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ALAN MICHAEL ROSEN

Sassofonista jazz la cui musica corteggia e seduce. Una  personalità che è un concentrato di simpatia e professionalità

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Due momenti diversi per l’intervista con Michael Rosen (Ithaca 1963). Interno. La tenda è arancione, come la tazza di tè che sorseggia. Il divano è rosso. Pulsioni di colori simultanei sul poster di Robert Delaunay.
C’è anche la superficie nera, lucida, del piano elettronico con lo spartito di un minuetto. Foto di famiglia un po’ ovunque, nel monolocale del sassofonista americano. Ricordano due storie diverse, invece, quelle in bianco e nero, appese alla parete. Una è stata fatta a Torino, nel 2000, prima di un concerto. Intorno al tavolino c’è Rosen con il suo primo quartetto: Paolino dalla Porta, Bebo Ferra e il compianto Giampiero Prina. Incorniciata anche la sequenza di immagini scattate intorno ad un laghetto immerso nella nebbia mattutina, fuori Milano, città dove il musicista ha vissuto a lungo, prima di trasferirsi - cinque anni fa - a Roma. Sono immagini che rimandano alla copertina del suo primo disco, Elusive Creatures (1996). Quanto all’ultimo - Unquiet Silences (2008) - è il sottofondo di questa prima parte della nostra chiacchierata.
Esterno. Tardo pomeriggio di inizio autunno nel verde di Villa Doria Pamphilj, sotto un pino secolare, sfiorati dal suono dell’acqua che zampilla da una fontana seicentesca e dalla gioia di un ragazzino che gioca a palla con il padre. Un luogo dove Michael torna spesso. Gli piace girare in bicicletta, soprattutto in autunno e primavera, per sintonizzarsi con i ritmi di una natura che lo riportano indietro nel tempo. “Sono nato in una città piccola, ma piena di verde: cascate e fiumi, gole e sentieri.” - spiega - “La natura mi appartiene da sempre e penso che, in qualche modo, esca fuori dalla mia musica”. Nei titoli degli album il riferimento è ricorrente, a partire proprio dal primo, che in italiano vuol dire creature elusive: è il lato sfuggente della natura, e tra le “cose viventi” di Living things (2002), registrato dal vivo al Teatro Paisiello di Lecce, ci sono sicuramente gli alberi. Ancora è più esplicito The Surge and the Flow (2005), che sta ad indicare il flusso della corrente elettrica, come pure il movimento delle onde: “L’idea mi venne in Sicilia, mentre contemplavo il mare aperto con quelle sue onde che continuavano ad arrivare. Un’immagine che si collega all’andamento generale della  vita, dell’universo”. Anche con l’ultimo album Rosen dichiara il suo anelito ad una pace interiore: una ricerca che non può che partire dalla natura.

L’ultimo progetto - Cilèa mon amour  - è un’avventura che condividi con l’editore di “Andy Magazine”...

A coinvolgermi in questo progetto, prodotto da Gianni Barone, è stato un amico. Nicola Sergio è un giovane talentuoso - pianista, arrangiatore, compositore - che si è trasferito circa un anno fa a Parigi, alla ricerca dell’arte. Cilèa mon amour è la rilettura in chiave jazz di alcuni brani di Francesco Cilèa (1866-1950), grandissimo compositore di musica lirica, nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria. Pur avendo sentito parlare di Cilèa, non conoscevo il suo lavoro. Da buon americano i miei modelli di musica lirica erano i grandi nomi come Puccini. E’ stato un incontro felice, quello con Cilèa. Mi sono ritrovato ad ascoltare i suoi brani originali, ma anche i pezzi arrangiati da Nicola per un quartetto jazz, con un paio di strumenti aggiunti dove, però, la voce principale è quella del sax soprano. Motivo per cui sono stato coinvolto nel progetto, la cui prima fase ha visto la realizzazione di un album, insieme ad un gruppo di musicisti stupendi - Joe Quitzke, Stéphane Kerecki, Yuriko Kimura oltre che, naturalmente Nicola Sergio - che è stato registrato a Parigi nel maggio scorso. Successivamente, l’idea ambiziosa è quella di produrre uno spettacolo multimediale con balletti e interventi di arte visiva da portare in giro per l’Italia e all’estero.

Quando hai capito che il sassofono sarebbe stato il tuo strumento?

Mia madre avrebbe voluto un concertista di violoncello, per cui all’età di sei anni mi mandò a lezione di violoncello. Ma durò poco, perché non ero a mio agio con quello strumento. Sarà stato per via delle corde, ma lo sentivo troppo astratto. Verso i sette anni, poi, ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte, che ho continuato per dieci anni. Nel frattempo, avendo un certo talento, ma essendo anche un po’ introverso, mia madre pensò che sarebbe stato meglio farmi studiare uno strumento da suonare in gruppo. Inizialmente volevo imparare l’oboe, come il mio migliore amico, ma le ance dell’oboe erano complicate, ed è il suonatore che le deve costruire appositamente. Così, alla fine, ascoltando a scuola i vari strumenti, scelsi il sassofono che mi piacque da subito.

Hai proseguito gli studi alla Berklee School of Music…

Ci ho messo un pò di tempo prima di decidere di suonare il sax professionalmente. Ithaca, benché sia un posto culturalmente elevato, con la presenza di due importanti università, non offre grandi possibilità. La mia famiglia, poi, voleva che facessi l’università per diventare medico o avvocato. Così ho passato un anno studiando Storia alla Cornell University, poi ho vagato per altri due suonando in vari gruppi locali, finché a ventuno anni ho deciso di frequentare la Berklee. Lì, finalmente, ho capito che la musica mi appassionava a tal punto da farne una carriera.

Avevi dei referenti artistici?

A differenza di alcuni jazzisti che ascoltano solo jazz, il mio percorso è stato un pò diverso. Ero appassionato di rock progressive, ma ho sempre ascoltato ogni genere musicale, tranne il rap e l’hip hop. In casa mia madre sentiva solo musica classica, per cui a sedici anni ascoltavo anche Prokofiev. Ma non avevo molti dischi di jazz, benché lo suonassi nella band della scuola e avessi vinto anche un premio come solista. Mi innamorai del sax ascoltando il sassofonista più influente dell’epoca, Michael Breker. Non lo ascolto più spessissimo, essendo passato ad altro, ma allora rimasi stupito dal suo virtuosismo senza precedenti.


Hai iniziato con il sax contralto, per passare al sax tenore e al soprano. In che modo ti relazioni a questi strumenti?

Da almeno dieci anni il mio grande amore è il sax soprano, strumento che mi lascia più spazio per  creare qualcosa di personale e nuovo. Il sax tenore, invece, legato alla tradizione del jazz, è più sfruttato. C’è una carrellata di solisti importanti che lo suonano: Sonny Rollins, John Coltrane, Dexter Gordon, Stan Getz... In senso jazzistico trovo più facilità ad esprimermi in modo originale con il sax soprano, che è anche più maneggevole. Il sax tenore lo uso in pochi pezzi o in situazioni di musica pop e sezione di fiati.

Quanto è importante l’improvvisazione e l’empatia con gli altri musicisti della band?

Dipende da quello che sto facendo.
Nel jazz, o comunque nella musica strumentale, l’improvvisazione svolge un ruolo di fondamentale importanza. Per me lo è anche la composizione. Purtroppo, spesso nel jazz si fanno pezzi banali solo per dare veicolo a supervirtuosi per dimostrare quello che sanno fare con lo strumento. Quanto all’empatia con gli altri componenti della band è importantissima. E’ tutto collegato, sia la parte musicale che quella caratteriale. Sentirsi in armonia è fondamentale, ma è una ricerca che può durare tutta la vita. Quello che rovina tutto è l’ego, che in qualcuno è più grande e rischia di rovinare l’equilibrio con gli altri. In Unquiet Silences penso di aver trovato il mio quartetto “stabile” con Paolo Birro, che è un vero poeta, al piano; Ares Tavolazzi al basso e Fabrizio Sferra alla batteria. Più di qualsiasi volta in passato, penso che tutti abbiano suonato al servizio della musica.

Un americano che lascia la patria del jazz per trasferirsi in Italia, dove vivi dal 1987…

L’America è un bellissimo posto per formarsi musicalmente, ma dopo le opportunità per suonare sono poche. Chicago è molto indirizzata al blues, come Los Angeles al pop e ai lavori di studio, l’unica città che respira veramente il jazz moderno è New York, dove però la concorrenza è spietata. L’Europa, invece, ha il mito di essere il posto che accoglie i jazzisti. Negli Stati Uniti non esistono tutti i festival di jazz che ci sono qui. La mia scelta è stata radicale, anche se non avessi fatto il musicista. Il mio interesse più grande è sempre stato la storia, l’architettura... mi attrae da sempre un certo carattere sofisticato della cultura europea.

In vent’anni di carriera hai suonato con grandi nomi del pop e jazz - da Mina a Celentano, Finardi, Rava, Gatto, Hall, Stern, Erskine… - ce n’è stato uno che ti ha trasmesso umanamente qualcosa più degli altri?

Con gran parte dei cantanti con i quali ho inciso spesso si è trattato di assoli sui loro dischi. Non li conosco abbastanza per giudicarli caratterialmente. Ho avuto maggiore contatto con gli artisti con cui sono stato in tournée, come Edoardo Bennato, Celentano o Fiorello. A livello umano sono tutte belle persone, anche se quando si raggiunge una tale fama senza dubbio si diventa piuttosto indirizzati su se stessi, nonostante tutte le opere di beneficenza che fanno. Ultimamente ho lavorato con Claudio Baglioni che mi è sembrato un vero signore. L’artista pop che mi ha colpito di più sul palcoscenico è, invece, Giorgia. Canta in maniera diversa ogni sera, improvvisa, ha una gran bella voce ed è sempre ultra intonata. Nel mondo del jazz, invece, ci sono tanti personaggi, tra cui sicuramente Jim Hall e Mike Stern. Leggende che trasmettono una pace interiore e mai quell’arroganza che talvolta si può trovare in personaggi “famosi”, anche di minor importanza.

Progetti futuri?

Ho un paio di progetti che mi piacerebbe realizzare. Vorrei riprendere alcuni pezzi di musica classica, facendo riarrangiare anche un paio di miei brani originali per quartetto d’archi, pianoforte e sax soprano. Molto più impegnativa è, poi, l’idea di “collezionare” pezzi di musica sacra provenienti da varie religioni del mondo. Naturalmente la scelta del repertorio sarà preceduta da una ricerca meticolosa, supportata da esperti. Questi brani, così diversi tra loro, saranno uniti grazie ad un suono omogeneo, quello del sax soprano. La cosa più scontata, per me, sarebbe quella di fare un disco sulle musiche ebraiche, essendo questa la cultura da cui provengo. Ma trovo decisamente più interessante la contaminazione delle varie culture. In considerazione, poi, del momento storico che stiamo vivendo, in cui c’è un attrito profondo tra una religione e l’altra, forse questo lavoro musicale potrebbe rivelarsi come forza unificatrice. Di sicuro al centro del disco ci dovrà essere la musica e le emozioni che suscita. Vorrei far commuovere sentimentalmente chi lo ascolta, piuttosto che impressionare con la tecnica.

Hai un modello di riferimento, in particolare?

Se parliamo di musica classica, mi vengono in mente le Sinfonie di Gustav Mahler, il compositore che più ha cercato di inglobare nella sua musica il lato umano, l’universo, la guerra, la pace, dio... Nel jazz è più difficile definire quest’idea, perché è un genere musicale che riflette maggiormente la personalità dell’artista, il suo modo di suonare. Quando però ascolto il sassofonista Wayne Shorter, sento uscire fuori tutta la sua umanità, la spiritualità. Il suo è un suono favoloso che esce dall’interno. Shorter non è certo un musicista che abbonda con le note. Personalmente è l’intensità che emette il suono, ciò da cui trovo maggiore ispirazione.


Intervista: Manuela De Leonardis
Soggetto: Alan Michael Rosen
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.michaelrosenmusic.com

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Commenti  

 
+1 # Kenzo 2010-04-06 23:16
Ho visto un tuo concerto a Roma. GRANDE!
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0 # Nella 2010-12-11 10:21
Complimenti, bella intervista. Ti ho visto dal vivo a Palmi in occasione della prima nazionale del Cilea mon amour. TI AMO!
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