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VALERIA DI FELICE

Valeria Di Felice. Tenace e competente editrice e organizzatrice di eventi culturali.

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Decidere di dare vita ad una casa editrice e, cosa ancora più complessa farla vivere e prosperare, forse è davvero una mission impossible. Ma per fortuna in giro c’è ancora sufficiente incoscienza per farlo.
Valeria Di Felice ha dato vita ad un suo progetto editoriale ed accanto ad esso con molta creatività e senso pratico ha sviluppato una “business unit” in grado di progettare e realizzare eventi che promuovono la cultura valorizzando il territorio, senza trascurare tra le sue varie attività, una ancora più "artistica".

Quando hai deciso di dare vita ad una casa editrice?

Nel 2010, in modo molto istintivo. Desideravo diventare editrice! Alcuni dicono che è stato un atto di coraggio, io dico che è stata pura incoscienza: un’incoscienza molto vantaggiosa però! Perché se non avessi vissuto un’età di ragionevole innocenza (non solo anagrafica!), non avrei mai aperto un’attività lavorativa in cui sopravvivere economicamente assomiglia più a una mission impossible che a un traguardo facilmente raggiungibile. Vista la situazione in cui imperversa l’Italia, soprattutto per le piccole case editrici, non avrei mai fatto questo passo se a spingermi non fossero stati l’ingenuo e incurabile entusiasmo che ho per questo campo e una fortissima motivazione umana, prima che commerciale.

Cosa porta al successo una casa editrice?

Credo, la somma di alcuni risultati che, anche se commercialmente negativi, soprattutto all’inizio, aiutino a delineare una chiara fisionomia delle scelte editoriali, fatte in assoluta autonomia e lontane da mere logiche di mercato.

Qual è il criterio secondo cui selezioni le opere da pubblicare?

Innanzitutto valuto l’opera e non l’autore. Non mi interessa chi sta “dietro” il contratto editoriale, se è un emergente o una persona nota: non guardo solo alla vendibilità del libro. Cerco di coniugare aspetto commerciale e valenza letteraria. Ho dei criteri di orientamento di massima a seconda dei vari generi letterari quali la progettualità dell’opera, la coerenza strutturale, l’efficacia dell’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi, il gioco linguistico, la validità delle argomentazioni. Tuttavia, anche se mi attengo a dei parametri di valutazione, mi fido sempre della mia “prima impressione”. Il testo deve essere convincente a pelle!

Quando ti convince?

Quando l’opera non è solo frutto di una scrittura a tavolino, mero esercizio di stile, ma quando è pratica profonda di una disciplina, militanza sincera di una motivazione interiore che non chiede l’approvazione del lettore semmai la sua condivisione, quando è in grado di parlarci e di essere “colta” prima ancora del nostro stesso giudizio raziocinante. Nell’opera “letteraria”, c’è sempre una ragione profonda che viene alla luce, una direzione di approccio dell’istanza autoriale che rinnova continuamente il rapporto tra linguaggio e realtà. Lo scrittore è colui che, manipolando la parola, traccia prima un solco, un confine, e poi lo trasforma in luogo di frontiera: uno spazio mobile e intrinsecamente parziale che accoglie non la totalità della realtà, ma una sua intuizione e la sottrae all’anonimato, gli attribuisce una dimensione, la spinge fino alla terra nullis, la terra di nessuno, che unisce due sponde, quella dell’Io-Uomo e quella dell’Altro-Universo.

Puoi descriverci il processo produttivo necessario per produrre un libro?

Primo passo imprescindibile: valutazione dell’opera. La lettura è la fase più importante, perché è il momento in cui l’editore cerca di coglierne la portata e inizia a “fiutare” una eventuale pista editoriale. Dopo aver deciso il piano editoriale e averlo proposto all’autore, si procede alla fase operativa vera e propria: revisione delle bozze, impaginazione, grafica e stampa! Queste sono le fasi del processo di produzione “materiale” che porta alla pubblicazione: c’è anche una produzione non materiale legata alla “storia” del libro, fatta di promozione, incontri culturali, recensioni, interviste all’autore, ecc.

Quale autore ti piacerebbe pubblicare?

Per la par condicio, cito autori del passato: Nietzsche, Ernst Junger, Dino Campana, Arthur Rimbaud, Ezra Pound, Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino.

L'ultimo libro che hai acquistato e letto?

Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. Non conoscevo questo autore, poi una persona a me molto vicina mi ha consigliato di leggere questo romanzo… e devo dire che mi ha sorpreso. Ho scoperto un autore che, intrecciando le storie di più personaggi, fa aleggiare la parola, e con essa anche la presa emotiva del lettore, tra i presagi di una profezia e l’inesorabilità del compiuto, tra l’impenetrabilità dell’esistenza e la sua ostinata ricerca, tra l’affabulazione di uno sguardo visionario e la lucidità di una realtà innegabile. Credo che leggerò altri romanzi di questo autore!

Da qualche anno promuovi 2 eventi letterari. Che funzione hanno per lo sviluppo e per la promozione della cultura queste iniziative e che feedback rilasciano sul territorio dove vengono realizzati?

Sono due iniziative (il Martinbook Festival e il Premio Letterario Internazionale “Città di Martinsicuro”) che fungono sia da promozione culturale e sia da richiamo turistico, per cui il programma accoglie non solo momenti di confronto e riflessione su temi di rilevanza culturale ma anche eventi di puro spettacolo o intrattenimento.
L’intento è quello di creare un’occasione per ottimizzare le risorse del nostro territorio attraverso la partecipazione, l’orientamento motivazionale, l’incentivo al confronto e una rete che possa incanalare e concretizzare i progetti, le idee di chi si dedica attivamente al mondo della cultura. Devo dire che, a distanza di tre anni dalla loro nascita, queste due iniziative sono progressivamente cresciute sia come qualità, sia come partecipazione, sia come consensi. Ovviamente sono risultati che vanno verificati nel tempo, non nell’immediato, però penso che sinora si siano create sinergie molto interessanti tra i vari operatori culturali (editori, artisti, scrittori, critici, associazioni, ecc).

Oltre che editrice sei anche autrice. Perché la POESIA?

Il perché non lo so, non è stata una scelta consapevole. Ho scritto la mia prima poesia a sei anni, facevo la prima elementare. Ho un ricordo lucidissimo: ero in macchina con i miei genitori e, mentre tornavo a casa la sera, osservavo le case e in particolare i tetti che mi scorrevano davanti agli occhi. Lì ebbi la mia prima “ispirazione”, se di ispirazione si può parlare, e scrissi una poesia sulla Notte.
Forse ciò che mi ha sempre attratta della poesia, quella vera, è la sua capacità di dilatare il tempo dell’ovvietà e di darmi la spinta per andare poco più in là… per addentrarmi nelle immagini di ciò che è dentro e fuori di me. Forse, inconsciamente, mi sono lasciata trascinare dal fascino di questo potere.

Cosa ti ispira quando componi i tuoi versi?

Il desiderio di ritrovare me stessa e il mio mondo… il mondo che immagino, sogno, sento. La mia poesia non parte mai da un pensiero, ma da uno stato emotivo (amore, solitudine, malinconia, dolore) che cerco di trasformare e rappresentare in qualcosa di meno personale attraverso la parola.
Possono ispirarmi un paesaggio, l’espressione di un volto, la spontaneità di un gesto, l’attenzione per un dettaglio, ma la spinta è sempre endogena, parte sempre da un groviglio interiore e dalla disponibilità all’ascolto di ciò che vive insieme a me, di ciò che viaggia con e contro di me.

L’ultimo verso che hai composto?

Di gialla foglia fu il tuo alto richiamo
che conobbe il colore di stagioni mature,
e volò sospeso tra la livida gleba di campi sterrati
e la vergine zolla di vaghe creature.
Famelico lupo d’una fame che inghiotte terre
e fagocita soli di misurate saggezze,
d’amore t’amai, e mai d’ipocrita poesia
accordai il mio violino, né di lindo verso delle mie mani
fu questo pellegrino amare clandestino.
Tiranno orologio dalle ore senza pause,
non è cuore d’ossa e pietre questo crimine assassino
ma caldo fiato senza anelo dal colore irriverente,
d’amore t’amai, e non d’ipocrita poesia,
filistea di bianche lune, dolce ladra di paure.


In che epoca avresti voluto vivere?

Penso che ogni epoca abbia il suo fascino, i suoi miti, le sue leggende “metropolitane”, i suoi ideali e i suoi vizi capitali. Non ce n’è una in particolare, mi incuriosisce non tanto l’epoca in sé quanto immaginare come avrei reagito a ciascun periodo storico.

Dove ti piacerebbe essere in questo momento?

In una tempesta di neve… mi aiuterebbe a rimescolare e a schiarire le idee!

 

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Valeria Di Felice
Luogo: Martinsicuro (TE)
Foto: Riccardo Piccioni
Web: www.edizionidifelice.it

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Commenti  

 
+1 # Andrea Pilotti 2012-01-18 20:45
Conosco Valeria da alcuni anni, è una persona di grande spessore culturale, dotata di viva creatività e soprattutto autenticamente innamorata del proprio lavoro.
Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
 

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