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ANTONINO SCIORTINO

Designer dall’animo eclettico che ha saputo reinterpretare in chiave del tutto inedita l’antica arte della lavorazione del ferro

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In un cortile di un’ex area industriale di Milano si trova il laboratorio di Antonino Sciortino, un’artigiano-artista dall’animo eclettico che ha saputo reinterpretare in chiave del tutto inedita un vecchio mestiere e renderlo arte, gioco, pura creatività. Una vita nutrita di quella passione e intraprendenza che, se sorrette da vero talento, fanno volare alto e che hanno permesso di essere ad Antonino prima un ballerino e coreografo e oggi un artista.
La storia di Antonino ha il fascino e il sapore di quei racconti coinvolgenti che non vorresti finissero mai, la storia di un ragazzo nato  in una numerosa famiglia del Sud che ha saputo inseguire i suoi sogni con tenacia e volontà e unire la versatilità e la creatività alla concretezza e saggezza che solo chi si è creato da sé possiede.

Come si racconta Antonino Sciortino?

La prima parola per raccontarmi è Sicilia. Sono nato a Bagheria e ho pertanto avuto la fortuna di crescere con la presenza costante di due elementi, la terra e il mare. Ancora oggi ricordo che spesso invece di andare a scuola io e i miei amici prendevamo una barchetta e trascorrevamo ore al mare. Come dimenticare quei colori e quei profumi…

Quando inizia ad emergere il tuo spirito artistico?

Potrei dire sin dalla tenera età. Veramente non so se si può già parlare di spirito artistico ma sicuramente di animo irrequieto sì. Avevo otto anni quando iniziai ad imparare il mestiere di fabbro nella bottega di mio fratello e al contempo sentivo nascere dentro di me un sempre più forte interesse per la danza e così, con gli abiti ancora intrisi dall’odore del ferro, me ne andavo di nascosto a Palermo a studiare danza in una scuola di ballo, insomma un Billy Elliot  ante litteram.

E da Palermo come è proseguita e sviluppata questa passione?

A diciotto anni, spinto dal mio maestro di ballo, me ne andai a Roma per perfezionarmi e provare ad entrare nel mondo dello spettacolo. La prima cosa che feci appena arrivato nella Capitale fu di cercare lavoro nella bottega di un fabbro per potermi mantenere visto che non avevo alcun mezzo economico. Messo alla prova misi in atto, nonostante la mia giovane età, tutte le conoscenze acquisite durante gli anni di apprendistato presso la bottega di mio fratello e fui immediatamente assunto. Ricordo ancora che lavoravo a cottimo fino alle due per poi recarmi a studiare danza da Renato Greco, finché un giorno un mio amico che studiava presso la scuola di Enzo Paolo Turchi, non mi invitò ad entrare in quella scuola. All’epoca Enzo Paolo stava preparando la coreografia di un balletto  per una convention e, vuoi per caso vuoi per destino, un ballerino si fece male ad una gamba ed io, per non farmi sfuggire quell’occasione più unica che rara, mi proposi come sostituto e fui preso. Da lì inizia la mia  carriera di ballerino in vari spettacoli televisivi come Drive in nell’ ’82, e successivamente come coreografo per artisti noti come Ricky Martin e Julio Iglesias.

Con una carriera così ben avviata perché hai poi abbandonato la danza?

Circa sette anni fa feci un provino che non andò bene e alla soglia dei quarant’anni, cosciente che la mia carriera di ballerino non avrebbe potuto proseguire ancora a lungo, raccolsi alcuni articoli che erano stati negli anni pubblicati sulle mie creazioni e mi recai a Milano a quella che era la Compagnia del giardino. Qui mi diedero un corner espositivo e così ha avuto inizio questa nuova avventura.

Che cosa significava per te il lavoro di fabbro e cosa invece la danza?

Per me la danza era solo una passione, non immaginavo ad essa come ad un lavoro. Nella mia mente non c’è mai stato il pensiero di abbandonare l’apprendistato e il lavoro in bottega per dedicarmi esclusivamente al ballo, al contrario ho sempre alimentato indistintamente queste due passioni-mestieri.

Come si possono coniugare due attività così distanti tra loro?

Nel mio caso specifico è stata assolutamente naturale questa convivenza. In realtà, anche se può sembrare paradossale, ho ricercato anche nell’arte di lavorare il ferro quella componente leggera ed eterea che è propria della danza e forse, ma questo non sta a me dirlo, è proprio questo insolito connubio a far percepire le mie creazione come arte.

Come si può parlare di leggerezza per un materiale forte e resistente quale il ferro?

Uno degli elementi che uso da sempre è il filo “cotto”, una tipologia particolare di ferro che è per natura più plasmabile e ciò che si ricava non sembra ferro ma, a seconda dei casi, legno, plastica… La mia ricerca mi spinge a tentare di rendere il ferro “caldo”, le mie opere non hanno la classica rigidità propria del ferro ma c’è una morbidezza nelle linee, creano delle ombre, animano lo spazio, è come se danzassero.

Qual è la matrice, lo spunto, da cui prendono vita le tue creazioni?

Direi occasionale, viene da stimoli esterni come amici, riviste, parenti.Tutto ciò che mi circonda è una potenziale fonte di creatività. Non progetto l’opera ma la realizzo di getto, mi fermo, la rivedo e la rielaboro finché non penso sia pronta. Per me creare opere con il ferro è come una sorta di terapia, con le mie opere ci parlo.

Puoi fare un esempio di genesi di alcuni tuoi lavori?

Tra le opere che si trovano qui in studio un esempio può essere la figura del pappagallo che ho scherzosamente chiamato Pierluigi senza motorino. Un giorno venne a trovarmi un mio caro amico in studio tutto triste perché gli avevano rubato il motorino, e così creai questo pappagallo triste il cui naso adunco ricorda proprio quello del mio amico Pierluigi. L’opera invece che raffigura il gufo nasce su richiesta di mia nipote, essendo questo l’animale preferito dal fidanzato.

Quando hai iniziato a raccontarti hai ricordato per prima cosa la Sicilia. Che ricordi ci sono della tua terra natale in queste creazioni?

Vedi quel tonno appeso alla parete? Nasce dalla scritta che lessi su un cartello appeso alla porta di una bottega in Sicilia “tonno subito”, mentre il ricordo di una procace donna sempre affacciata al balcone di una casa nel mio paese ha dato vita a questa figura che ho chiamato La ragazza della porta accanto e come non affiancarle poi la figura trasognata di Mimmo il figlio del portinaio? La Sicilia non è presente nelle mie opere solo a livello di soggetti ma anche come spirito, quando parlo delle mie creazioni parlo sempre di “barocco minimale”, una contraddizione solo apparente perché, come amo dire, se conosci la regola puoi fare l’eccezione.

Le opere che crei sono anche oggetti di arredo, di design. Cosa mi racconti della loro origine?

Spesso ricevo delle commissioni specifiche oppure le persone che vengono a visitare il mio studio si innamorano degli oggetti creati e li acquistano per arredare casa. Le mie opere sono versatili, duttili, si prestano a più funzioni e sistemazioni. Nel tempo mi sono accorto che le persone sono sì attratte dalla forma di un’opera ma poi tendono sempre a ricercare in essa anche una funzionalità che tento pertanto di dare sempre. Caso emblematico è questa creazione che ho chiamato Servo muto perché lo si può mettere dove si vuole e attribuirgli una funzione a seconda dei contesti.

Hai un animo fortemente sensibile, artistico ed estroverso ma anche fortemente pratico e concreto. Una qualità innata?

Se parliamo di inventiva unita a senso pratico sicuramente stiamo parlando di eredità materna. Mia madre è una donna eccezionale, che non si ferma davanti a nessun ostacolo e trova sempre la soluzione originale ad ogni problema. Ricordo ancora che ero piccolo e mentre era in cucina a preparare il pranzo si accorse che non aveva il mattarello, senza fare una piega si guardò intorno, prese una vecchia sedia e con una parte di questa ricavò un mattarello che non aveva nulla da invidiare a quelli acquistati.

Che valore ha oggi il sapere pratico all’interno di una società fortemente in crisi?

Quello che posso dire è che se avessi un figlio lo inviterei non solo a studiare ma anche ad imparare un lavoro manuale, perché è vero che oggi c’è crisi e difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro ma è anche vero che mancano giovani artigiani o comunque ragazzi disposti ad imparare un mestiere che non sia il classico lavoro impiegatizio. Credo che sia importante approcciarsi alla realtà che ci circonda riscoprendo la concretezza della stessa, non lasciare che vada perduto quel ricchissimo patrimonio di sapere e di conoscenze legate al lavoro artigiano in cui l’estro e la creatività italiana hanno dato il loro meglio, permettendo di far conoscere l’eccellenza e l’inventiva del nostro Paese in tutto il mondo.

 

©Andy Magazine 2010. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Paola Recagni
Soggetto: Antonino Sciortino
Luogo: Milano
Foto: Amedeo Novelli
Web:  www.antoninosciortino.com

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