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GAIA LIGHT

Gaia Light fotografa italoamericana la sua arte è uno strumento di resistenza culturale e di indagine sociale.

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E’ un’artista di grande fascino con una spiccata personalità. Tra il diritto e la fotografia ha scelto la seconda ma senza dimenticare le vere ragioni del primo: libertà, giustizia, eguaglianza, tolleranza… oggi le sue opere contengono questi elementi ma sono anche un forte grido contro l’ipocrisia e le contraddizioni sociali ed economiche che animano la nostra esistenza.

Dal Diritto alla Fotografia... diciamo la verità! Può apparire strano. Ti va di raccontarci?

Strano ma vero. Anche se, volendo analizzare con la lucidità del senno di poi, diritto e fotografia sono sempre stati e continuano ad essere, due degli amori più importanti della mia vita. Due amori incontrati in tenera età quando divoravo le pagine di cronaca nera e giudiziaria dei quotidiani che trovavo a casa e, con la stessa voracità consumavo scatole di rullini fotografici celebrando la meraviglia della bambina che aveva scoperto il modo per fermare il tempo, i ricordi, le cose belle. Ora la bambina è cresciuta e, insieme a lei, una certamente poco ingenua predilezione fotografica per le cose meno belle e una forse prematuramente cinica disillusione verso i massimi, spesso minimi sistemi della giustizia italiana.
Durante gli anni dell’università ho vissuto il privilegio di incontrare sul mio cammino grandissimi professionisti del mondo della fotografia, tuttora amici e maestri, che mi hanno trasmesso in dono la Passione: grazie a loro e alla loro generosità ho imparato a “vedere”, a non aver paura di volare con gli occhi. Il vero volo è sicuramente iniziato dopo la laurea quando mi sono trovata davanti a un bivio pericolosissimo: da una parte la strada certa, l’avvocatura, lo studio di papà, la stabilità economica, un suicidio emotivo certo che, considerato il mio idealismo del tempo, mi avrebbe inevitabilmente procurato una vita di frustrazione; dall’ altra un viottolo scalcinato di cui non sapevo nulla se non che mi facesse sentire libera. Sono anni che percorro quel viottolo (che oggi, fortunatamente, non è più così scalcinato) e ne sono profondamente orgogliosa.
I miei primi cimenti artistici ufficiali, miracoli dell’incoscienza, sono stati profondamente influenzati dalla convinzione che, se chiamata “arte”, qualsiasi forma di intelligente resistenza politica e civile fosse non solo tollerata ma soprattutto consentita. La libertà di espressione per un artista presuppone un grandissimo senso di responsabilità che io, con buona pace di codici e procedure, avevo una gran voglia di assumermi e di condividere, sporcandomi le mani… di colori e colla, però.

Cosa rappresenta per te la fotografia?

In assoluto la dimensione espressiva più gratificante. La più grave delle mie dipendenze e il più efficace strumento auto-terapeutico: droga potentissima e medicina infallibile. Un’esigenza primaria. L’ immortalità. La più complice delle compagne di viaggio e di merende. Arma seduttiva. Strumento di accesso a dimensioni private altrimenti inapprocciabili. Una lente di ingrandimento su dettagli invisibili. Last but not least, la presenza più ingombrante nella mia borsa di tutti i giorni.

Qual è il ruolo di questo media nell’epoca in cui viviamo? Ha ancora senso?

Credo che la fotografia abbia sempre avuto e continui ad avere un ruolo importante: la digitalizzazione e democratizzazione dello strumento fotografico favoriscono il proliferare di nuovi ruoli, nuovi sensi - forse troppi - che sarà il tempo a consegnare, o meno, alla storia. Personalmente credo che l’efficacia di una buona immagine fotografica, in tutta la sua irruenta, romantica bidimensionalità, non tema rivali al cospetto di coscienze da solleticare, risvegliare o rianimare.

Vivi a New York dal 2007 e hai casa a Bushwick, luogo certamente non facile…

La casa in cui vivo oggi è la stessa che cinque anni fa si fece trovare inaspettatamente (e provvidenzialmente) dopo pochi giorni dal mio arrivo a NY.
Appena arrivata un anonimo (e ancora misterioso) comitato di benvenuto si premurò di sparare in pieno giorno contro una delle mie finestre: piccoli proiettili di piombo di quelli solitamente usati per la caccia che hanno distrutto il doppio vetro in più parti e che mi hanno subito fatto capire che fotografare la vita da quella finestra potesse riservare sorprese di cui avrei volentieri fatto a meno.
Sono passati cinque anni da quei giorni e vivo ancora in quella casa, amandola incondizionatamente e considerandola, ora più che mai, la mia sweet home. Le fotografie dalla finestra ormai non fanno più paura.
Bushwick oggi è considerata “the hot spot”, il quartiere di tendenza dove si concentra il fermento underground più innovativo in questo momento negli Stati Uniti. Un quartiere sprofondato nel più cupo degli oblii per tanti anni che oggi vive una rinascita di cui si ha chiara percezione soltanto respirandola, vivendola tutti i giorni. Una certezza: agli angoli delle strade oramai ci sono più hipsters che pushers.
Casa mia è situata nella zona di confine tra Bushwick e Bed-Stuy, territorio ad alta densità portoricana e dominicana la cui presenza sul territorio è sempre celebrata dai molesti decibels di megagalattici impianti stereo: la gentrificazione da queste parti procede molto a rilento. Nessuna traccia di fermenti avanguardistici di tendenza (non di quelli tradizionali, almeno), vi si respira una verità violenta, nel bene e nel male.

Qual è l’istantanea che preferisci del tuo quartiere?

Si chiama “Brooklyn Buzz”, è un progetto fotografico realizzato a bordo di autobus di linea in servizio a Brooklyn, durante l’estate del 2010 ed è il frutto di una preziosa collaborazione con il fotografo Alessandro Cosmelli. E’ nato dalla volontà di ritrarre l’America di questo particolare e delicatissimo momento storico e dalla voglia di rendere omaggio a Brooklyn, per entrambi città di adozione e oggi globalmente considerata il luogo più cool del pianeta di cui tutti parlano ma di cui, in realtà, nessuno sa molto. Il bus è il mezzo di trasporto che più di ogni altro (soprattutto di una metropolitana troppo manhattancentrica) consente di esplorare Brooklyn, di annusarla, di viverla da una posizione di prima linea per quella che realmente è, nel bene e nel male. Di capirla veramente. Una sorta di salotto mobile su ruote, popolato di umanità, di vecchi e bambini (che siamo poco abituati a incontrare sulla metro), di gente che sul bus molto spesso si comporta come se fosse a casa sua. Salire su un bus a Brooklyn per noi europei è un’esperienza estremamente affascinante anche se impegnativa. Salirci con una macchina fotografica e l’intenzione di usarla implica un notevole sforzo emotivo traducibile in termini di sfida, rispetto, confronto, faccia tosta. Un po’ come rubare in casa di qualcuno. Figurarsi se il furto avviene a mano armata (di macchina fotografica) e protetta dal vetro di un bus, può succedere che il soggetto fotografato può insultarti battendo minacciosamente sul vetro, poi resta da fare i conti con la gente che ti siede accanto la cui diffidenza, assistendo all’incazzatura altrui, può raggiungere livelli seri e richiedere spiegazioni e tanto sangue freddo.

Perché hai scelto New York?

New York è l’unico posto al mondo in cui mi senta veramente libera e invisibile (condizione cui aspiro da sempre). La amo e la odio con la stessa intensità ma non potrei mai farne a meno. Mia mamma è newyorchese e New York rappresenta l’altra metà del mio dna: tutte le estati della mia vita le ho trascorse qui, sebbene in tutt’altro contesto rispetto a quello in cui vivo oggi. Venire a vivere qui è stato una sorta di ritorno alle origini, un involontario omaggio alla mia adorata nonna tedesca che, in tempi lontani ma non troppo diversi da questi, si trasferì in America facendomi, senza neanche lontanamente immaginarlo, il regalo più bello del mondo.

Si può vivere di sola “fotografia”?

Direi proprio di si anche se molto dipende dal tipo di fotografia e dalla propria capacità di svilupparne il potenziale considerandone, senza snobismi, tutte le possibili derive.

Una tua giornata tipo…

Mi piacerebbe molto poter rispondere a questa domanda con argomentazioni convincenti. Purtroppo, e mio malgrado, la mia giornata tipo ancora non esiste.
Poche certezze ma di quelle inossidabili: sveglia presto, lavoro non stop (...benché pensando alla vita in tribunale che non è stata, io ancora fatichi a considerarlo “lavoro”...), a dormire tardissimo.

Le tue opere sono intrise di critica sociale spesso legata anche alla funzione “corruttiva” che rappresenta il danaro…

Le mie opere riflettono inevitabilmente la mia visione del mondo, della società contemporanea, con tutte le sue contraddizioni e idiosincrasie. Considero il mio lavoro uno strumento di resistenza culturale in tempi afflitti dal progressivo e sempre più grave imbarbarimento dei costumi sociali e politici e, purtroppo, di tante coscienze. Da artista e, in quanto tale, da privilegiata, sento il peso di una responsabilità morale rispetto al mio contemporaneo e per questo considero la ricerca una preziosa occasione di indagine, approfondimento, denuncia. E, da un punto di vista personale, il migliore degli esorcismi.

Cosa mette a fuoco il tuo obbiettivo della società attuale in un momento di crisi così profonda?

Terreni dati troppo facilmente per scontati. Dimensioni talmente compenetrate nel nostro quotidiano da giustificare spesso pigrizia e superficialità nel considerarle. Pigrizia e superficialità possono essere molto pericolose. Un esempio per spiegarmi meglio.
“Mass Surveillance 2011”, costituisce il terzo capitolo della mia “Screen Trilogy” (Cam Girls, Video Games e Mass Surveillance) ovvero le serie di reportages realizzati in questi ultimi mesi su Internet con l’intento di raccontare il nostro tempo attraverso il filtro di uno schermo, quello del computer, della playstation o della tv che sia, in grado di restituire una realtà spesso distorta ma, ancor più spesso, spaventosamente reale.
Con “Mass Surveillance” sono andata a fotografare in live streaming alcune delle migliaia di web cams che, spesso mascherate da telecamere di sorveglianza e giustificate da ragioni di sicurezza, affollano luoghi pubblici e privati di tutto il mondo minacciando, molto più di quanto immaginiamo, il nostro diritto alla privacy e la nostra sicurezza.
Telecamere ovunque, per strada, davanti ai monumenti, a panorami mozzafiato ma anche negli asili d’infanzia (le più agghiaccianti), nelle case di riposo per anziani, nei locali notturni, nelle fabbriche e tutte accomunate dall’essere liberamente accessibili a chiunque sul web.
Una riflessione sui rischi della tecnologia e sui massimi, minimi sistemi del controllo che le nostre vite subiscono, più o meno consapevolmente.

I nomi mi incuriosiscono sempre, raccontaci perché hai deciso di adottare Gaia Light…

“Light” fu il titolo della mia prima mostra. Era il 2004 e amici titolari di una galleria mi offrirono, con grandissimo entusiasmo, l’opportunità di esporre un vasto corpo di lavoro che avevo iniziato a costruire tempo prima, all’indomani della laurea. Utilizzavo dei comunissimi accendini Bic (su cui intervenivo rivestendoli di immagini e micro testi rubati da riviste e quotidiani) per veicolare delle idee, dei messaggi spesso politici e molto forti. Mi sembrava meraviglioso favorire la circolazione di queste idee attraverso l’utilizzo di un oggetto che per definizione fosse “leggero” e, in quanto tale, riuscisse a viaggiare liberamente (attraverso furti, smarrimenti, rinvenimenti, donazioni, baratti etc) mascherato da gadget innocuo. I miei accendini parlavano di guerra, di torture, di dittatura, di fanatismi religiosi, di politica malata, di problematiche sociali e di molto altro. Lo facevano in modo “light”, alleggeriti da decorazioni adesive in grado di ingannare lo sguardo pigro di chi forse non avrebbe altrimenti concesso la propria attenzione a tematiche più impegnate.
Gaialight, tutto attaccato quasi fosse un brand (provocatoriamente era come se lo fosse), rappresenta piuttosto che l’aggiunta di un lezioso suffisso al mio nome di battesimo un manifesto, un grido di battaglia inneggiante alla libertà di espressione: si può dire tutto, ma l’efficacia di quanto si dice dipende moltissimo dal modo in cui si veicola il proprio messaggio. Light è una bella parola, evoca leggerezza, luce. Il mio linguaggio espressivo su un piano molto superficiale può sembrare leggero, innocuo ma, superata la superficie, non lo è affatto.

Se c’è qual è il fotografo/a che maggiormente ti ha influenzato?

Diane Arbus, Daido Moriyama, Sophie Calle, Robert Frank, Antoine D’Agata per citarne solo alcuni. E Joyce Carol Oates che, pur non essendo una fotografa, rappresenta in assoluto la regina delle mie ispirazioni.

Nel 2010 sei stata invitata dalla Josef and Anni Albers Foundation come artista in residenza. Cosa ti ha dato umanamente e artisticamente quell’esperienza?

Con grandissimo onore sono stata invitata come artista in residenza nell’ambito dell’ esclusivo programma di Residenze di Artista della Fondazione. Sono stati i due mesi più sereni della mia vita trascorsi in quasi totale isolamento (e beatitudine) in un magnifico studio offertomi dalla Fondazione e situato in una magnifica foresta del Connecticut. Il silenzio, il bianco della neve, il tempo immobilizzato dalla bellezza e dalla semplicità di una dimensione (non solo logistica) incantata e incantevole.
Le lunghe giornate di studio trascorse nella biblioteca della fondazione ad approfondire i Grandi della storia dell’ Arte e i magnifici Albers naturalmente, il lavoro incessante e produttivo, i bioritmi asserviti agli impulsi creativi e le nottate insonni trascorse a lavorare, a sperimentare tecniche diverse, esplorando nuove frontiere artistiche che proprio lì ho iniziato a scoprire. Un’ esperienza nevralgica, estremamente formativa, indimenticabile.

Cos’è per te la creatività?

Una risorsa preziosa che se gestita bene può rendere la vita molto più dolce.

In quale momenti ti senti in pace con il mondo e con te stessa?

Quando lavoro, quando mi trovo immersa nella natura e quando il telefonino è spento.

Che libro hai sul comodino?

Ne ho più di uno.
“Just Kids” di Patty Smith, “Star Bright Will Be with You Soon” di Joyce Carol Oates e “Ti ascolto” di Federica de Paolis.

Che musica ascolti?

Dipende dal mood e da quello che sto facendo. Sono musicalmente onnivora e curiosissima.

Se ne ha uno, che ruolo deve avere l’arte oggi?

Lo stesso che aveva ieri e che, molto probabilmente, avrà anche domani.

Mi sono spinto troppo con le domande, nel senso che ne ho fatte tante e rischio di essere “tagliato”. Giusto per chiudere… su che progetto stai lavorando?

Sono impegnata su fronti diversi ma quello che in assoluto mi appassiona di più riguarda il mondo delle “micro queens” (io le chiamo così!) e dei concorsi di bellezza per bambine che in America, oggi più che mai, alimentano un’industria miliardaria e infinite speculazioni sociologiche.

 

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Gaia Light
Luogo: New York
Foto: Gaia Light
Web: www.gaialight.com

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