ISRAEL VARELA
Israel Varela musicista, compositore e cantante. È tra i batteristi più originali del panorama musicale mondiale.
Probabilmente è uno dei batteristi più originali del panorama musicale mondiale ha suonato, tra gli altri, con Pat Metheny, Charlie Haden, Diego Amador e Kamal Musallam. È una voce fuori dal coro, per Israel Varela la musica è uno strumento di pace, un dono che va alimentato e curato. È una figura complessa formatasi in giro per il mondo partendo da Tijuana in Messico la città di confine per eccellenza che lo ispira continuamente e costantemente…
Qual è il tuo primo ricordo musicale?
La voce di mia madre che intona melodie della tradizione messicana e mio padre al pianoforte che suona le sue composizioni, “concertina” è una di quelle che sentivo spesso da piccolo. Questi due sono i primi e più importanti ricordi musicali che ho.
Come nasce la tua passione per la musica?
Ho avuto la grande fortuna di nascere in una famiglia di musicisti. I miei nonni Asuncion Esquivel e Miguel Varela erano chitarristi, cantanti e compositori di musica tradizionale messicana, mio padre Pablo Varela sr. pianista e direttore della cattedra di Musica dell’università della mia città natale Tijuana, e mio fratello Pablo Varela è uno dei migliori direttori d’orchestra al mondo, tutti loro insieme a mia madre Maria Elena Esquivel, mi hanno trasmesso e insegnato non solo la passione ma l’importanza dell’amore e onestà verso la musica.
Ovviamente a casa mia si sentiva e si suonava di tutto da Bach, Mozart, Palestrina, Pergolesi, Beethoven per parte di mio padre e fratello, invece mia madre Beatles, Doors, Monkeys, Chifons, mia sorella ascoltava e cantava la musica popolare del nord del paese, infine mio zio Beto Esquivel aveva tutta la collezione di musica oldies anni ’40, ’50 che ascoltavo, senza rendermi conto che mi sarebbe stata utilissima in futuro.
Quanta fatica bisogna fare per diventare un buon musicista?
Ci vogliono tanti elementi, ma nel mio caso non ho mai sognato di diventare solo un musicista, primo perché sono nato musicista e secondo perché la musica per me è solo una piccola cosa dentro la grandezza dell’Arte e della Vita in generale. Amo profondamente il momento in cui creo, e ho sempre avuto una visione chiara di dove volevo arrivare con la mia musica aldilà della bravura che puoi ottenere studiando ed esercitandoti, il mio obiettivo, così come lo è stato per la mia famiglia da sempre, è migliorare la qualità di vita delle persone e creare valore. Ci vuole tanta disciplina, umiltà, pazienza e fede. La fatica non l’ho mai considerata perché amando quello che faccio sinceramente non ho mai sentito la fatica del fare, invece la disciplina all’inizio era per me un problema, devo ringraziare mio fratello che mi teneva ore e ore a studiare perché io ovviamente ero un bambino che come gli altri amava giocare. Mio fratello mi ha fatto capire che per ottenere dei risultati veri dovevo anche rinunciare a tante cose.
Sei Messicano hai studiato a Los Angeles, successivamente al conservatorio di Milano e quindi a Siviglia. Oggi giri il mondo e vivi a Latina. Ti va di raccontarci…
Sono nato e cresciuto a Tijuana in Messico, città di confine con gli USA (la frontiera più visitata ogni giorno al mondo), quindi ho avuto tante influenze musicali sin da piccolo. Le mie prime lezioni di pianoforte ovviamente sono state con mio padre e mio fratello, poi ho studiato nel conservatorio della Bassa California. I miei due primi insegnanti di batteria furono Gonzalo Farrugia e Andrei Tchernishev. A 14 anni ho avuto la grandissima benedizione di incontrare Alex Acuna con cui ho studiato per 3 anni privatamente a Los Angeles, successivamente sempre privatamente ho studiato con Dave Weckl, sempre a Los Angeles. Nel 2000 sono arrivato a Milano per studiare al Conservatorio G. Verdi, mio fratello Pablo viveva a Milano da anni, stava concludendo il suo ciclo di studi al conservatorio. Vivevamo e continuavamo a studiare insieme come a casa nostra in Messico. Grazie a lui ho approfondito molto la conoscenza della musica classica contemporanea e dell’Opera. Stravinksy, Debussy, Mahler, Ligeti, Donatoni, Berio, Boulez, quindi Puccini, Rossini e Verdi tra gli altri, mi hanno cambiato gli orizzonti musicali nonché influenzato il mio modo di fare musica. Come batterista a Milano non sono riuscito a lavorare granché in quel periodo, ma dal punto di vista musicale e personale mi ha fatto crescere tanto, mi ha arricchito culturalmente grazie ai tanti musei che ho visitato e grazie alle opere di uno dei miei artisti preferiti di sempre: Michelangelo. Nel periodo milanese non mancava quasi mai il mio appuntamento quotidiano con la Pietà Rondanini nel Castello Sforzesco (quando il museo era gratuito). Adesso vengo a Milano mediamente ogni 2 mesi per lavoro, mi invitano per fare masterclass, dischi, concerti. È strana la vita.
Cosa hai trovato nel Flamenco che ti ha attratto così tanto?
In realtà non è stato il flamenco ad attrarmi, è stata la musica di Diego Amador che è sempre flamenco. Non ho mai pensato al flamenco come stile ma desideravo un giorno suonare con questo incredibile musicista. Per fare questo dovevo studiare e vivere quella musica perciò mi sono trasferito a Siviglia dove ho studiato tutto ciò che c’era da sapere su questo meraviglioso mondo apprendendo sopratutto “il modo di vivere” del flamenco.
Il flamenco non è solo musica ma è un modo di vivere. A differenza di L.A. a Siviglia i miei insegnanti erano bimbi di 5 o 6 anni in un quartiere malfamato che si chiama Las Tres Mil Viviendas dove nemmeno la polizia entra e dove non ho mai visto cosi tanti talenti in una sola piazzetta. È incredibile. Ero diventato amico della famiglia Amador per cui ero il benvenuto. Non avevo soldi quindi sono stati momenti difficili, ma ero felice di scoprire una musica nuova dove potevo crearmi tutto uno mio mondo.
Dopo Siviglia?
Sono rientrato in Italia, questa volta vicino Roma. Avevo lavorato altri 6 anni sul mio strumento con le influenze del flamenco. Ancora ringrazio mia moglie Paola per avermi sempre sostenuto in pieno, per alcuni anni ha ascoltato senza scelta e senza sosta Camaron de la Isla, Paco de Lucia, Caracol, Mairena, e tanti altri. In quel periodo ho fatto il mio primo disco “Tijuana Portrait”, ho lavorato con Pino Daniele, ho fatto diversi tour con Hiram Bullock, finché un giorno, il 19 aprile 2008, squilla il mio telefono ed era Diego Amador che mi chiamava per offrirmi un contratto con il suo nuovo trio dove voleva usare la mia batteria (normalmente viaggiava con un percussionista). Da lì la mia vita lavorativa è cambiata per sempre. Io la chiamo la mia seconda carriera
Insomma il sogno si era avverato…
Penso che questa tappa nella mia vita sia stata una delle più importanti perché il flamenco e la musica di Diego Amador non solo hanno cambiato il mio modo di suonare e di scrivere musica, ma hanno fatto anche sviluppare uno stile personale che oggi è la mia firma. Mi sono creato un modo di suonare e un mondo tutto mio prendendo elementi dal ballo, cajon, chitarra, claps, applicati alla batteria. Questo mi ha aperto le porte nel mondo della musica perché mi ha reso “diverso” rispetto tutti gli altri batteristi attirando di conseguenza l’attenzione di tanti grandi musicisti.
Tu sei anche un cantante e un eccellente pianista. È solo talento o in Messico la formazione artistica è trasversale e omnicomprensiva?
Il talento non si compra, quello è un regalo che Dio ci da, però bisogna assolutamente lavorarlo e mantenerlo sempre vivo. Io sono nato cantante, poi ho continuato col pianoforte e la batteria, ho avuto la fortuna grazie alla mia famiglia di potere studiare musica sin da piccolo ma sopratutto di viverla. Mio padre ha realizzato per più di 30 anni un concorso di canto molto famoso nel mio paese (FECI Festival Estudiantil de la Cancion Inedita) che ha lanciato negli anni tante star del pop nazionale, curava anche delle trasmissioni televisive dedicate ai nuovi talenti locali. Quando avevo 13 anni mi diedero l’incarico di organista e direttore del coro della chiesa di Sta Teresa d’Avila a Tijuana, dirigevo il coro composto da 10/15 persone, cantavo e suonavo l’organo in tutte le messe, avere la possibilità di fare esperienza a quell’età con le voci è stato importante. In Messico purtroppo non è così per tutti, è difficile avere una formazione artistica seria, non perché non ci siano i giusti insegnanti, anzi, funziona un po’ come in Italia, il governo e le istituzioni culturali invece di aumentare riducono continuamente i fondi per la cultura. Il risultato è che bisogna andare via per raggiungere obiettivi importanti.
Fai molte clinic e master class, cosa cerchi di comunicare ai tuoi allievi in queste occasioni?
Giro il mondo anche facendo clinic e ogni volta imparo anch’io delle cose. È incredibile vedere come possiamo cambiare “la vita” delle persone con una semplice master class, vedi gente che entra in un modo ed esce con nuove idee, sogni nuovi e più motivati di prima. Il loro percorso musicale non sarà più lo stesso, è bellissimo. Quello su cui punto moltissimo nelle mie clinic è comunicare l’importanza che la curiosità ha per la ricerca, e la necessità di creare un proprio linguaggio musicale per il proprio strumento spiegando –parlo della mia esperienza- che a nessuno dei grandi del jazz o della musica in generale interessa quanto veloce suoni, quanti licks, quanta indipendenza hai etc., quello che vogliono è qualcuno che quando suonando trasmetta la sua vita, le sue esperienze, la sua storia, che il suo sound sia pura onestà, che sia umile e sopratutto che sia diverso dagli altri. Ti posso assicurare che non ho ancora trovato nessun musicista grande del jazz a cui piacciano le copie o le brutte copie di qualche altro batterista. Ma per raggiungere questo punto bisogna diventare una cosa sola con lo strumento ed è li che ci vuole del tempo. Non ci sono scorciatoie nella musica.
Ritorniamo al tuo primo lavoro discografico “Tijuana Portrait”, è un titolo autobiografico dedicato alla tua città che è forse la più violenta al mondo. Come può un luogo così “devastato” generare così tanta arte?
Tijuana sicuramente è uno dei posti più pericolosi al mondo, ma allo stesso tempo una delle città dove ci sono più manifestazioni artistiche di qualità. Credo che il suo essere una città di confine con gli Stati Uniti abbia permesso la nascita e lo sviluppo di realtà culturali alternative, basti pensare a Carlos Santana. A Tijuana si vive in una ricerca continua sia essa personale, musicale, intellettuale, politica. È stato questo che ho voluto raccontare con i miei dischi “Tijuana Portrait” e “Border People”.
Oggi sei un cittadino del mondo, quanto di messicano c’è ancora in te e come si manifesta?
Se c’è una cosa che non ho mai perso è proprio la mia identità messicana, è quella che mi ha sempre motivato a fare tanto. Tijuana è sempre con me, si manifesta quando suono, canto o scrivo.
Tu suoni molto in Medio Oriente ed in Asia in genere, che differenze hai notato rispetto l’Europa e l’America?
A livello musicale ogni luogo geografico ha le sue cose belle. Sono culture con tradizioni forti e un livello alto. La differenza principale che vedo è che in Oriente hanno una identità propria quando suonano e uno spirito di sana competizione come in America. In Europa invece mi capita sovente di vedere musicisti che vogliono riprodurre il suono di altri. Spesso gli studi di registrazione, i produttori, i musicisti stessi credono che finché il tuo suono non diventa simile a quello di qualcuno già famoso non sia valido. Sembra non esserci interesse a difendere la propria identità, al contrario c’è la tendenza a perderla per poter lavorare, questo è veramente triste. Ascoltavo non molto tempo fa un’intervista del maestro Riccardo Muti il quale diceva che i popoli senza identità diventano selvaggi. Io credo che la stessa cosa succeda nella musica, i musicisti che non hanno un’identità propria diventano selvaggi e hanno sempre paura di perdere il proprio lavoro, quindi invece di aprire la vita per ricevere benedizioni, si chiudono in un piccolo cerchio per non fare entrare nessuno nel loro piccolo regno inesistente.
Hai una visione dell’Arte molto complessa, debbo dire il vero ti distingui molto dai tuoi colleghi che spesso sono egocentrici e totalmente concentrati su loro stessi. Ci hai già detto quali sono le cose che apprezzi, dicci adesso cosa non ti piace di questo mondo…
Il vivere distante dalle persone che ami gran parte dell’anno. Prima non mi importava ma quando hai una moglie e un figlio di quasi 4 anni e devi partire in Tour ,a volte per più di 2 mesi, non è facile, io faccio davvero miracoli per portarli con me tutte le volte che è possibile, approfitto di un day off durante un tour, anche quando sono in un altro paese, per prendere un aereo e tornare a casa anche solo per un giorno. Tutto ciò fa parte del lavoro e non mi lamento, anzi ringrazio ogni giorno che il lavoro ci sia e poi quando mio figlio sarà grande potrà raccontare che già nei primi tre anni di vita aveva viaggiato in tour con suo padre e sua madre in Italia, Emirati Arabi, USA, Spagna, e sentiva suonare papà con Pat Metheny, Charlie Haden, Diego Amador, Kamal Musallam, e tanti altri, lui che già suona il pianoforte, canta e suona la batteria.
Hai un autore/compositore/artista che ti ispira e ami sopra ogni cosa?
Di più. La mia fonte d’ispirazione più grande, il motivo per cui faccio musica, dedico ogni singola nota e amo sopra ogni cosa è il mio Dio, Gesù. Lui mi usa come strumento di pace.
Molti si staranno chiedendo perché ti chiami Israel…
Tutta la mia famiglia è cattolica. Mia madre ha preso il nome dalla Bibbia.
Che funzione può avere la musica e l’arte in una società in crisi di valori come quella contemporanea?
Può creare le condizioni per cambiare migliorandolo il percorso socio-economico di una città o di un paese. Più cultura si promuove e meno ignoranza c’è. Bisogna combattere quest’ultima. La musica ha il grande potere di addolcire i cuori, di creare equilibrio in noi stessi e di metterci in contatto diretto con Dio. Oggi la crisi dei valori c’è non solo per la mancanza di cultura ma sopratutto per la mancanza di fede nelle persone.
Ha senso al giorno d’oggi parlare ancora di jazz come genere musicale?
Si certo. C’è da dire che spesso il termine jazz è usato per definire la musica nuova perché non si è trovato un termine alternativo. Oggi nel “jazz” le cose più interessanti, dal mio punto di vista, stanno venendo da paesi come Israele, Spagna, Armenia, Indonesia, Siria, Libano, Brasile, includo anche il Messico. I musicisti di questi paesi stanno portando le loro radici e tradizioni promuovendo un linguaggio musicale più moderno, che poi la gente lo chiama jazz, world music o in altro modo, non è un problema dei musicisti. Per noi è solo musica.
Mi dai una definizione di ARTE in tre parole?
In tre sillabe: A-MO-RE.
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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Israel Varela
Luogo: Roma
Foto: Antonio Belvedere
Web: www.israelvarela.com
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