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ALBERTO MASETTI-ZANNINI

Alberto Masetti-Zannini, imprenditore sociale con master alla London School of Economics è presidente e fondatore di HUB Milano.

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E’ in continuo viaggio tra Londra, il resto del mondo e l’Italia per promuovere e gestire la rete HUB. Alberto Masetti-Zannini è presidente e fondatore di HUB Milano. Imprenditore sociale dedito all’innovazione e alla sostenibilità con laurea in Storia Contemporanea all’università di Bologna e un Master in Politiche Globali alla London School of Economics.
Alberto si è formato nelle fila della cooperazione internazionale e della risoluzione dei conflitti internazionali, lavorando per ONG internazionali, ed è proprio da questa esperienza e dal modello di sostenibilità adottato da queste organizzazioni che nasce il suo interesse per l’imprenditoria sociale.
Quando i suoi impegni internazionali lo permettono, ama rifugiarsi nella sua casa in Maremma con sua moglie Catherine, scrittrice inglese, e suo figlio Nicolò a cui dedica tutto il suo “tempo libero”.

Cos'è The HUB?

È una rete globale di innovatori e imprenditori sociali che vogliono contribuire – con il loro lavoro, il loro talento, le loro intuizioni che diventano progetti e imprese – a risolvere le mille sfide sociali e ambientali che ci circondano. Viviamo in un mondo pieno di problemi realmente seri, dal cambiamento climatico alla povertà globale, dall’instabilità dei mercati finanziari all’imminente collasso energetico e alimentare. Eppure viviamo anche in un mondo pieno di persone che si inventano ogni giorno qualcosa di nuovo che lotta contro questo tsunami di problematiche: il micro-credito, il bike-sharing, i GAS, il commercio equo-solidale, le micro-turbine eoliche, la banca del tempo, e chi più ne ha più ne metta. Questi sono gli Hubbers, i membri della nostra rete. Persone che non si fermano davanti ai problemi e si strappano i capelli, ma che si rimboccano le maniche e cominciano a sperimentare nuove vie d’uscita in questa corsa contro il tempo. Persone che vogliono costruire un mondo in cui i sistemi socio-economici che ci circondano non siano più basati sullo spreco, sulla disuguaglianza, sull’inquinamento, sul perseguimento del profitto a tutti i costi, sul consumo illimitato di risorse, sulla corruzione, sul degrado ambientale, sociale e morale, ma sulla sostenibilità, sull’eticità, e soprattutto sull’innovazione al servizio dei bisogni del Pianeta e di tutte le persone che lo abitano.

Insomma, una vera e propria rete saldamente poggiata sui principi della collaborazione e dell’innovazione dove lo spazio fisico assume un ruolo fondamentale.

Si. Una rete nata per venire incontro ai bisogni di questi innovatori e imprenditori sociali, che entrano in relazione tra loro grazie al nostro lavoro di networking e supporto, sfruttando le opportunità che emergono all’interno dei nostri spazi fisici (ma non solo).
L’HUB in quanto spazio fisico è uno spazio di lavoro condiviso, un co-working, ma anche uno spazio per eventi, per riunioni, per workshops formativi o semplicemente per socializzare. E’ l’epicentro di tutte quelle conversazioni, di quegli incontri, di quelle relazioni che nascono e si sviluppano all’interno della nostra rete e che danno vita a centinaia di opportunità per chi ne fa parte. Le reti sono i principi organizzativi della nostra epoca. Per questo HUB è una rete. Perché permette alle persone di relazionarsi e di collaborare – non solo localmente, ma anche globalmente – in maniere che finora erano considerate inverosimili. I nodi di questa rete sono degli spazi fisici, perché in un mondo sempre più virtuale noi crediamo che ci siano ancora dei bisogni molto concreti: dal vedere qualcuno in faccia quando si è deciso di collaborare con lui, all’organizzare un evento di grande ispirazione che possa convincere sempre più persone a cambiare stili di vita; dal lavorare in uno spazio condiviso quando si è stufi di lavorare da soli in un salotto di casa, al trovare una persona amica che – in quelle giornate particolarmente brutte – sappia metterti la mano sulla spalla e dirti “domani sarà meglio”.

Quando sei entrato in contatto con questo network internazionale?

Per la prima volta nel 2007, attraverso un amico che ne faceva parte. Io avevo appena terminato un Master in Politiche Globali alla London School of Economics, vivevo a Londra ormai da più di 10 anni, e avevo in mente un’idea di start-up sociale nell’ambito della cooperazione internazionale, ambito in cui avevo lavorato fino ad allora. Gliene parlai, e mi ricordo come se fosse ieri quando mi disse: “Ma tu devi venire all’HUB!”. Io gli chiesi che cosa fosse, e lui mi disse che era questo spazio bellissimo dove persone come me e come lui andavano a lavorare, a incontrarsi, a trovare opportunità di collaborazione. Ci andai qualche giorno dopo, e ci rimasi ovviamente folgorato. L’HUB si trovava al quarto piano di un vecchio edificio industriale nel cuore di Islington, in cima ad una scala ripida e buia. Arrivandoci pensavo di aver sbagliato indirizzo, ma quando arrivai alla fine delle scale e aprii la porta, vidi questo spazio caldo e accogliente come un salotto di casa, pieno di ragazzi e ragazze della mia età che lavoravano al computer, seduti intorno a tavoli di cartone condivisi, o che chiaccheravano in una cucina coperta di ritagli di giornale e storie dei vari membri dell’HUB. La Host (Maria Glauser, che adesso è tornata nel suo paese nativo, il Paraguay, portando la filosofia HUB lì) mi accolse con un sorriso, mi chiese di cosa mi occupassi, mi offrì un caffè (rigorosamente Fair-Trade) e mi fece i complimenti per la mia idea di start-up, suggerendomi un paio di contatti di persone che sarebbero state interessate a parlare con me. In meno di 30 minuti avevo vissuto sulla mia pelle che cosa significasse essere parte dell’HUB. Ed era come se stessi cercando quel posto da quando ero nato. Divenni membro quel giorno stesso.

Cosa ti ha convinto a lasciare il tuo impegno nelle ONG e occuparti di ciò che fai oggi?

È difficile rispondere a questa domanda senza sembrare accusatorio nei confronti di un mondo che probabilmente non merita tutte le critiche che riceve. Però è innegabile che avevo perso fiducia in un modello – quello della cooperazione internazionale – che se anche mosso da intento nobile si è trasformato nel tempo in qualcosa di diverso. Al di là delle inevitabili problematiche che affliggono il mondo delle ONG, il mio problema più grave è legato all’origine dei loro finanziamenti. Non capisco come si possa costruire un intero modello di sviluppo sostenibile che dipenda – nel migliore dei casi - dalla buona volontà individuale di donare 50 euro all’anno a favore di una causa; e nel peggiore dei casi da contratti pubblici che sono dettati da logiche politiche più che dai reali bisogni delle persone. Cambia un governo, cambia una priorità politica, e interi dipartimenti di organizzazioni non-governative vengono smantellati perché non ci sono più soldi per pagarli. Quando, dopo alcuni anni nella cooperazione, cominciarono a venirmi questi dubbi, cominciai a esplorare il mondo dell’imprenditoria sociale – quella promossa da Yunus , l’inventore del micro-credito, per intenderci – e a scoprire modelli di sviluppo e d’impatto sociale che non dipendevano necessariamente da finanziamenti esterni, ma che avevano costruito dei meccanismi molto sofisticati legati al mercato. I soldi venivano generati attraverso la vendita di servizi e prodotti sul mercato, ma l’obiettivo ultimo non era tanto il profitto quanto il desiderio di risolvere delle sfide sociali o ambientali. Si trattava di imprenditori a tutti gli effetti, che però non lavoravano per arricchirsi, ma per “salvare il mondo”. All’inizio la cosa mi lasciò perplesso: sarà possibile? Come si può fare un’impresa ma al tempo stesso aiutare le persone a vivere meglio? Si può muovere un mercato senza perseguire esclusivamente profitto? E da questa curiosità iniziale nacque un lungo periodo di ricerca (che culminò appunto nel Master alla LSE) che mi “convertì” al mondo dell’imprenditoria sociale. Da lì il salto al mondo dell’innovazione sociale fu breve, perché molto spesso questi imprenditori sociali che studiavo e osservavo erano anche innovatori, cioè stavano risolvendo dei problemi di natura sociale o ambientale in maniera radicalmente nuova. E in confronto al mondo delle ONG - spesso lente, burocratiche, e poco propense a sperimentare e innovare - questi imprenditori sociali sembrava venissero da un altro pianeta.

Perché hai deciso di fondare la sede di Milano ?

È una storia lunga, come tutte d’altronde. Ma si può riassumere nel semplice fatto che – come molti italiani che da anni vivono all’estero – ho sentito il bisogno di fare qualcosa di concreto per il mio Paese, di aiutarlo ad uscire da una situazione drammatica. Credo che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, la mia generazione (i ventenni e trentenni nati tra gli anni ’70 e ’80) non crede più nelle soluzioni politiche e visionarie. Se la storia ci ha insegnato qualcosa è che quelli che hanno le soluzioni già pronte o mentono o sono dei fanatici. La nostra generazione, forse più cinica, è anche molto pragmatica. È solo attraverso il ‘fare’ che possiamo cominciare a cambiare il nostro paese. E HUB Milano è il mio contributo, seppur piccolo, a questo movimento di imprenditori e innovatori sociali che credono in un’Italia diversa, migliore, e che vogliono aiutare a costruirla giorno dopo giorno. Non posso però dire di aver avuto una visione così chiara all’inizio. Come spesso accade nella vita, le cose sono partite in sordina, con un’intuizione, una conversazione con altri amici italiani a Londra all’insegna del “perché non apriamo un HUB in Italia” intorno ad una bottiglia di vino. Certamente non avevo idea del successo che avrebbe avuto, o del fatto che mi avrebbero seguito in successione altre 6 città italiane!

Quante startup ha tenuto a battesimo la sede milanese?

Tante, in tante maniere diverse. Quasi 600 persone negli ultimi due anni sono arrivate da noi e ci hanno chiesto una mano a realizzare qualcosa, da un piccolo evento a un’impresa a tutti gli effetti. Ad alcuni abbiamo fornito un contatto all’estero; ad altri abbiamo presentato un collaboratore chiave; ad altri ancora abbiamo dato degli strumenti fondamentali per aiutarli a partire. Ovviamente solo una piccola parte di queste 600 persone erano imprenditori in start-up. E questo segmento di Hubbers è talmente diversificato al suo interno – in termini di bisogni e in termini di sostegno che hanno ricevuto dall’HUB – che è veramente difficile generalizzare. L’immagine del battesimo (io userei quella dell’ostetrica!) è molto calzante. Fare una start-up non è un processo lineare come molta della letteratura ci vuole far credere. È come partorire: ogni nascita è diversa e incasinata, piena di patemi d’animo, cose impreviste, false partenze, momenti di panico. L’ostetrica ha un ruolo fondamentale, ma alla fine il vero lavoro lo fa chi questo neonato lo mette alla luce. E come sappiamo, le mamme (come i veri imprenditori) i loro neonati sono in grado di farli nascere da sole in un taxi, se la situazione si presenta. E quando finalmente il neonato vede la luce, si ha solo un attimo di gioia immensa prima di ripiombare nel tour de force delle notti insonni, delle poppate e di tutte quelle ansie genitoriali che chi ci è passato conosce bene.
Fare una start-up è la stessa cosa, con l’aggiunta che se facile dire esattamente quando è nato un neonato, altrettanto non si può fare con una start-up. Quando nasce una start-up? Quando viene la prima intuizione nella testa di un fondatore? Quando viene registrata al registro delle imprese? Quando ha una sede? Quando vende il suo primo prodotto? Qualunque punto di partenza si prenda, e di qualunque bisogno si tratti, l’HUB accompagna questi imprenditori sociali lungo la strada ardua e tortuosa che è il mettere in piedi qualcosa che prima non esisteva, a volte dando semplicemente una pacca sulla spalla a chi, in un determinato giorno, sente che proprio non ce la si fa. Io lo so bene. Ci sono passato.

The HUB è presente globalmente ed anche in Italia si sta diffondendo a macchia di leopardo, come si promuove e si dà vita ad una nuova sede?

In questo momento la procedura di accesso alla rete di HUBs è in fase di revisione e lo sarà fino a ottobre perché ci sono arrivate oltre 1000 richieste da parte di città che vogliono aderire al network e abbiamo preferito fermare la crescita per decidere insieme ai nostri HUBs gemelli cosa vogliamo diventare “da grandi”. So stay tuned!

Oltre ad avere fondato e a gestire la sede italiana che ruolo svolgi all’interno della rete?

Sono un po’ un veterano della rete HUB, e per questo ho finito col collezionare vari “cappelli”, ricoprendo diversi ruoli al suo interno. In passato, ad esempio, ero responsabile di ridisegnare tutta la governance della rete, e sulla base dei modelli da me proposti si è costruito l’attuale assetto internazionale. Oggigiorno sono un HUB Associate, uno di 12 in tutto il mondo. Siamo un po’ come gli ambasciatori della rete, persone che la conoscono molto bene e che possono girare il mondo per rappresentarla. Proprio l’altro giorno mi ha scritto Simon (il coordinatore del network, che è basato a HUB Bruxelles) chiedendomi di andare in Vietnam tra due settimane ad una conferenza delle Nazioni Unite per spiegare come promuoviamo un’imprenditoria e uno sviluppo sostenibile attraverso l’innovazione sociale. Poi sono uno dei due coordinatori del Cluster Unione Europea. Ci sono 3 o 4 Cluster nella nostra rete. Sono degli aggregati spontanei di persone (che possono essere fondatori, hosts o membri, chiunque sia affiliato in qualche maniera alla rete) che sono interessate ad un tema specifico, e vogliono collaborare in maniera strutturata per lavorare meglio e avere un impatto maggiore. Nel caso specifico, il Cluster Unione Europea si occupa di promuovere e rendere più visibile il nostro modello di lavoro, e di aiutare i singoli HUBs europei ad accedere a fondi comunitari a sostegno del loro lavoro. Infine, sono il “padrino” di 4 HUBs italiani che stanno partendo – Roma, Siracusa, Bari e Trieste – e faccio il possibile per aiutarli a non commettere gli stessi errori che abbiamo commesso noi primi fondatori di HUBs quando si fa partire una struttura di questo genere.

Quanto è importante l’imprenditoria e l’innovazione sociale per la tutela del nostro Pianeta?

A mio parere, è cruciale. Nella situazione in cui ci troviamo, così prossimo ad un collasso sistemico su molteplici livelli, dobbiamo fare affidamento su due grandi qualità umane: lo spirito d’innovazione – la curiosità innata a tutti noi unita alla determinazione di voler rendere il mondo che ci circonda migliore – e l’imprenditorialità – la dote di coloro che non si siedono ad aspettare che qualcun altro faccia il lavoro per loro, ma che sono felici di rimboccarsi le maniche e costruire, giorno dopo giorno, le loro visioni e i loro sogni. Come molti, io non credo più nei politici, che ci vogliono far credere di saper governare le nostre economia e le nostre società e di saper prendere le decisioni migliori in nostra vece. Abbiamo visto tutti quanto affidabili sono: ci sono interi paesi in ginocchio grazie a questa gente. Né tanto meno credo nelle visioni finto-nostalgiche e anti-tecnologiche di chi sogna un ritorno a un’epoca che non è mai esistita. Il mondo, per fortuna, cambia, e voler tornare indietro nel tempo e invertire il processo di modernizzazione e industrializzazione è utopico e francamente assurdo. I miliardi di asiatici, latinoamericani e africani che finora hanno vissuto in baracche di fango hanno tutto il diritto – come l’abbiamo avuto noi – di vivere vite dignitose, e di godersi i piaceri della vita, di andare in vacanza, di mangiare bene tutti i giorni. Se non ci sono sufficienti risorse sul Pianeta, allora dobbiamo aguzzare l’ingegno. Dobbiamo scoprire nuove maniere per riciclare i materiali che normalmente buttiamo. Dobbiamo scoprire nuovi fonti d’energia rinnovabile e pulita. Dobbiamo inventarci nuovi sistemi di distribuzione e migliorare la nostra capacità di muoverci. E se non c’è cibo per tutti, dobbiamo imparare ad amare nuovi alimenti di cui il mondo è pieno, come gli insetti! In altre parole, dobbiamo fare innovazione sociale a 360 gradi, prendere in mano il futuro del nostro pianeta e farlo da imprenditori, cioè non aspettando che qualcun altro lo faccia per noi.

Che ruolo ha la tecnologia per la sostenibilità?

Ci sono interi volumi scritti su questo tema, e qualunque risposta possa dare sarà sicuramente riduttiva. Io evidenzierei due aspetti importanti relativi alle tecnologie in rete. Il primo è la riduzione dei costi legati alla distribuzione dell’informazione e della conoscenza. Pensiamo ad esempio a quanto costava pubblicare e accedere alla Treccani e quanto costa pubblicare e accedere a Wikipedia (e ormai sappiamo tutti che il margine di differenza qualitativa tra le due è pressoché uguale a zero). Quando mai nella storia dell’umanità hanno così tante persone avuto accesso a così tante informazioni? L’impatto di questo nei confronti della sostenibilità è senza precedenti, perché è solo attraverso conoscenza ed educazione che i comportamenti delle persone possono cambiare. Se 50 anni fa una petroliera s’incagliava lungo le coste africane e rovesciava tonnellate di petrolio in mare, quanti di noi l’avrebbero saputo? O quanti di noi avrebbero saputo che lo sciogliersi dei ghiacci artici era nostra responsabilità e avrebbe avuto un impatto così grave sul nostro futuro? Oggi, grazie alla rete, lo sa tutto il mondo in pochi secondi. Knowing is half the battle, dicono gli inglesi, a ragione.
Il secondo aspetto importante è l’effetto che le tecnologie in rete stanno avendo sulla progressiva smaterializzazione dell’economia. Pensiamo a quanta carta usavamo prima di internet, e a come ormai non stampiamo quasi più nulla. Pensiamo al fatto che prima buttavamo il vecchio divano che non ci serviva più, mentre adesso possiamo venderlo o regalarlo online e ridurre così la quantità di oggetti che riempiono ogni giorno le discariche. O pensiamo al fiorire di applicazioni per smart-phone che ci incentivano a fare car-sharing, o che ci indicano il negozio di prodotti biologici più vicino. In sostanza, le attuali tecnologie in rete ci informano meglio e più in fretta dell’importanza di abbracciare stili di vita sostenibili, ci aiutano a scoprire come farlo in maniera più semplice, e ci danno degli strumenti immediati per abbracciare comportamenti virtuosi.

Sei un ciclista urbano attento, qual è l’ultima critical mass a cui hai partecipato?

Quella di Milano un paio di estati fa. È sicuramente ora di rifarla!

Leggi ancora libri cartacei o ti sei convertito all’ebook?

Dopo tutto quello che ho detto sulla sostenibilità e l’importanza di cambiare stili di vita, mi vergogno un po’ a dire che prediligo ancora di gran lunga i libri cartacei. Forse sono diventato dipendente dall’odore della carta e della colla, che cambia da casa editrice a casa editrice. E impazzisco per gli scaffali coperti di libri, per le vecchie biblioteche, e per tutto quel mondo che gravita intorno ai libri stampati (non è un caso che ho fatto un figlio con una scrittrice).

Cosa c’è nel tuo lettore MP3?

Un sacco di musica rock o indipendente un po’ datata - Radiohead, Franz Ferdinand, Arcade Fire, the Decemberists, Rufus Wainwright, Bjork, Regina Spektor, PJ Harvey, the Killers, Devendra Banhart, Beirut - e una caterva di musica elettronica - Kraak and Smaak, Calvin Harris, DJ Tiesto, Feliz Da Housecat, e tanti altri – per quando vado a correre.

Parlaci della tua famosa torta al cioccolato e peperoncino…

Ah! Beh cucinare per me è uno dei grandi piaceri della vita. Io non sono una persona religiosa, ma c’è qualcosa di estremamente liturgico nel cucinare. Il piacere della condivisione, ma anche del rito, dell’azione ripetuta eppure sempre diversa. Quando cucino penso sempre a quei monaci buddisti che passano mesi disegnando mosaici di sabbia sul pavimento, e che li distruggono appena completati. Un pasto non è la stessa cosa? Non mettiamo la stessa cura nella presentazione di una torta o di un arrosto, solo per vederli distrutti in pochi minuti?
Detto ciò, ho una serie di “cavalli di battaglia” che i miei amici amano molto, e che ripeto quando posso. Uno di questi è una torta di cioccolato e peperoncino che, come molte delle cose più belle nella vita, è anche semplicissima da realizzare. È una torta senza farina, fatta con cioccolato fondente purissimo, a cui aggiungo uova, zucchero, burro, vanillina e 3 peperoncini sminuzzati finemente. Il peperoncino all’inizio non si sente, il primo impatto è con la dolcezza amara del cioccolato, che non è pienamente cotto e quindi si scioglie in bocca come mousse ancora calda. Ma dopo poco, dal retro della bocca si sente questo retrogusto piccante che lentamente conquista gli altri, senza mai diventare dominante. Solo a scriverne mi viene voglia di farla…!

Qual è la tua più grande aspirazione?

Restare fedele ai miei ideali per tutta la mia vita, e trasmetterli a mio figlio Nicolò, che adesso ha 16 mesi.

Prima di dormire…

… gioco per qualche minuto a qualche videogioco sul mio i-phone. In passato sono stato un fan di Angry Birds, di Bejewelled Blitz e di Draw Something. Adesso sono ossessionato da Mega Run. Lo so che dovrei forse passare quegli ultimi preziosi minuti della giornata leggendo gli ultimi articoli dell’Economist o di Wired, ma a volte il bambino che è ancora in me prende il sopravvento!

 

Si ringrazia THE HUB MILAN location usata per il servizio fotografico di questa intervista.

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Alberto Masetti-Zannini
Luogo: Milano
Foto: Amedeo Novelli
Web: www.milan.the-hub.net

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Commenti  

 
0 # Lorna 2018-06-06 02:06
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