LUIGI DI CHIAPPARI
Luigi Di Chiappari ingegnere con la passione per la letteratura latina è leader di Airfinger.
Che Luigi Di Chiappari fosse un soggetto particolare l’ho capito non appena ho appreso i suoi gusti letterari. Immaginate un ingegnere che legge Hypnerotomachia Poliphili, un romanzo allegorico in latino pubblicato in prima edizione nel 1499 illustrato con xilografie di Mantegna, perché di questo stiamo parlando. Insomma, ma quante persone ci saranno in questo momento nel Mondo che leggono questo libro? Il fatto è che non stiamo parlando di un filologo ma di un ingegnere che in realtà è un musicista, la cui ricerca lo porta ad indagare la musica improvvisata e le possibili connessioni che la stessa può avere con altri linguaggi musicali e artistici. Buona lettura.
Ciao Luigi dall’ingegneria gestionale alla musica improvvisata. La strada è un po’ contorta…
So che può sembrare insolito, ma non lo è. Pitagora è stato il primo a scoprire che il regno delle nove muse e quello della matematica non sono estranei: misurò gli intervalli musicali ed espresse con una frazione i concetti di consonanza e dissonanza; poi parlò dell’armonia delle sfere celesti. Keplero, combinando speculazioni musicali e dati astronomici, scrisse la sua famosa terza legge nel trattato “De Harmonice Mundi”, che ispirò l’omonima opera musicale di Hindemith. In realtà la storia è piena di musicisti-matematici, quindi non c'è da stupirsi se una persona è creativa ma anche razionale.
Tu lavori molto sull’innovazione, la tua musica è molto creativa e attuale. Che direzione segue oggi il jazz?
Penso che il jazz si muova in ogni possibile direzione, e non da oggi. Quindi essere aggiornati su tutte le nuove tendenze è impensabile. In questo senso direi che internet semplifica molto le cose. Qualche giorno fa, per esempio, mi sono imbattuto in un video della violoncellista canadese Zoe Keating e da allora non faccio che ascoltare la sua musica.
Quando scrivi cosa ti ispira? Raccontaci come nasce un tuo brano.
Bella domanda. Non ho un vero metodo, ma in genere lavoro su dei semplici frammenti. Quando ho una buona idea non pretendo di sfruttarla subito, piuttosto la lascio sedimentare nella memoria per recuperarla anche dopo anni, anche profondamente trasformata. A volte, quando scrivo, mi capita di avere un’indecisione, di non saper scegliere tra due possibili soluzioni. In questi casi c’è un rimedio semplice ed efficace che mi ha insegnato un amico, ma non è altro che una citazione dal grande Yogi Berra: “se arrivi ad un bivio, prendilo”.
Perché il jazz?
Perché jazz è improvvisazione. Ma non voglio essere così categorico: amo la musica a prescindere dai tentativi di classificazione, che sono più spesso esclusivi che inclusivi. Quindi non pongo limiti a priori sul “cosa”, semmai stabilisco condizioni sul “come”. Voglio dire che senza improvvisazione non mi diverto, e se non ci divertiamo noi musicisti la cosa è grave...
Ricordi la tua prima nota?
Fa diesis. Avevo all’incirca due anni e mezzo.
Chi è stato a trasmetterti questo interesse per la musica?
E’ un interesse innato, credo; ma sono stato iniziato ai misteri dell’improvvisazione da mio padre. Avevo otto o nove anni quando mi ha insegnato la scala blues e con lui ho fatto le mie prime jam session in casa. Quindi da sempre il mio rapporto con la musica è fondato sull’improvvisazione. Ho scoperto l’esistenza di una notazione musicale piuttosto tardi e ancora oggi trovo innaturale e, per così dire, artificiale leggere le note.
Se ti dico Kind of Blues?
E’ stato una rivelazione. Facevo la seconda media e un amico di qualche anno più grande mi prestò questo cd. Dopo averlo ascoltato una prima volta, presi uno scatolone, lo riempii di tutte le mie cassette e cd e inviai il tutto all’ultimo scaffale della mia cantina, dove giace ancora oggi (R.I.P.). Quando si tratta di prendere decisioni importanti ho una chiara tendenza all’estremismo.
Sono curioso di sapere qual è il brano che ti piace e ti ispira da sempre...
My favorite things, in versione Coltrane.
Hai un eroe, un musicista che ammiri sopra ogni cosa?
Il compositore americano Charles Ives. Si ridusse a scrivere nel tempo libero perché la sua musica, troppo sperimentale e innovativa, non aveva alcun successo. E così, senza scendere a compromessi, l’eccentrico Ives si arricchì facendo l’assicuratore. Un vero genio. Provare la quarta sinfonia per credere.
Quale reazione ti piacerebbe vedere negli altri quando ascoltano la tua musica?
Non è facile rispondere. Credo di avere un profondo rispetto per il pubblico e quindi cerco sempre di stabilire una comunicazione a doppio senso con chi viene a un mio concerto. Le reazioni che la musica può suscitare non sono prevedibili e, per quanto mi riguarda, cerco solo di fare le cose con onestà intellettuale.
Perché il pianoforte? Cosa ha di particolare?
Non ha niente di particolare. In realtà tutti gli strumenti hanno un proprio fascino ma restano sempre strumenti, nel senso che la musica è un’altra cosa. Se per disgrazia dovessi perdere la mano destra, e non me lo auguro, non smetterei di fare musica, solo passerei ad uno strumento più “mancino”. Il pianoforte è lo strumento che studio al conservatorio, ma non l’unico che suono e neanche quello che amo di più. Forse è quello che suono meglio. Qualcuno dirà: “figurati gli altri.”
Sei il leader di Airfinger che è il tuo primo progetto musicale dove la contaminazione dei linguaggi e delle tecniche musicali rappresenta il punto di partenza. Ti va di raccontarci…
Airfinger è un progetto nato da un’idea di Gianni Barone, fondatore della Nau Records, nel quale sono entrato quasi per caso. Mi piace definirlo un collettivo in evoluzione. La formazione che abbiamo scelto per il nostro primo lavoro discografico e che sarà pubblicato nei prossimi mesi è il trio (pianoforte, basso, trombone) più elettronica. Si tratta di un lavoro di ricerca e di sintesi dei linguaggi nel quale l’elettronica non è intesa come semplice accessorio aggiunto a posteriori, ma coinvolta direttamente nel processo creativo come un quarto strumento. In questo modo la musica non deve adeguarsi all’elettronica, come avviene in tanti casi, ma è quest’ultima funzionale alla prima. Ne risulta un suono che guarda al futuro ma ricorda anche i vecchi vinili, che ha in se la vitalità dell’improvvisazione e la ricerca timbrica di certe avanguardie. Un altro elemento centrale nella nostra ricerca è il ritmo. Personalmente sono entusiasta del lavoro svolto fino ad ora e penso che ci siano tutte le premesse per realizzare qualcosa di originale.
L’ultimo Cd che hai acquistato?
Bad As Me, di Tom Waits. Fantastico!
Che libro stai leggendo?
Hypnerotomachia Poliphili. No comment.
Non posso crederci, ti riferisci al testo in latino di Francesco Colonna illustrato con le xilografie del Mantegna? Non mi dire che hai una copia originale, vale una fortuna! Oppure lo stai leggendo on line su Rare book room?
Ne ho una copia anastatica. Ma sai dov’è l’ironia? Per leggere i classici latini e greci ho aspettato la fine del liceo. Come sempre, tutto si riduce a una questione di precedenze...
Mi dai una definizione di MUSICA.
Mi Ubriaco Sogno Idee Conosco Abissi.
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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Luigi Di Chiappari
Luogo: Formia (LT)
Foto: Angelo Trani
Web: www.airfinger.com
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