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SEBASTIANO ZANOLLI

Manager atipico e scrittore di best seller. Amministratore delegato di 55DSL, testimonia i valori vincenti dell’economia di oggi

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Di mestiere fa il manager e il formatore di manager. I suoi libri hanno titoli come “La grande differenza” e “Paura a parte”. Il vicentino Sebastiano Zanolli, classe ’64, ha lavorato per grandi aziende internazionali (oggi è AD di 55DSL, il marchio streetwear della Diesel con il logo “wendersiano” dell’angelo) ed è uno che, anziché impantanarsi nella fobia imprenditoriale della crisi pandemica, punta dritto alle soluzioni. Il suo approccio manageriale è l’umanesimo puro: se riscopriamo affetti, valori e cultura vivremo meglio e penseremo di più. Intelligenza contro crisi economica, una lotta alla pari. E l’incubo della famigerata parabola discendente si sgretola come un gigante d’argilla.

Lei è un manager “con l’anima” new age e radici nella lezione del corporate training. Eppure la stagione motivazionista dei Dale Carnegie sembra un capitolo “vintage” dei nostri tempi. Penso alle foto di un amico, con lui in giacca e cravatta durante un raduno: quella Polaroid sfumata somiglia a una testimonianza mitologica raccontata dai manager in embrione di vent’anni fa ai rampanti di oggi, meno inclini all’esercizio del sé.

Francamente non mi interessa sapere se qualcosa che riguarda la crescita personale è di moda o meno. Scrivo e gestisco in base ai risultati. Se si ottiene quello che si desidera allora un comportamento vale, se no, non vale. Valeva nel passato, vale oggi, varrà domani. Attingo a tutto quello che mi sembra funzionare. A volte sbaglio, provo a correggermi e riprovo.

Nel suo target di orientamento ci sono anche i genitori. In che modo è possibile “educarli” a crescere i figli? Come si diventa buoni padri e madri?

Ho un figlio, con cui faccio del mio meglio. Ed è il massimo che possiamo fare. Provare, studiare ed applicare criticamente le esperienze e gli studi altrui sono un buon viatico. Dopodiché servono pancia e cervello, perchè ciò che insegniamo sarà difficile che valga nel mondo del futuro. Credo che lo spazio di miglioramento, se i genitori si applicano, sia enorme, perchè si parte davvero dal poco.

Lei lavora molto sulle dinamiche di gruppo. Non sente la “concorrenza” di una società sfrenatamente individualista? Sembra che il lavoro in team sia guidato soprattutto dall’obiettivo di unirsi nel sacro nome dell’interesse e nella santa crociata del massacro dell’avversario…

Credo che quello che dice sia vero. Ma in questo momento storico l’alternativa non esiste.  Forse non si tratta di un vero massacro, ma la globalizzazione (torno ora da un soggiorno in Cina) ci sta dicendo che 3 miliardi di persone vogliono arrivare ad essere come noi ed avere ciò di cui noi godiamo (a volte immeritatamente). La globalizzazione, da tempo, non pone scelte. Competere o soccombere. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, ma è così e né io né altri riusciremo a far cambiare idea a chi lotta per cambiare il suo status. E il nemico per loro siamo noi. Sarà un periodo molto duro. Forse educativo, ma duro.

Nei suoi libri cita il valore dell’amicizia e delle buone letture. Possiamo suggerire, per il nutrimento spirituale di un buon manager o imprenditore, la semplice e antica regola di trovare sempre dieci minuti al giorno per un libro?

Assolutamente sì. Guardi, 15 minuti al giorno valgono circa 10 pagine; 10 pagine al giorno (dal lunedì al venerdì, cosi il week end la mente riposa...) sono 200 pagine al mese. Se saltiamo agosto e dicembre (sempre per non esagerare...) sono 10 libroni all’anno, più probabilmente 12. Ora, chi in Italia legge 12 libri all’anno di un tema specifico, è invitato da Vespa
a Porta a Porta come esperto...

Mi risolva una situazione comune dei nostri tempi. Qualcuno è insoddisfatto e frustrato nel suo lavoro ed è impossibilitato ad abbandonarlo, magari  perché ha una famiglia da mantenere o un mutuo da pagare. Deve osare cambiar vita? E se va male? Realizziamo a lieto fine la vituperata flessibilità: in Italia è davvero possibile cambiare lavoro e fare quello per cui ci si sente tagliati?

Per rispondere bisogna completare la domanda. È possibile, “pagando un conto”, cambiare vita? Se la risposta è piena di se e ma... allora no. Ma non è colpa del mondo, è un problema individuale. Consiglio come esempi contrastanti ma interessanti “Adesso basta “ di Simone Perotti e “La fortuna non esiste” di Calabresi.

Altra situazione. Qualcuno è convinto di avere una qualità e, tramite essa, poter raggiungere il successo. Come fa a capire se il cuore gli indica la strada giusta o se invece si sta sbagliando?

Guardando il suo passato e quello dei suoi genitori, usando qualche test e facendo domande a chi lo conosce bene (dategli la possibilità di rispondere anonimamente, però, per capire se si sta raccontando balle). Poi dedicarsi qualche bella giornata da solo, con la musica che ti piace, in un posto che ti piace, con il quaderno e la matita che ti piacciono. E chiederti, appunto, se il cuore dice che sarai disponibile a pagare il conto.

Lei afferma: “Ora contano i prodotti e i servizi di qualità. Il ‘made in’ non salverà nessuno. Le idee invece sì. Per questo è strategica la formazione, perché nella vita si impara sempre.” Come lo spiega all’artigiano del piccolo paese che con la sua azienda di famiglia lavora da quarant’anni sul suo personale ‘made in’? Non è una visione che taglia fuori i ‘piccoli’?

Lo dico proprio a loro. Sto parlando delle rendite di posizione, il ‘made in’ lo è. Che una cosa sia fatta in Italia, se non ha intrinseche qualità realmente differenti, non salva. Serve lavorare sul nuovo e sul diverso. Nessuno dice che sia facile. Il commercio, oggi più di prima, è una guerra. Le guerre non sono mai piacevoli. Bisogna decidere se si vuole combatterle o meno, ma una volta deciso non si scherza più. Vede, io sono figlio di una di queste persone, che proprio per questa fondamentale miopia - e in buona fede - ha dovuto chiudere baracca e burattini. Ai piccoli servono proprio le idee. Più che ai grandi.

Citando ancora Carnegie, se vinciamo la paura e impariamo a “trattare gli altri e farceli amici”, avremo intrapreso la strada giusta. Ma se usiamo questo insegnamento per vendere qualcosa a qualcuno, dovremmo sentirci in colpa? Esiste il venditore con l’anima, o l’iconografia che lo vuole furbo in modo non sempre onesto, ha un fondo di verità?

È un pensiero comune, forse derivante da una mala interpretazione di alcuni pensieri religiosi o ideologici. Tutta la nostra esistenza è contrassegnata dal tentativo di piacere ad altri, e ci sono gradi di onestà diversi da persona a persona. La regola d’oro del non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te per me è una discriminante importante. No, non direi che dovremmo sentirci in colpa se semplifichiamo, miglioriamo o facilitiamo in questo modo le esistenze altrui.


Intervista: Isabella Marchiolo
Soggetto: Sebastiano Zanolli
Luogo: Nove (VI)
Foto:
Renato Ravenda
Web: www.sebastianozanolli.com

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