SALVATORE R. FAMILIARI
Imprenditore ed editore musicale. Ideatore e produttore del Festival dello Stretto, uno degli eventi live piu’ importanti dell’area meridiana
L’orecchio e l’intuito non l’hanno mai tradito: a sedici anni, giovanissimo dj, gli bastava un ascolto per capire quale brano sarebbe diventato una hit. A ventiquattro era già uno dei più quotati produttori discografici nel mondo dell’hip-hop con Neffa, Fabbri Fibra, Poeti Onirici, Flaminio Maphia, Piotta, tra gli artisti presenti nei cd in catalogo.
Oggi la sua Cd club Entertainment si muove nel vasto settore dell’editoria musicale ed uno dei prodotti di punta, il Festival dello Stretto – musica etnica di qualità, proposta da nove edizioni sul Lungomare di Reggio Calabria - è stato nel 2008 uno dei migliori festival organizzati in Europa, tra i primi quindici in lizza per la vittoria, a Londra, del Best European Festival Awards.
Fin troppo semplice dedurne che, per Salvatore R. Familiari, la musica è la scelta della vita, insieme a quella di non spostarsi dalla sua città, Reggio Calabria. Entrambe le decisioni sono frutto di quella personalità decisa che, da adolescente, portava il giovane Salvatore a buttarsi a capofitto nella musica ed oggi gli fa sostenere che il coraggio lo ha chi affronta le difficoltà e resta a lavorare nel Meridione, non certo chi si costruisce una carriera lontano dalle sue origini e poi torna solo per ritirare i premi che gli vengono conferiti.
Come si riesce, dal Sud, a gestire la molteplicità di rapporti con artisti, studi di registrazione, fonici, grafici, che si trovano sparsi per l’Italia e all’estero?
Anni fa tutto era rigidamente legato alla logistica, ai continui scambi fisici, a mezzo corrieri, di stampe grafiche, supporti, interscambi contrattuali. L’evoluzione tecnologica ha permesso di livellare le possibilità, oggi i contenuti fanno la differenza. Il resto, in questo settore, è frutto d’istinto: trovare e proporre quello che può piacere. Io dico spesso che, sin da ragazzino, non mangiavo la panna, ma la montavo: impiegavo il tempo ad ascoltare la musica e a comprendere gusti e tendenze. Ampliando le mie attività, ho cercato di attorniarmi delle migliori figure professionali applicando costantemente il paradigma d’eccellenza, in tutte le combinazioni. Oggi con noi, in outsourcing, lavorano oltre 30 aziende d’ogni parte d’Italia.
Si progetta di fare l’imprenditore musicale o è l’amore per la musica che si appropria di ogni spazio vitale e quasi costringe a fare di questa passione un lavoro?
Studi, ti specializzi ritenendoti fortunato perché fai un lavoro che ti appassiona, ma stai attento a separare la dimensione personale da quella lavorativa.
Ho studiato economia focalizzando l’attenzione, da autodidatta, nel settore discografico, editoriale e live: un piano di studi personale non essendo presenti in Italia percorsi formativi scolastici in materia di disciplina del diritto d’autore. Sono stato accredito in Siae circa 12 anni fa per una serie di produzioni discografiche interessanti che, associate agli studi specialistici, mi hanno consentito di entrare nel settore dell’editoria musicale. Oggi questa è l’attività principale di Cd club Entertainment, in parallelo all’attività di digital content distribution in cui siamo label primaria in Italia grazie a rapporti diretti con Nokia, Itunes, Vodafone, Virgin, solo per citare alcuni degli oltre 300 nostri partner. Ormai il suono va oltre il supporto classico inteso come acquisto del cd. E’ divenuto parte integrante del sistema di fruizione in sede di navigazione, per cui ascolti, condividi, commenti, “linki” e compri attraverso il sistema del downloading. Successivamente decidi di acquistare la musica sul supporto fisico.
La tua gavetta artistica affonda nel mondo dell’hip-hop. Che cosa ha determinato la sterzata verso la musica etnica?
Sono due generi che hanno nella “realtà raccontata” un comune denominatore. Gli MC (Master of Cerimonies, i rappers; ndr) dell’hip hop nei loro testi esprimono ciò che realmente sono e ciò che realmente vivono nella vita quotidiana, senza alcuna remora. I musicisti e gli interpreti della musica etnica usano il linguaggio territoriale accompagnandosi con gli strumenti tradizionali.
Ad entrambi abbiamo dato “propulsione” quando erano ancora generi sottostimati nei grandi circuiti mediatici, riuscendo a valorizzarne le figure più rappresentative. Nei nostri album HH, a metà degli anni novanta, trovi Cor Veleno, Flaminio Maphia, Poeti Onirici e Kento, Joel e Neffa, Fritz con Fabbri Fibra, Turi e Piotta, Kaos e Joe Cassano solo per citarne alcuni.
Nell’etnica, invece, privilegiamo la dimensione live. I rapporti internazionali maturati negli anni ’90
mi hanno consentito di comprendere quanta valenza avessero i Festival musicali nelle città europee, in termini di associazione positiva tra la località ospitante e il marchio dell’evento di richiamo.
Il sistema è definito tecnicamente “entertainment advertising”. Scopo del Festival è la continua stimolazione della memoria individuale attraverso la sollecitazione nella massa critica: quanto più la stessa riesce, tanto più cresce la fidelizzazione del pubblico all’evento, mai annualmente ripetitivo e sempre orientato ad educational content e non semplicemente entertainment. L’aspetto saliente nella continua innovazione annuale è comprendere la percezione finale relativamente all’unicità dell’evento, in cui uno degli aspetti, cioè il suono, è attualizzato con odierni arrangiamenti pur mantenendo il lavoro di ricerca sul tradizionale.
Il Festival dello Stretto ha sempre rivendicato una scelta scrupolosa degli artisti portati sul suo palco: musicisti con una marcata radice etnica, ma nello stesso tempo capaci di sperimentare nuove sonorità e di presentarsi con una veste contemporanea. E’ lo stesso criterio con cui Cd club Entertainment seleziona gli artisti da produrre nell’ambito dello stesso genere musicale?
Certamente, questo è uno dei motivi per cui, discograficamente, nel nostro lavoro oggi trovi Quartaumentata e Kalamu o, andando oltre, Kalafro Sound Power, band capaci di sperimentare sovrapposizioni linguistiche e sonore.
Ai fini della realizzazione del Festival dello Stretto la ricerca dell’unicità si è fondata su contenuti e sistemi attuativi. Per meglio comprendere il principio d’unicità pensiamo che in Andalusia il flamenco è trainante, per l’Irlanda e la Scozia lo è la musica celtica, New Orleans senza il jazz sarebbe rimasta conosciuta a pochi. La nostra scelta è ricaduta sull’etnica, che fino a dieci anni fa era inverosimilmente poco valorizzata in Italia, perché musicalmente originale e di una qualità tecnica eccelsa.
A tuo giudizio, quindi, l’etnica è uno dei generi che riuscirà ad affermarsi sempre più nel panorama musicale europeo?
La musica etnica rappresenta un “suono nostro”, prodotto da strumenti musicali tradizionali, spesso con un’origine arcaica. Difficilmente il rock italiano o il pop, tranne pochissimi casi, riescono a trascinare il pubblico al di fuori dei nostri confini nazionali, perché sono generi a prerogativa linguistica anglofona, di cui oggi abbiamo sicuramente necessità in Europa in termini di scambio, ma non a discapito delle nostre radici culturali e della nostra identità.
Intervista: Francesca Cugliandro
Soggetto: Salvatore R. Familiari
Luogo: Reggio Calabria
Foto: Antonio Belvedere
Web: www.cdclubentertainment.com
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