (e perché ci si innamora così follemente) del jazz e non di un altro genere musicale?
Le motivazioni sono molteplici e le più disparate. Una di queste è stata l’esigenza di rispecchiarmi dentro una musica originale, affascinante e complessa, cercando di carpirne realmente le diversificate modalità espressive. La ripetitività di certe musiche (in quel caso per un quattordicenne come me era l’Hard Rock), mi condusse velocemente ad incuriosirmi di cosa ruotava attorno a quei distorsori prima del loro avvento. Ho scoperto così musiche più “nobili” e significative come il rock degli anni Settanta (progressive compreso), il folk inglese di Sandy Danny e Richard Thompson, Dylan e i cantautori americani, il soul raffinato di Marvin Gaye, Isaac Hayes e Teddy Pendergrass… Allo stesso modo mi sono soprattutto soffermato analizzando la complessa e vivace scena di Canterbury, il passo verso il jazz è stato quindi decisamente breve. Tre gli episodi cardine: l’acquisto in edicola di una cassetta dei Soft Machine, l’ascolto di un programma radiofonico sul terzo canale della RAI dedicato a Bill Evans, un articolo apparso tra le pagine dell’indimenticabile Ciao 2001 incentrato sulla musica di John Coltrane. Il resto è scivolato via da solo, come un fiume in piena, ininterrottamente. Come quando ci s’innamora di qualcuno e quel qualcuno diventa cibo, aria, necessità di vita. Appena aperti gli occhi, la prima azione che compivo era quella di accendere lo stereo. La seconda, ascoltare le cassette di Raistereonotte registrate la notte prima, la terza, dormire in ultima fila dietro i banchi di scuola.
Tu sei prima di tutto un critico musicale. Hai scritto per "Jazz Mood" all’interno del sito de “La Stampa.it”, per "Jazzit" e per "Musica Jazz". Attualmente per i siti di "Jazzitalia" e "Jazzconvention". Lo sai vero che Frank Zappa diceva che i giornalisti musicali sono fuffa… te lo dico perché so che hai anche organizzato un memorial su di lui.
Zappa era un provocatore puro e so bene dove vuoi arrivare, ma non mi freghi. Era l’unico in grado di potersi permettere una licenza simile affermando che i giornalisti esperti di musica rock in realtà di musica non ne capiscono un accidenti. E fondamentalmente direi che è proprio vero, tranne che per qualche eccezione. Quella celebre frase in particolare era destinata ad un critico che aveva sfidato Zappa nel suo stesso terreno: quello discografico. Fu così che in risposta alle accuse per cui Zappa suonava poco la chitarra in quel periodo, il chitarrista pochi giorni dopo la polemica pubblicò forse il suo capolavoro strumentale più compiuto ovvero “Shut Up 'N' Play Yer Guitar”. Uno dei dieci dischi da portare sulla famosa isola deserta. Il logo di quella copertina fu poi il manifesto del primo e fin’ora unico “Memorial Frank Zappa” che organizzai a Partinico, città natale del padre di Frank. Poiché non vi erano a disposizione spazi al chiuso per tenere il festival, i Testimoni di Geova della zona ci prestarono il loro “circo tenda”. Per montarlo ci volevano almeno quindici persone. Noi eravamo solo in otto. Io poi, rischiai addirittura di essere colpito in testa da uno dei pali di sostegno. Fu un’esperienza irripetibile. Spazio ai gruppi emergenti della Sicilia occidentale, grande divertimento per tutti attorno a frugale un catering, due splendide serate di musica per omaggiare il nostro più illustre cittadino mancato.
Hai scritto e lavorato (e lo fai tutt’oggi) per la televisione, radio, riviste, quotidiani, siti internet. Qual è secondo te quello che tra questi ti dà più libertà d’azione nel parlare di musica e qual è quello che preferisci
In entrambi i casi il mezzo che preferisco coincide con quello dove vi è anche maggiore libertà di azione, cioè la radio. Quasi trent’anni di microfono dei quali diciassette consecutivi, incluse le domeniche, hanno fatto della radio un prolungamento naturale della mia dialettica. In radio mi sento come a casa. Ed in effetti anche negli studi RAI di via Asiago 10 non smisi di proseguire le mie cattive abitudini restando rigorosamente in T-Shirt anche d’inverno e con le ciabatte al seguito.
Tu però sei anche docente. Che tipo di insegnate sei? Riesci con le parole ad esprimere e a spiegare quello che la musica è in grado di trasmettere con le note, oppure ti fermi solo alla storia di questa arte?
Lo scopo fondamentale delle mie lezioni, che in realtà cerco di ridurre ad una forma di dialogo, è quello di “fare amare” il jazz. Non credo di avere altri scopi oltre a questo. La sfida è quella di riallacciare discorsi e fili conduttori partendo dai Drum Theatre per giungere ad Ornette Coleman. Tranne che per i corsi e per i Master di specializzazione, è il docente che deve adeguarsi al livello degli allievi e non viceversa. Diversamente si otterrebbe l’effetto contrario: fare odiare il jazz perché durante un’ora di lezione hai parlato per cinquantacinque minuti facendo ascoltare solo un brano di Armstrong. Prima di varcare la porta della scuola bisogna bagnarsi dentro una piscina di umiltà, eliminare la cattedra ed essere al pari dei ragaz
Non ti sei mai cimentato nello studio di uno strumento? Dì la verità… eri negato e hai deciso di scrivere di musica…
Scrivere di musica, così come condurre un programma alla radio (ho iniziato entrambe le attività a sedici anni), è stata da sempre per me una “questione di vita” e non una semplice passione. Definisco “passione” l’accanimento terapeutico che ossessiona un collezionista di francobolli o di farfalle. Ho preso lezioni di pianoforte non per diventare Oscar Peterson ma avendo invece la consapevolezza che andava compiuto anche questo passo per essere un critico completo, pur se completi non lo si è mai. Dico sempre a me stesso che non si è mai arrivati in questo campo e che sempre c’è da imparare. Non sempre i critici frustrati sono dei musicisti mancati. Lo stesso dicasi di certi musicisti che si ritengono tali pur non avendolo concretamente dimostrato. In questo senso mi ritengo fortunato perché ho avuto sempre dalla mia parte la scrittura. Sin dalle elementari è emersa in me una smodata vena da scribacchino. Scrivere è una “malattia” alla quale non posso in alcun modo rinunciare. Meglio un critico in più che tenta di far “amare il jazz” che un jazzista frustrato che produce musica inascoltabile.
Sei anche un grande amante della poesia e hai collaborato per la prestigiosa rivista “Poesia” in passato. Questa tua passione da dove deriva? Siamo alle solite? Hai provato a scrivere qualcosa di tuo ma ti sei reso conto che era meglio fare recensioni al riguardo?
No. Non siamo per niente alle solite e mi spiace in questo senso deluderti. Studio e scrivo poesie da oltre vent’anni e sono molto soddisfatto del mio lavoro in questo settore. Ma, a differenza di altri, non “posto” i miei lavori su Facebook per il gusto di far ciccare ai miei amici sul “mi piace”. Ciò è una forma di iperprotagonismo che non mi appartiene e può provocare un giudizio decisamente insincero e sfalsato del quale non credo di averne francamente la necessità. Ritengo invece che lo studio, così come la critica poetica, è un binomio inscindibile se non fondamentale per chi vuole interfacciarsi seriamente con la complessa dimensione poetica. Anzi sono atti necessari di sana onestà intellettuale. Grandi poeti come Josif Brodskij, Seamus Heaney e Derek Walcott si sono da sempre cimentati in questa pratica non tralasciando mai lo studio dei classici come Dante e Omero. Purtroppo in molti hanno una visione distorta ed inesatta della poesia. Tutti scrivono poesie ma nessuno possiede a casa un libro dei grandi veri poeti, ne li ha mai studiati seriamente. Ciò avviene perché spesso si pensa alle sofferenze patite negli anni scolastici. La mia è stata addirittura una reazione violentemente contraria nei confronti di una pessima docente che non aveva alcuna tendenza poetica. “Grazie” a lei ho cercato di approfondire autonomamente nel mio percorso interiore e spirituale quello che è lo studio della poesia contemporanea, sia italiana che internazionale, dal Novecento ad oggi. Autori per lo più sconosciuti ma fondamentali, seppur decisamente bistrattati dalle aule universitarie. Ma davanti allo studio non ci si ferma mai.
Hai intervistato un’infinità di artisti, ma quali sono i tuoi musicisti preferiti? Immagino che la maggior parte di essi siano morti e sepolti da tempo e che ti mangi le mani tutti i giorni per non essere nato qualche anno prima per poterli intervistare e conoscere, vero?
Una delle grandi leggi della critica è: mai intervistare i propri miti! Potresti riceverne una grande delusione. Fortunatamente fin’ora ho avuto l’onore di intervistare e di conoscere personalmente musicisti che rientrano tra le mie preferenze di ascolto senza riceverne grandi amarezze e scossoni. Personalità del calibro di Steve Lacy, Gunther Schuller, Jimmy Giuffre, Chet Baker, Ornette Coleman (genialità e umiltà insieme), Vince Mendoza e Paul Bley. Per Bley ho addirittura scritto un romanzo radiofonico andato in onda su Radio 3 per il programma Storyville. Ogni parola proferita dal Maestro Schuller è stata invece per me fonte inesauribile di approfondimento storico. Quanto a Steve Lacy ho apprezzato di lui l’alto profilo morale e umano, la grande aura di personalità che lo avvolgeva e la professionalità integerrima nell’interpretare il proprio credo poetico…. senza contraddizioni, senza mai alzare i toni ma sempre invece imprimendo la sua enorme profondità di pensiero, fatta di sensibile caratura e spessore. Certe persone, certi incontri te li porti dentro per tutta la vita… Ho invece il rammarico di non aver mai potuto incontrare il grande Gil Evans. Ci provai per l’edizione di Umbria Jazz del 1988 ma, scherzo del destino, quattro mesi prima aveva deciso di lasciarci, proprio nella stessa isola dove morì Mingus… Cuernavaca, in Messico.
Senti, a parte il jazz che tipo di musica ascolti, se ascolti anche altro. C’è qualcuno che ritieni valido oggi al di fuori del genere che prediligi?
Ovviamente i miei ascolti si estendono altrove. Adoro le menti geniali come Bjork e i Massive Attack, i Radiohead e i Depeche Mode. Altri punti fermi restano Robert Wyatt, David Sylvian, Peter Gabriel e Robert Fripp. E poi ancora Steely Dan, Prince, Sakamoto, Arto Lindsey, il compianto Hector Zazou… la musica brasiliana contemporanea. Inoltre seguo sempre la scena cantautoriale statunitense e non, inclusa quella di certi emergenti come Alexi Murdoch e Jonathan Wilson. Fuori dall’ambito jazz ascolto anche tanta musica classica, prevalentemente del Novecento: Debussy, Ravel, Erik Satie, Šostakovič, Stravinskij, Aaron Copland, Frederic Mompou o il misconosciuto Koechlin.
Non faccio mai una distinzione tra generi precostituiti. Come diceva Ellington “C’è solo bella o brutta musica. Io prediligo la prima.”.
Stai anche curando un volume dedicato al jazz o mi sbaglio? Di cosa si tratta?
E’ un progetto attualmente in corso di lavorazione che ho il piacere di coordinare in qualità di curatore. Ideato dall’editore di Andy Magazine (Gianni Barone n.d.r.) è un volume pensato per il grande pubblico e dedicato ai protagonisti del jazz italiano. Sarà pubblicato nel mese di agosto e presentato in anteprima al Festival di Roccella Jazz, Rumori Mediterranei.
Il volume conterrà cento interviste ad altrettanti protagonisti del jazz (musicisti, produttori, manager, fonici, fotografi, giornalisti, ecc.). L’obiettivo è dare un’idea concreta della complessità di questa realtà musicale e della varietà dei soggetti e delle professionalità coinvolte. I critici/giornalisti che parteciperanno alla stesura del volume sono circa trenta. Questo progetto è un vero atto d’amore nei confronti della mia/nostra musica. Probabilmente non perfettamente completo ma certamente esplicativo, umano e confidenziale.
Ok, ora dimmi la verità. C’è una canzone che adori e che spesso ti capita di ascoltare da solo e di nascosto perché non è né jazz, né rock, né una canzone “impegnata” qual è? Così ti rende più umano... ce l’abbiamo tutti dai…
Mi costringi a virare dentro territori da me meno frequentati, dai quali talvolta traggo la parte più interessante e valida, come ad esempio dalla musica italiana. Non escludo che sotto la doccia o guidando nella superstrada possa cantare canzoni di Fossati o di Paolo Conte piuttosto che di Battisti o di Fiorella Mannoia. Questo perché sono attratto da un suono particolare, da un arpeggio di chitarra artisticamente più “elevato” oppure del suo valore musicale intrinseco come la splendida trilogia di Fossati (Discanto, Macramè e La Disciplina della Terra). Di solito quando mi impegno provo pure a non stonare, ma tanto fuori dall’auto chi mi sente?
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Intervista: Dejanira Bada
Soggetto: Gianmichele Taormina
Luogo: Palermo
Foto: Giusy Vaccaro
Web: www.facebook.com/gianmichele.taormina
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