FRANCO D'ANDREA

Franco D’Andrea è tra le firme più importanti del jazz italiano. Maestro di stile, innovatore e didatta straordinario.

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Nonostante sia uno dei pianisti più illustri della penisola - pur continuando a fare ricerca tanto nell’ambito della didattica quanto in quello della scrittura e dell’improvvisazione - degl’inizi di Franco D’Andrea non si sa molto. Tanto meno del suo approdo a Milano. Prima però, una sosta breve nella Capitale, poi la gloriosa tappa col Perigeo, un contratto con la Red Records e l’incontro con Alberto Alberti. Ve lo raccontiamo.

Partiamo da Milano allora.

Milano è stato il mio ultimo parcheggio, ci sono arrivato nel 1976 e non fu affatto facile. A Merano fino ai vent’anni, poi un paio d’anni a Bologna, ufficialmente per frequentare l’Università…poi dal 1963 a Roma, le due città in cui è realmente avvenuta la mia formazione di jazzista. Arrivai a Milano subito dopo la fine del Perigeo. Fu una scelta dettata da esigenze famigliari. Marta, mia moglie, è milanese, avevamo già il primo figlio e a Milano avremmo avuto l’aiuto dei nonni che poteva compensare il mio essere spesso fuori di casa. La realtà però fu un po’ diversa…

Vale a dire?

Non conoscevo Milano, e Milano non conosceva me. C’ero stato un paio d’anni nel 1966/67 per un ingaggio all’Intra’s al Corso, un club gestito da Enrico Intra in Galleria del Corso in cui c’era l’abitudine di tenere una home-band, cosa oggi impossibile da pensare ma che allora esisteva. Punto nevralgico anche perché era la zona delle case discografiche. Per un paio di stagioni feci quindi parte del quartetto di casa con Gianni Basso, Giorgio Azzolini e Gil Cuppini. Quando tornai per stabilirmi ero un pesce fuor d’acqua. Si erano dimenticati di me, ero vissuto come un romano e questo non era un gran presupposto. Inoltre venivo dall’esperienza del Perigeo, un aspetto molto discutibile per la comunità più ortodossa. Insomma la frittata era fatta! (ride). Arrivai a Milano ma praticamente non lavoravo quasi per niente e questo durò per almeno un paio d’anni. Per fortuna lavorava un po’ più Marta e quindi riuscivamo ad andare avanti. Ero vissuto un po’ come un marziano. Facevo qualcosa con Basso o altri che mi permettevano di lavorare ma ero come un panchinaro continuo. Fu un periodo oscuro, non dal punto di vista musicale perché elaboravo cose, ma nessuno mi dava retta.

Chi l’avrebbe mai detto…e poi cosa accadde? In che modo riuscisti a entrare nei favori di una Milano che allora era una piazza importante?

Fu Sergio Veschi a ripescarmi dal buco nero in cui mi ero involontariamente cacciato. Lui mi conosceva per il Perigeo, ma cominciando a far funzionare la Red Records era nell’ambiente e a conoscenza di quanto accadeva nel circuito. Venne quindi in possesso di una copia del disco Modern Art Trio che non si sa bene perché nel 1978 venne ristampato. Alla Vedette qualcuno si era ricordato di avere quel disco in catalogo. Ascoltatolo, Veschi rimase stupito del fatto che il pianista del Perigeo sapesse fare ben altro rispetto a quella musica, innovativa sì, ma vista con un po’ di sottecchi. E che questo pianista fosse a Milano senza che se ne sapesse nulla. Si fece vivo insieme ad Alberto Alberti. Dopo un po’ mi propose di entrare nella sua etichetta e iniziai a beneficiare delle sinergie con i festival che questo comportava. Ricordo ancora con immenso affetto sia Veschi che Alberti. Da lì, mi si aprirono le porte della città, compreso il Capolinea che fino ad allora mi era assolutamente precluso.

Tu fai parte della prima generazione di jazzisti italiani a tempo pieno, eppure c’è almeno un altro episodio che rievoca le tue scelte di carriera e l’attaccamento alla famiglia.

Accadde con Johnny Griffin quando ero a Roma, città incredibile negli anni Sessanta e Settanta. Avevo suonato con lui in diverse occasioni importanti e ci eravamo trovati bene. A quel punto in Europa i festival cominciavano a diventare vetrine sempre più importanti e annoverare star americane dava un lustro notevole. Griffin mi propose allora di entrare a far parte stabilmente del suo quartetto. Confesso che tentennai un po’, anche perché Griffin in quel periodo era richiestissimo e per me sarebbe stato un lancio senza paragoni sul palcoscenico internazionale. Avevo però deciso di sposarmi e girare il mondo come una trottola mal si addiceva a questo desiderio. A onor del vero ci fu anche un’altra ragione che mi spinse a rifiutare quell’offerta, e fu di carattere più squisitamente estetico: suonare con Griffin era piacevole ma la sua musica rientrava pienamente in un concetto di mainstream ed era chiaro che non avrebbe modificato la sua formula nel tempo. Io invece cominciavo a sentire sempre più forte la voglia di sperimentare cose nuove e linguaggi un po’ più azzardati come poi avrei fatto. Entrare nel quartetto mi avrebbe un po’ ingabbiato.

Raccontaci invece della tua esperienza romana…

Era una scena fervente, e le tante iniziative promosse dalla Rai di allora permettevano di suonare in diversi contesti, conoscere musicisti di estrazioni diverse e acquisire nuove competenze. Senza contare la presenza stabile di figure come Steve Lacy che creavano dei veri e propri seguiti attorno a loro. E poi c’era un scena alternativa, off direi. Era quella del free che trovava spazio ogni tanto nei locali ma ancor più spesso si metteva in mostra in un contesto privato: la casa dell’architetto Francesco De Santis. Una casa e un personaggio davvero unici. Lui era una figura piuttosto nota in città, amante dell’arte e soprattutto di qualsiasi contesto mettesse un po’ a soqquadro le realtà consolidate. A un certo punto a quella cerchia si unì anche un allievo di John Cage.

Esisteva un corrispettivo economico a questo fervore culturale?

Non ci si arricchiva ma si poteva campare di musica. Nunzio Rotondo e Pepito Pignatelli avevano entrambi un programma in radio. Cicli di tre mesi che si ripetevano di continuo e in cui a turno un po’ tutti riuscivamo a suonare. Con Pepito una volta ricordo addirittura Bill Smith, per un periodo anche lui residente a Roma. Carletto Loffredo gestiva la seconda sala di un club importante dove suonava abitualmente Bruno Martino: nel giro era noto come Il Clubino e si suonava Jazz; Mario Schiano organizzava serate al Folkstudio prima ancora che la gente sapesse che era anche un musicista. E da questo poi si riuscivano a ottenere scritture altrove: Umbria Jazz iniziava le prime edizioni; Paolo Piangiarelli, ancora senza etichetta discografica, organizzava concerti a Macerata. Lo stesso accadeva a Sulmona. Tutte piazza che pescavano a piene mani dalla scena romana.

Come docente invece ti sei mosso tra Parma, Siena, qualche piccola scuola milanese…ma hai avuto un’esperienza lunga anche all’interno del Conservatorio.

Sì, al Conservatorio di Trento dove ho insegnato dal 1993 al 2006, anno in cui ho smesso “per raggiunti limiti di età”! (ride). Al Conservatorio ero un po’ il padrone del campo, ero uno di quegl’insegnanti che si occupavano di tutto all’interno del segmento jazz e i ragazzi amavano questo tipo di rapporto, più umano e personale, con il proprio docente. Avendo poi praticato diversi altri strumenti ero in grado di entrare in tecnicismi strumentali: imboccature, ance, posizioni del basso… Questo gli allievi lo percepivano fortemente. Pensa, anche Mauro Ottolini è stato un mio allievo. Vuol dire che ho insegnato a un trombonista anche senza esserlo. Insegnavo il linguaggio del jazz come quel tizio che doveva saper curare qualsiasi cosa, al di là della sua specializzazione. Un po’ come un vecchio medico condotto!

 

Questa intervista fa parte del progetto editoriale “My Life/My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano” curato da Gianmichele Taormina ed edito da Andy Mag.

 

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Intervista: Andrea Di Gennaro
Soggetto: Franco D'Andrea
Luogo: Milano
Foto: Amedeo Novelli
Web: www.francodandrea.com

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