CLAUDIO FILIPPINI

Claudio Filippini l’anima giocosa del jazz italiano di nuova generazione.

2017 Andy Magazine. Claudio Filippini. Foto: Andrea Boccalini

Pianista, compositore, band-leader, Claudio Filippini è l’anima giocosa del jazz italiano di nuova generazione. Tecnica che non ha paura di affidarsi a una ferivida fantasia per trovare il proprio linguaggio, per dare sfogo alla sua naturale musicalità. Nato a Pescara nel 1982, inizia a suonare il pianoforte a 7 anni – quattro anni dopo allarga i suoi orizzonti al jazz frequentando l’Accademia Musicale di Pescara - e si diploma giovanissimo (21 anni) in pianoforte al Conservatorio “G.B. Pergolesi” di Fermo. Poi al Columbia College of Musica di Chicago con la prima borsa di studio, e dopo ai seminari a Siena jazz, workshop con Kenny Barron. Intanto arrivano i primi premi (Concorso Europeo per piano solo Yamaha Music Foundation Of Europe e il “Massimo Urbani”) e inizia ad esibirsi sul palco di club e festival in giro per il mondo. Realizza “Flats” (in collaborazione con Con Enrico Melozzi e Stefano De Angelis) concept.show che fonde jazz, musica e visual art. Entra nella formazione di Maria Pia De Vito e in quella di Giovanni Tommaso. Nel 2008 ancora jazz ed elettronica con “Space Trip”. Collabora con il crooner Mario Biondi però firma, alla testa del suo trio storico (Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo), il disco che ne decreta la consacrazione come pianista e compositore jazz: “The Enchanted Garden”. Altro giro di concerti: solo piano ad Addis Abeba, Chicago in quintetto (Ionata, Alfani, Rolli, Angelucci), e in Giappone con Bosso e il suo quartetto. Sperimenta il duo con Fulvio Sigurtà (“Through the Journey”) poi decide di allargare i suoi orizzonti guardando a Nord e dà vita a un trio con Palle Danielsson e Olavi Louhivuori (“Facing North” e “Breathing in Unison”). A celebrazione del decennale del trio con Bulgarelli e Di Leonardo pubblica “Squaring the Circle”, album di soli standard che “ricorda anche ai più distratti che nel jazz la musica è sempre di chi la suona”. Poi torna al piano solo, “Overflying”. A rileggere la sua carriera ora c’è restare da senza fiato, tutta in ascesa ma sempre pronta a rimettersi in discussione e a sperimentare altre strade.

Chi è Claudio Filippini?

Un uomo fortunato cui è riuscito di trasformare il suo amore per pianoforte e musica nel proprio mestiere anche se poi non lo voglio mai considerare tale per non correre il rischio di farmi risucchiare dalla ripetitività, sarebbe come privarmi del piacere immenso che mi dà ogni volta sedermi sullo sgabello davanti al piano e mettermi a suonare. La prima volta che l’ho fatto ero soltanto un bambino che pur non avendo ancora la minima idea di ciò che andava facendo muovendosi a caso fra i tasti bianchi e neri della suo strumento giocattolo era contento di sentirsi già parte di quel mondo da cui si sentiva attratto. Il gioco ecco questo sì, la possibilità di continuare a giocare, con più consapevolezza di allora ma con uguale serietà, con i suoni prodotti da un martelletto che percuote una corda: è questa la vera fortuna del mio essere musicista.

Come descrivere la sua personale visione del jazz?

Parlando della libertà di un linguaggio che mi permette di affrontare e riaffrontare la stessa storia e di raccontarla ogni volta in modo diverso, di incontrarla guardandola da punti di vista differenti, come se fosse la coonna sonora di un film dove a ogni personaggi si va ad associare un tema che lo identifica evidenziandone il carattere. E io che, a ben vedere, altro non faccio che raccontare storie all’improvvisazione ci arrivo con la stessa visione, e affidandomi aun tema piuttosto che all’altro ne rimescolo le carte senza modificarne la trama.

Una dichiarazione d’amore per il grande schermo?

Sì, soprattutto per quelle colonne sonore che senza mai mettersi ostentamente in mostra sanno fondersi completamente con le immagini arricchendole di emozioni. Io che di cinema me ne sono cibato per anni, la mia famiglia gestiva di due sale in quel Pescara e gioco forza ho trascorso più di un pomeriggio seduto in platea, ancora oggi alla musica mi approccio in modo cinematografico.

Facciamo un passo indietro, poco fa si parlava di libertà espressiva, il jazz è solo questo?

Il jazz è anche questo, ma non soltanto questo. Come contrappeso a tanta libertà deve necessariamente corrispondere un’autodisciplina che ti guidi nell’utilizzarla altrimenti la sbandierata libertà espressiva resta soltanto un’espressione priva di contenuto. La musica, il jazz soprattutto, ha bisogno di frequentazione continua, di capacità d’ascolto, del confronto sul campo con gli altri. Come in ogni linguaggio anche nel jazz c’è necessità di penetrarne i fonemi in un dialogo assiduo e continuo per riuscirne a metabolizzarne il vocabolario, e magari arricchirlo.

A proposito di parole che tendono a svuotarsi di significato nell’abuso, “contaminazione” è senz’altro una di queste. Sempre più spesso la si abbina al jazz, che dire?

Niente, se non che ci siamo abituati a catologare tutto, a incasellare ogni cosa aggettivandola anche quando non c’è necessità di farlo. Il jazz poi, un linguaggio frutto dell’incontro fra mondi e culture diverse che hanno finito per contaminarsi a vicenda, linguaggio spugnoso pronto ad assorbire e far suo qualunque stimolo esterno, che bisogno c’è di aggettivarlo?

Quindi nel jazz ci può stare tutto, anche l’estremo individualismo di un esibizione solitaria in piano solo? Se il jazz è incontro fra diverse sensibilità, confronto democratico fra pari, non le pare che una esibizione solitaria ne sia la negazione?

Al contrario, si tratta soltanto di una diversa declinazione di quello stesso confronto, invece che con altri qui ci si confronta con se stessi, si prende coscienza dei propri limiti e li si mette in piazza senza filtri accettando il rischio di mostrarci in tutta la nostra fragilità. Fare musica è accettare di mettersi comunque e sempre in discussione, che sia incontrando grandi come Danielsson e Hancock o accettando di essere spiazzato dalla domanda di un ragazzino cui stai insegnando i primi rudimenti di pianoforte, e guardandosi dentro senza accampare alibi. Sentirmi arrivato non cosa mia, grazie soprattutto a un carattere che si concede con piacere alla curiosità.

Che vuol dire essere musicista oggi, e per di più di jazz?

Credere con passione, e anche con un po’ di ostinazione, nella ricerca della bellezza come sale della vita. E imparare a fare molte altre cose, tutte insieme, e accettare di reinventarti ogni volta trovando il tempo da dedicare al tuo strumento e trovare pure quello da dedicare ai contatti, saper guidare per centinaia di chilometri con gli occhi sulla strada e la mente già concentrata sul concerto. Vuol dire anche imparare l’arte della pazienza in attesa di treni e aerei, e a tenere a portata di mano la valigia sempre pronta per non aggiungere altri ritardi a quelli di coincidenze che difficilmente coincidono, e mettere in conto imprevisti e difficoltà certo che una volta sul palco sarai ripagato di tutto.

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Paolo Odello
Soggetto: Claudio Filippini
Luogo: Roma
Foto:Andrea Boccalini
Web: www.claudiofilippini.com

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