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FILIPPO PERFIDO

Filippo Perfido fondatore e label manager di Gamma Pop, ha co-ideato “Orto e mezzo”, progetto dedicato agli orti e alla sostenibilità.

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Filippo Perfido, una figura quasi mitica della discografia indipendente italiana, che ha saputo segnare un’epoca con la sua Gamma Pop. In realtà, però, noi di Andy siamo stati attratti dal suo ultimo progetto: “Orto e mezzo”, dedicato agli orti, alla sostenibilità, che noi amiamo e professiamo e che è, come lui stesso ci dice “un progetto multi-piattaforma …”. Pensavamo finisse tutto lì, a parlare di orti e di quanto è bello vivere in armonia con la natura…in verità ci siamo trovati davanti ad un uomo complesso e ricco di contenuti che rappresenta perfettamente l’immagine del creativo che Andy ricerca e di cui l’Italia in questo momento ha bisogno…

Ciao Filippo, ti dispiace spiegarci come un discografico nonché produttore televisivo abbia dato vita ad un progetto che si chiama “Orto e mezzo”?

“Orto e mezzo” nasce come format TV nel 2010, quindi un gancio c’è. L’idea di un programma sugli orti è venuta al mio amico e collaboratore Michele Comi, un giorno a pranzo. Io l’ho sviluppata e poi ci abbiamo lavorato insieme per un po’ di tempo. La famiglia di Michele ha una piccola azienda agricola e lui è cresciuto fra la campagna e la città, quindi diciamo che quello è il suo mondo. Io fino al 2006, in tutta onestà, me ne sono abbastanza fregato della campagna, degli orti e, più in generale, del verde. Poi mia moglie, che è scozzese e ha un rapporto molto forte con la natura, durante la prima gravidanza ha affittato un orto a Milano, in Via Chiodi, e abbiamo iniziato a curarlo insieme. Fino a quel momento per me l’orto era sinonimo di umarell, di vecchietto che occupa un pezzo di terra abbandonato e lo trasforma nel proprio regno, con la vasca da bagno e tutto il resto. Invece in quei primi mesi di lavoro nell’orto ho scoperto che c'è molto di più, che in realtà è un mondo molto più complesso e profondo. Ci sono i classici vecchietti, è vero, ma ci sono anche coppie giovani (come eravamo noi, in fondo), insospettabili professionisti, modaioli, militanti e tanti, tantissimi stranieri.
E’ un universo fatto di tante storie diverse fra loro che dimostrano una volontà di cambiamento dal basso, attraverso elementi e comportamenti semplici, di base, come la terra, la fatica, il lavoro, il cibo, la tradizione, l’evoluzione e la condivisione di tutto questo. Ecco, noi quell’universo vorremmo raccontarlo attraverso delle storie, e attraverso queste raccontare una piccola parte del nostro Paese, e quindi del mondo che cambia.
Tornando a “Orto e mezzo”, fra il 2010 e il 2011 l’abbiamo presentato, insieme ad altri format, a diverse reti e società di produzione. Non un grande successo, anzi, la reazione era quasi sempre la stessa: “Di queste cose non importa niente a nessuno, ormai si va in un’altra direzione”, ci ha detto un produttore, una volta, prendendo in mano il suo nuovissimo iPhone. Qualcuno ci ha detto “carino” e regalato un sorriso di circostanza, ma niente di più.
Abbiamo aperto e chiuso tante volte il file “Orto e mezzo”, ma non abbiamo mai rinunciato perché è una cosa in cui crediamo, a cui teniamo molto, che fa parte della nostra vita e non solo del nostro lavoro. Poi intorno a metà dell’anno scorso le cose sono cambiate, qualcuno ci ha contattato per “fare una chiacchierata su quel progetto così interessante sugli orti”, e qualche chiacchierata ce la siamo anche fatta, rimanendo spesso delusi per il livello di conoscenza e di interesse di alcuni fra i nostri interlocutori. Abbiamo perso un po’ di tempo, come spesso accade, ma anche questa volta abbiamo deciso di non rinunciare, anzi, abbiamo preso in mano il progetto - stile DIY - e lo abbiamo ripensato completamente.

E qual è stato il risultato: cos’è “Orto è mezzo”?

“Orto e mezzo” è un progetto multi-piattaforma che si sviluppa attraverso un sito Internet, un format TV, un documentario, degli eventi sul territorio e un libro.
Alla fine dell’anno scorso abbiamo lanciato la versione demo del sito, che ci è servita per fare dei test e soprattutto per creare una sorta di network e iniziare a raccogliere e girare alcune delle storie che racconteremo quest’anno.
Attualmente siamo in fase di pianificazione delle altre attività per il 2013, a partire dal format TV, e stiamo finalizzando diverse collaborazioni con realtà diverse e complementari alla nostra: istituzioni, privati, etc. A breve dovremmo avere delle novità interessanti.

Hai un background molto complesso…ci parli del tuo ruolo in Agenfor?

Agenfor è una ONG che si occupa di diverse cose. Io sono molto semplicemente - e banalmente - uno dei loro fornitori, e seguo la realizzazione dei documentari e dei video legati ad alcuni dei loro progetti.

Passiamo adesso a quello che probabilmente è il tuo hobby preferito: Gamma Pop. Sembrava tutto finito, la storia di questa avventura la si può leggere su www.gammapop.it. Oggi credi che abbia ancora senso produrre musica per hobby?

Ha sempre senso produrre musica, in un modo o nell’altro. Anche perché in Italia, salvo rari casi, è quasi sempre un hobby. Gran parte delle persone dietro alle band e alle etichette più interessanti, infatti, fanno altro per campare eppure vanno avanti per la loro strada. Anche i professionisti, o presunti tali, vale a dire quelli che di lavoro fanno “i musicisti” oppure “i produttori”, spesso sono costretti a barcamenarsi.
Io parlo di quella che una volta si poteva definire scena indipendente, prima che indie fosse una brutta parola. Parlo di una scena che flirta con un mainstream che non esiste più, forse, e cerca di ritagliarsi un po’ di spazio nell’epoca delle briciole. Parlo di quello che conosco, non certo di quelli che vendono tanti dischi, riempiono i concerti e fanno un sacco di soldi.
Certo, per fortuna esistono anche degli esempi virtuosi, al di là di un presunto valore artistico, qualunque cosa voglia dire, o dei gusti personali, che lasciano il tempo che trovano.
Penso per esempio a gruppi come CUT e Julie’s Haircut, che sono riusciti a costruirsi una nicchia e continuano a fare musica dopo più di 15 anni di attività. Oppure al giro dell’amico Fabio Nirta, che organizza concerti, eventi e serate in un posto non facilissimo come la Calabria. O ancora al successo, anche commerciale, di realtà come I Cani e Lo Stato Sociale. Allo status che hanno raggiunto nel tempo band come Calibro 35, Giardini di Mirò e Perturbazione, oppure label come 42 Records, Ghost Records e Fallace Records, per citare le prime che mi vengono in mente. Penso a quello che sta succedendo nel mondo dell’hip-hop.
Ha ancora senso produrre musica per hobby se c'è la passione, che è alla base di tutto. Io dieci anni fa l’ho persa completamente perché ho pensato, forse, in un momento di poca lucidità, di poter fare il discografico e vivere di quello. Negli ultimi tempi l’ho riacquistata, grazie soprattutto alle band e agli amici con cui ho collaborato all’epoca, ed è per questo che ho deciso di rimettere in piedi Gamma Pop. Per passione, per hobby, senza aspettative se non quella di fare le cose in piccolo, ma bene.

Le etichette discografiche indipendenti hanno ancora un ruolo, visto che ormai gli artisti possono gestire tutto in prima persona, con un manager sveglio e un ufficio stampa volenteroso?

Le major ormai campano grazie alle edizioni e costringono gli artisti a firmare contratti a 360° che comprendono le vendite dei dischi (sempre più scarse), le edizioni musicali (che ti permettono di svoltare solo con una heavy rotation sui grossi network o grazie alla sincronizzazione giusta) e addirittura una percentuale su merchandising e concerti (che una volta erano intoccabili per band e artisti). Le indipendenti non possono ragionare così e proporre contratti del genere, per cui, come sempre, da sempre, sono costrette a ingegnarsi e a trovare/crescere non solo gli artisti più interessanti, ma anche e soprattutto, di questi tempi, le strategie più smart per spingerli e imporli. Quelle che ce la fanno dimostrano di avere l’attitudine, il coraggio, il talento e la visione giusta, non solo la passione, che è e rimane fondamentale.

Quali sono le strategie che intendi adottare per rilanciare Gamma Pop?

Diciamo che, come al solito, la strategia è non avere una strategia… Ma abbiamo preso un ufficio stampa che sta facendo un ottimo lavoro, ed è un primo passo verso una maggiore organizzazione. Dal punto di vista editoriale, diciamo così, abbiamo deciso di concentrarci sulle ristampe dei dischi “classici” del nostro catalogo, a partire da “Operation Manitoba”, l’album d’esordio dei CUT, uscito originariamente 15 anni fa e inserito nella classifica di Rumore dei 50 dischi italiani più importanti degli anni ’90.
Poi, quando capita, se capita, faremo uscire su vinile progetti speciali dei nostri gruppi “storici”, come è stato per “Julie’s Haircut Play Jodorowski & Rota” e per il “Live in the UK” dei CUT, e magari continueremo a collaborare con gli amici di Ghost Records.
Per il momento non penso che faremo uscire dischi nuovi di gruppi nuovi, almeno per noi. Non sono un “talent scout” e, in tutta onestà, non mi interessa esserlo. Se però ascolterò qualcosa che mi piace, qualcosa di veramente interessante, non è detto che da qui a fine anno non ci siano delle novità. Anzi.

Molti che ci leggono si chiederanno: qual è il ruolo di un produttore? E come fa una band a farsi notare da un’etichetta?

Io non sono un produttore vero, per cui la mia testimonianza vale e non vale. Diciamo che un produttore dovrebbe individuare e far crescere un artista, e soprattutto metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio e di far ascoltare la sua musica a quanta più gente possibile, intervenendo quindi sia dal punto di vista economica che da quello delle strategie.
Diverso, più completo e molto più interessante è il lavoro del produttore artistico, che mette le mani sullo stile e sul suono di una band, contribuendo alla sua crescita o, in qualche caso, affossandola. Quando ho iniziato c’erano i demo su cassetta e l’Internet quasi non esisteva. Se un gruppo ti piaceva e avevi la possibilità di farlo, quindi, era quasi naturale investirci tempo e soldi, per quanto possibile, perché uscivano meno cose e le modalità di produzione/promozione/fruizione erano abbastanza semplici e lineari.
Oggi è tutto diverso e le band potrebbero fare tutto da sole, come ci siamo già detti. Onestamente fatico a immaginare cosa potrei fare come Gamma Pop per un artista nuovo, ma immagino, anzi, so che ci sono ancora delle label che sanno scegliere le band giuste, hanno la visione giusta e tutto il resto.

Sei autore, producer, regista e produttore esecutivo di programmi televisivi di successo. Come sei arrivato a occuparti di tutto questo?

Più o meno per caso. Alla fine degli anni ’90 facevo un lavoro completamente diverso, il commerciale estero nel settore arredamento. Gamma Pop è nata anche grazie a quel lavoro.
Durante il MEI del 1999, se non sbaglio, ho conosciuto il regista e autore Domenico Liggeri, che apprezzava particolarmente i CUT, o forse solo la cantante della band, Elena Skoko.
Domenico era appena stato chiamato a Match Music, a Verona, per dare un nuovo look e dei nuovi contenuti al canale. Mi propose subito di dargli una mano con gli ospiti stranieri del Brescia Music Art Festival del 2000, organizzato da Omar Pedrini dei Timoria, di cui era direttore artistico. Accettai portando a Brescia la regista Floria Sigismondi, i filmmaker americani Michael Galinsky e Suki Stetson Hawley (quelli di “Half-Cocked” e “Battle for Brooklyn”, fra gli altri), oltre al direttore del New York Underground Film Festival, Ed Halter.
Il festival andò bene, e così Domenico mi propose di raggiungerlo a Match Music per curare un programma sulla musica indipendente. Decisi così di lasciare il lavoro e di trasferirmi a Verona, dove da subito iniziai a seguire più di un programma, oltre alla redazione web e a quella del TG, e da lì a poco anche a prendere il posto di Domenico, che era in rotta con la direzione e con molti colleghi. Diciamo che non ci lasciammo benissimo, dopo quella esperienza, anche se poi con il tempo abbiamo sistemato le cose, anzi, ci siamo addirittura trovati a lavorare insieme su “Markette”, lui come autore di Magnolia e io come curatore (cioè funzionario di rete) per La 7.

Hai fondato Flipper Video, di cosa si tratta?

Alla fine del 2008 ho lasciato Mtv Italia e pochi mesi dopo ho aperto una società di produzione insieme ad altre tre persone. Era un periodo abbastanza complicato per me, oltre che per il mercato, e avrei fatto meglio a prendermi qualche mese di stop. Diciamo che è stata un’esperienza brutta, molto brutta, che ha lasciato più di qualche ferita.
Una volta chiuso quel capitolo avrei voluto cambiare completamente lavoro, ma non è semplice, alla mia età, così ho deciso di dare vita a una struttura piccola che mi desse la possibilità di lavorare come freelance ma che, a seconda dei progetti, si potesse trasformare in una “temporary production company” grazie a un network di professionisti con i quali collaboro da anni.
Il nome è stato scelto per l’assonanza con il mio nome, Filippo, ma è anche un piccolo tributo a una delle mie band preferite, i californiani Flipper. Nel logo, ovviamente, c’è un triangolo.

L’esperienza televisiva che più ti ha divertito?

Sicuramente “Avere ventanni”, il primo programma che ho seguito, con il ruolo di producer, per Mtv Italia. Oltre a essere uno dei progetti più belli a cui abbia mai lavorato, infatti, mi ha dato la possibilità di collaborare con alcune fra le persone che stimo di più in questo mondo, da Massimo Coppola ad Alberto Piccinini, da Giovanni Giommi a Latino Pellegrini a Giovanni Robertini fino a tutti gli altri.
Era come far parte di una band, sempre in tour o in studio di registrazione (in sala di montaggio, nel nostro caso). I confini fra vita e lavoro erano praticamente inesistenti, ma ci siamo divertiti un sacco. Ho tanti bei ricordi - e qualcuno brutto, per la verità - di quel periodo. La cosa che ancora oggi mi fa sorridere è quello che ci chiedevano gran parte delle persone che ci aprivano le loro case e ci raccontavano le loro storie in giro per l’Italia, soprattutto i genitori dei protagonisti delle varie puntate. Noi eravamo in giro - quasi sempre in hotel a 4 stelle - con i soldi di una multinazionale e avevamo tutti, o quasi tutti, uno stipendio superiore alla media dei nostri coetanei, ma queste persone, specialmente quelle più umili e più semplici, vedendoci così, magri, spettinati, con le occhiaie e la barba lunga, ci chiedevano sempre: “Ma riuscite a vivere con questo lavoro?”.

Ma è vero che sei ossessionato dalla simbologia massonica?

Sì, sono molto affascinato dalla simbologia e dalla storia delle logge massoniche, ma anche delle cosiddette sette, da quello che hanno rappresentato e da quello che rappresentano oggi. Questa passione, diciamo così, è nata e si è sviluppata anche grazie a un’ottima casa editrice americana: la Feral House di Adam Parfrey che seguo da vent’anni.
Se pensate che sia pazzo vi consiglio due libri che vi faranno cambiare idea: “Ritual America: Secret Brotherhoods and Their Influence on American Society, A Visual Guide” di Adam Parfrey & Craig Heimbichnere, e “Love Sex Fear Death: The Inside Story of the Process Church of the Final Judgment” di Timothy Wyllie.

Un album imperdibile, da ascoltare?

Difficile rispondere perché ascolto tanta musica, e soprattutto tante cose diverse, molto diverse fra loro. Certo che alcuni dischi di John Coltrane - se ne devo citare uno adesso, in questo preciso momento, ti dico “Interstellar Space” - ti portano veramente fuori da questo mondo.

L’ultimo concerto che hai visto?

Ieri pomeriggio (domenica 27 Gennaio), all’Area Sismica, un posto vicino a Forlì, dove abito: Chicago Underground, un duo jazz formato da Rob Mazurek (cornetta, elettroniche) e Chad Taylor (batteria, vibrafono). Bel concerto, con tanto di assaggio di vini naturali, bio e indipendenti selezionati dall’associazione In Vigna Veritas. Cosa vuoi di più?

 

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Filippo Perfido
Luogo: Forlì
Foto: Michele Comi
Web: www.ortoemezzo.tv

 

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