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DOMENICO COGLIANDRO

Designer nomade e apolide fondatore e direttore editoriale della Biblioteca del Cenide, casa editrice meridiana con la passione dei saperi smarriti ed ignoti

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Biblioteca del Cenide nasce nel 1998 da un’idea di Domenico Cogliandro. Una giovane casa editrice che ha prodotto in questi anni diversi inediti (tra cui libri di Le Corbusier, Giovanni Michelucci, Robert Adam), e pubblicato testi importanti di  Karl Friedrich Schinkel, Louis Kahn e Peter Eisenman. Ha inoltre dato spazio a numerosi studiosi meridiani, con testi originali, e promosso WozLab, laboratorio di design collaborativo. Dopo la trasformazione di BdC in società, Domenico Cogliandro si occupa della direzione editoriale.

Domenico, prima di tutto svela il mistero: cosa è il Cenide e a cosa gli serve una biblioteca?

Il Cenide è un toponimo, le cui origini possono essere mitologiche o storiche a seconda del punto di vista degli studiosi, che individua, in maniera “ballerina” (cioè, i topografi storici lo collocano in punti differenti), la sponda calabra più protesa sullo Stretto di Messina, quella dinanzi il Peloro. La scelta del termine “biblioteca” ha risvolti diversi, due su tutti: deriva dalla mia personale passione per Jorge Luis Borges e, dunque, il suo sconfinato amore per i libri e le biblioteche; nasce dalla volontà di recuperare, o “borgesianamente” inventare, una biblioteca di saperi smarriti, scomparsi, ignoti che partano dalle culture meridiane.

Allargando lo sguardo, sempre di più gli studi sull’architettura e sul design si costruiscono nella contaminazione dei generi e dei saperi. Che senso ha oggi una casa editrice di libri di architettura?

La crisi globale contemporanea colpisce le economie e, di più, i valori culturali, la passione per i contenuti, l’attenzione ad una visione lungimirante. Una piccola casa editrice di settore (di architettura come di narrativa) significa, su tutto, il presidio di una frontiera, l’assunzione di un punto di vista, la necessità di voler vedere intelligenze, più che artefatti, a sostenere le idee.

Biblioteca del Cenide è una realtà editoriale ormai consolidata a partire da uno sguardo meridionale, uno dei pochi esempi di casa editrice di libri di architettura a sud di Roma. Quanto conta questa visione da Sud? Cosa si può imparare sul progetto dal Meridione?

Quando abbiamo iniziato, undici anni fa, eravamo solo tre a sud di Roma, per fortuna oggi questo panorama ha altri interlocutori. La pluralità delle voci è importante, significa che non si parla in una sola maniera e che si guarda verso direzioni diverse. Il punto di vista meridiano (uso spesso questo termine, che trovo più corretto di “meridionale”) è libero e aspira a cambiamenti sostanziali. Il Sud, posto che sia ancora una categoria, colto ma non saccente, esporta idee sane, terricole, radicali, e spesso intransigenti, che trovano in altre parti d’Europa l’humus giusto per crescere e proliferare.

Domenico, scorrendo il catalogo della casa editrice, ciò che colpisce è l’ampio respiro dei temi trattati e la varietà di collane. I vostri libri sono anche sorprendenti oggetti di design: la cura del lavoro editoriale è massima e i risultati si vedono. Quanto conta nell’identità di una piccola casa editrice come la vostra il mestiere dell’editore? E poi, qual è l’elemento unificante fra tutti questi punti di vista, il pezzo di mondo che volete portare avanti con il vostro lavoro?

Mi affaccio dal terrazzo della casa paterna sullo Stretto, che non è dietro una cortina urbana ma sta lì, davanti a me, a pochi metri dal mio sguardo. Quando sono lì “prendo posizione”, vedo quello che mi sta davanti. Dietro ogni libro, ogni collana, c’è la ricerca di un sentiero che porti alla bellezza e alla conoscenza. La scelta dei temi e della carte da stampa, il colloquio con gli autori e con i tipografi, la riflessione coi grafici e i fotografi, in un certo senso, si equivalgono e dipanano le circostanze di una lungimiranza a cui si aspira sin da bambini: si vuole essere qualcuno per poter fare qualcosa. Se poi si sa dire qualcosa, si ha anche la responsabilità di dirla bene.

La casa editrice è anche il luogo di progettazione di Woz, laboratorio di design politico. Che rapporto lega i libri, la riflessione e l’orientamento all’azione dell’happening?

Il Woz è nato quando BdC ha compiuto cinque anni. I contenuti di un libro travalicano l’azione, o ne anticipano gli effetti dichiarandone la possibilità. Ci è sembrato necessario, in quel momento, cercare in azioni di progetto lo stimolo per parlare di architettura in maniera diversa. Per questo abbiamo invitato attori diversi, da ogni parte d’Italia, ognuno con la propria storia e la propria esperienza, per fare del design uno strumento politico toccando con mano le città in cui abbiamo operato. Il libro, per crescere, ha bisogno di un tempo largo più che lungo; il progetto, per darsi, necessita di tutte le forme possibili di dialogo. Sono due modi di essere del pensiero, e delle persone che lo determinano: ecco perché Woz muove idee da più di cinque anni.

Per finire, Biblioteca del Cenide è presente sul web ma anche sui social network più diffusi come Facebook o Vimeo. Quanto è coeso il gruppo di Biblioteca del Cenide? Quali sono i limiti e le opportunità del networking nella vostra esperienza?

BdC è in continuo cambiamento. I libri, i collaboratori, le scelte editoriali, i luoghi in cui si lavora - nonostante siamo coscienti e coi piedi per terra - stanno in una sorta di sprawl che solo in parte abbiamo decodificato. Insomma, bisogna esser capaci di operare scelte senza troppo pianificare. Il nostro tempo rompe gli argini continuamente (l’esplosione dei social network, come sono adesso, era inimmaginabile fino a dieci anni fa) per cui è necessario saper gestire l’urgenza cambiando direzioni, prospettive e interlocutori, accogliendo l’imprevedibile come una risorsa.

Ancora, domani, cosa vedete? Quale sarà il futuro prossimo della Biblioteca?

Undici anni è un’età critica, non si è più bambini e non si è ancora ragazzi. Noi siamo a questo crocevia, attraversato da informazioni, persone, visioni, oggetti, luoghi, i più disparati. Ogni strada può essere quella giusta e, al tempo stesso, quella sbagliata, e stiamo per prendere delle decisioni sul da farsi. Nei cassetti, da tempo, abbiamo dei testi importanti (autori come De Amicis o Viollet-le-Duc, Tàvora o Le Corbusier) che ritardiamo quasi fosse necessario farlo. Sul tavolo da lavoro, invece, si stanno accumulando storie e intenzioni diverse, narrazioni meridiane, libri per bambini, percorsi fotografici, la cui cifra rimane sempre la passione per i luoghi, il design e l’architettura.

 

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Intervista: Francesco Mangiapane
Soggetto: Domenico Cogliandro
Luogo: Palermo
Foto: Vivian Celestino
Web: www.cenide.net

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