Banner

LUCIO ARGANO

Lucio Argano è uno dei manager culturali italiani più sensibili all’innovazione ed al cambiamento.

argano_head

E’ certamente il manager culturale più importante e influente che opera in Italia. Lucio Argano è un caposcuola, se nei prossimi anni l’Italia avrà manager in grado di gestire e valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale producendo ricchezza e posti di lavoro in un settore così strategico ma poco considerato dalla classe politica italiana, il merito sarà sopratutto suo. Il Prof è considerato un Guru ma a lui non lo dite, è troppo umile per accettare una tale definizione. Era da tempo che volevamo incontrarlo finalmente ce l’abbiamo fatta… buona lettura.

Ti dispiacerebbe spiegarmi in cosa consiste la tua professione?

Faccio sempre un po' fatica a definire il mio lavoro ed ancora oggi non sono riuscito a spiegarlo del tutto alle mie figlie. Tralasciando qualsiasi aggettivo pomposo e rimanendo al cuore della professione, mi occupo di organizzazione culturale e sebbene la mia carriera sia nata e si sia sviluppata nello spettacolo, pur passando dal teatro alla musica rock ai festival multidisciplinari ed oggi ad un evento di cinema, trovo più giusto fa rientrare tutto in una responsabilità che ha a che fare con la cultura in generale. Oggi va di moda parlare di managerialità con un po' di retorica, ma se è vero che il lavoro di un operatore culturale ha dovuto sviluppare sempre maggiori competenze gestionali, non posso fare a meno di difendere un'anima artigianale che caratterizza comunque chi si occupa della cultura. La mia professione consiste, per risponderti, nel creare tutte le condizioni perché un evento o un contenitore culturale possano agire ed operare.

La tua avventura parte dal teatro di prosa come amministratore di compagnia…

Esatto, la gavetta migliore per capire cosa significa andare in scena la sera. Alla fine degli anni '70 quando ho iniziato le compagnie facevano tournèe vere, da ottobre a maggio, per poi dedicarsi all'attività estiva con gli spettacoli prodotti per i teatri all'aperto. Un lavoro duro e faticoso, soprattutto se eri coinvolto, come è capitato a me, nell'attività di una cooperativa teatrale che era veramente "scavalcamontagne" e con debutti a ripetizione (un debutto in teatro vuol dire viaggiare la notte, essere in teatro al mattino presto, montare, fare lo spettacolo, smontare subito dopo e ripartire). Però è stata una esperienza insostituibile per capire il valore del lavoro di squadra, con tutte le difficoltà umane e caratteriali di una piccola comunità in movimento, per comprendere il contesto delle realtà dei territori, i mille teatri piccoli e grandi, le attese ed i gusti del pubblico. E soprattutto per essere dentro i progetti artistico produttivi che alla fine rappresentano la trama dell'identità culturale dello spettacolo italiano.

Mi chiedo se il percorso che ti ha portato ad essere ciò che sei oggi sia stato casuale o dettato da obbiettivi prefissati…

Non saprei risponderti. Nelle mie intenzioni da adolescente volevo fare il medico, anzi il chirurgo (una passione che è rimasta, una quasi condanna per il mio medico curante) e nel mio passato c'è anche un trascorso militare. Quindi non posso dire di aver alla fine seguito un tragitto predeterminato. Diciamo che i fatti e gli eventi della vita si sono mescolati creando delle situazioni in cui ho intravisto cose che mi piaceva fare ed a cui mi sono dedicato con entusiasmo, mescolando umiltà e determinazione. Non so se ho fatto tutto bene e se ho mancato qualche treno ma posso dire di aver agito anche rispetto a me stesso con onestà intellettuale. Devo aggiungere che ho avuto anche la fortuna di aver avuto accanto a personalità generose, che mi hanno fatto crescere dandomi semplicemente l'opportunità di mettermi in gioco. Credo questo manchi oggi per le giovani generazioni: fiducia, coraggio e possibilità su cui tentare e giocarsi faccia e idee.

Quanto è importante oggi per l’Italia avere manager che operano nel settore culturale?

Direi per un milione di motivi che provo appena ad accennare: il nostro patrimonio artistico, archeologico, architettonico ed ambientale, che potrebbe essere valorizzato e goduto maggiormente, i piccoli siti, la ricchezza delle risorse dei territori in fatto di iniziative, attività, eventi, tradizioni locali, la creatività di cui disponiamo (la cui alleanza all'interno di progetti con capacità gestionali può portare al successo come già accade), le infrastrutture per la cultura e lo spettacolo di cui è pieno il Paese, dai teatri ai musei civici, agli spazi riqualificabili e recuperabili che meriterebbero un lavoro costante e paziente per riempirli di contenuti e di utenti. Per non dire delle sinergie col turismo, col sociale, con le altre politiche pubbliche. Direi che le potenzialità sono tante e potrebbero davvero caratterizzare il sistema Paese. Ma assistiamo ad un lento progressivo processo di delegittimazione continua verso la cultura da parte delle istituzioni che solo in parte è data da minori risorse disponibili. Mi sembra soprattutto un atteggiamento culturale e mentale di una classe politica totalmente disattenta, miope ed anche qualche volta un po' volgare ed ignorante.

Dal punto di vista gestionale che differenza passa tra un concerto dei Pink Floyd e Casa Paganini di Genova?

Una complessità diversa. Un grande concerto rock la concentra sul piano artistico, organizzativo, tecnico e mediatico in un momento che è quello dell'evento, anche se la sua preparazione e l'operatività richiede tempo, risorse e competenze sofisticate. Casa Paganini ha una sua complessità nella scommessa su lungo e medio periodo di divenire un contenitore culturale in grado di esprimere una missione e delle funzioni precise e riconoscibili, a cui si uniscono ovviamente altre considerazioni legate alla sostenibilità, al funzionamento ed all'immagine. Oggi Casa Paganini è un centro di eccellenza di ricerca sonora musicale legato ad InfoMus Lab dell’Università di Genova. Vale il principio che la complessità non si misura dalle dimensioni di un progetto ma dall'articolazione dei suoi obiettivi e traguardi, dalla natura dei contenuti, dalle competenze richieste e dal contesto in cui va ad inserirsi. Direi che fatte le debite proporzioni e differenze, in comune hanno la possibilità di generare una esperienza sfidante.

Quanto è importante in questa professione l’esperienza e la possibilità del confronto?

Penso siano entrambi determinanti per crescere e per svolgere bene la professione stessa. L’esperienza si costruisce lentamente e ti resta attaccata solo se acquisisci tre consapevolezze: la prima, come diceva Edoardo De Filippo, che gli esami non finiscono davvero mai, la seconda è che devi saperla mettere in gioco puntualmente in ogni nuova sfida di questo mestiere perché è qualcosa di stratigrafico che lentamente ti veste e forma le tue competenze e l’identità professionale. La terza è che bisogna a volte saper disimparare, apprendere dai propri errori ed essere aperti alle nuove suggestioni. Il confronto è invece quello spazio aperto pieno zeppo di possibilità dove i punti di vista e le convinzioni possono franare ma anche aprirsi a diverse prospettive.

Quali sono stati i tuoi maestri?

Più che un vero maestro devo la mia carriera a diverse persone che hanno avuto fiducia e mi hanno dato l’opportunità di sperimentarmi. Sono tante in 33 anni di lavoro e sarebbe un torto dimenticarne qualcuna. Devo l’inizio della mia professione a Maurizio Scaparro, la mia preparazione amministrativa ed economica a Davide Ruggeri e Paolo Bongiovanni, la mia impronta universitaria a Lamberto Trezzini e Franco Fontana. Però se devo indicare dei maestri veri penso alla grande generazione degli organizzatori teatrali e musicali degli anni ’80, che con il loro esempio hanno contribuito ad indirizzarmi ed alla mia formazione, soprattutto di una coscienza professionale.
Tutte le persone con le quali ho lavorato in strutture e progetti a loro modo sono state illuminanti e preziose per il mio cammino. Ma c’è un particolare ulteriormente curioso. Dal 1991 in poi, una parte del mio percorso di lavoro si è identificato nell’affiancare l’azione di alcune donne a capo di imprese culturali. Penso a Monique Veaute a Romaeuropa, Giovanna Marinelli all’Ente Teatrale Italiano ed ora Francesca Via al Festival del Film. Ecco, in questa coincidenza riconosco probabilmente quella necessità di imparare dalle qualità pragmatiche ed intuitive dell’universo professionale al femminile.

Ti dividi tra insegnamento universitario e la tua attività da “manager” …

Esattamente, cercando continue combinazioni ed incastri per non penalizzare niente delle due responsabilità. Insegno a Milano in Cattolica ed a Roma Tre. Mi piace stare con gli studenti, ascoltarli e capire attraverso loro quello che succede attorno a noi. Abbiamo molti pregiudizi e luoghi comuni sui giovani ed invece possono essere capaci di sorprese in positivo che danno un senso di prospettiva e regalano entusiasmo. Vedi, io credo di essere stato fortunato nella mia carriera e di avere quindi il dovere di restituire quanto ricevuto. Questo è il senso del mio stare in aula. Trasmettere quello che so con passione, onestà e senza illusioni. Lavorare ed insegnare è come avere dei vasi comunicanti dove si riequilibrano dei flussi, in questo caso di conoscenza ed anche se è faticoso, comporta qualche sacrificio e non è riconosciuto adeguatamente, il premio finale è considerevole sul piano umano e della propria crescita intellettuale.

Cosa rende un evento qualcosa di unico?

La sua immaterialità, le persone che lo realizzano, le idee che vi appartengono, i processi relizzativi che vengono messi in atto, le reazioni e le emozioni di chi ne gode.

In Italia cosa dovremmo fare per sviluppare dal punto di vista economico un settore così importante quale quello culturale?

Il settore culturale io credo sia una vera e propria ricchezza per questo Paese. Il valore che produce non è solo economico per gli indotti e le esternalità positive che realizza ma è anche educativo, simbolico, sociale. Servirebbe intanto essere più consapevoli al riguardo e maggiormente attenti ad ogni livello di responsabilità. Poi certamente sarebbe utile una ridefinizione degli interventi e delle politiche pubbliche in termini meno di emergenza e sopravvivenza e più invece di respiro strategico, rispetto alle finalità, ai destinatari, agli obiettivi, alle procedure ed anche al comportamento degli stessi operatori culturali. Ed una maggiore sistematizzazione dei processi di valorizzazione di beni ed attività culturali.

Lucio mi togli una curiosità, ma che ci sei andato a fare in Norvegia?

Negli anni ’70 (come credo anche oggi anche se si usa la mail, skipe e fb) funzionava il sistema dei penfriends, “amici di penna” con i quali ci si scriveva in lingua attraverso organizzazioni internazionali. E poi li si andava a trovare d’estate (era appena nato Interail). In quel tempo la Norvegia esercitava un grosso mito perché c’era il desiderio di andare fino a Capo Nord per vedere dove finisse il mondo. Se hai visto il film "La meglio gioventù" di Giordana questo sentimento è ben descritto e quanto accade al protagonista in un certo senso è successo a me. Avevo amici di penna, al termine dell’anno di liceo ho lavorato per fare soldi (avevo 16 anni) e poi sono partito per andare a trovare i miei conoscenti di posta. Una volta lì mi sono fermato per quasi un anno. È una terra bellissima con un popolo accogliente e civile.

Che libri ci sono sul tuo comodino?

La mia casa è strapiena di libri. Pochi mobili ma volumi in quantità industriale. Ho sempre creduto nel libro, per me sono la linfa della curiosità e della scoperta, quasi feticci. Trovi da me un po’ tutto, management, eventi ovviamente ed economia della cultura ma anche letteratura, tanta poesia e molto di due passioni: la storia contemporanea e le tradizioni popolari, in particolare la favolistica. Porto avanti la lettura in genere di un paio di libri a volta, che alterno a seconda degli umori e della giornata. In questo periodo sto ultimando American tabloid di James Ellroy, un regalo del mio amico e collega Paolo Dalla Sega che da bravo creativo degli eventi ha un vero talento nello scovare storie appassionanti.

Ho letto da qualche parte che una delle tue passioni oltre al viaggiare in solitario è la “buona tavola clandestina”, parliamone…

La buona tavola clandestina è parte integrante del viaggiare in solitario, quasi una conseguenza. Ma l’aggettivo nasce anche da una sorta di movimento carbonaro di amici e colleghi su impulso di Fabio Fassone e Domitilla Ruffo che “clandestinamente” segnalano e procurano prodotti da mangiare di qualità superiore, scoperti lungo la penisola e tutti di produzione tipica. Clandestino però è anche andare dove ti segnalano gli altri, seguire il gusto ed il naso di altre persone, una sorta di passaparola del palato che ti fa girare per posti piccoli ed improbabili dove però i sapori sono commoventi. È in po’ in modo più privato la filosofia del gastronauta Davide Paolini o anche la fantastica bellezza originale del Teatro del Sale di Firenze (un posto dove assolutamente andare…).

Vado un po’ sul personale, so che hai un nipote -un altro sta per arrivare- che rapporto hai con lui?

Premetto che ho due figlie adorabili, diverse tra loro e che sono una piacevole scoperta continua. La più piccola è una ventenne cerebrale, inflessibile, profonda e molto simile a me, quasi speculare. La grande è una mamma ed una giovane professionista piena di energie ed entusiasmi. Con mio nipote c’è una complicità speciale. Diventare nonno quando hai appena mezzo secolo è strano, non hai bene compreso il lavoro del padre che sei promosso ad un livello superiore. Però entri in una dimensione dove prevale l’aspetto ludico e dove il tempo dedicato assume uno spessore particolare. Diventi indulgente con tante cose ed il desiderio di spalancare continuamente le porte delle tue conoscenze diventa irrefrenabile, tornando anche indietro nel tempo. Adesso che ne arriverà un secondo bisognerà suddividere tutto questo, ma avendo la bravura e la capacità di far sentire l’esclusività di ogni rapporto. Vedremo. Intanto imparo.

Cos’è la creatività per Lucio Argano?

La creatività è tutto quello che ho imparato stando in quinta in teatro nelle sere di repliche e concerti. Ma è anche quanto ho appreso leggendo Munari, Rodari e De Masi. In sintesi tre parole: fantasia, libertà e concretezza. Il mondo creativo è l’universo dell’impossibile che va desiderato perché questo stimola l’invenzione di nuove idee. Del resto come si dice: il possibile è stato già inventato, quindi sappiamo che era possibile.

Avresti mai immaginato di diventare un Guru del project management?

Un guru mi sembra eccessivo, un “artigiano” dei progetti mi sembra più calzante, perché anche attraverso la pratica e lo studio si può costruire anche un percorso teorico ed è una esplorazione avvincente. E poi un narratore di progetti perché in fondo ogni progetto è una storia a se. Ecco forse questo mi sento, totalmente sempreverde, imperfetto e quindi impossibilitato a fare qualsivoglia tipo di sciamano della progettazione culturale.

Regalaci un’anteprima. Su che "file" stai lavorando?

Negli ultimi tempi mi sono dedicato molto ai temi della complessità e del design nella progettazione per il settore delle arti, degli eventi e della cultura. Il prossimo lavoro sarà certamente dedicato a questa interazione. Ma mi piacerebbe anche lavorare su qualcosa di corale con persone che stimo ed a cui sono affezionato per raccontare l’evoluzione dell’organizzazione di spettacolo e degli eventi attraverso le figure dei principali protagonisti di questi anni. Un modo per dare corpo a chi è sempre nell’interstizio di grandi avvenimenti pur essendone tra i principali protagonisti.

 

 

INTERVISTE CORRELATE
GIACOMO MANTOVANI. Regista di grande talento che vive a Londra...
CHIARA BERTOLA. Incontro con la direttrice dello spazio Hangar Bicocca…
GALLERIA MC2. Arte contemporanea nel cuore di Milano…
VINCENZO FERRARO. Poeta solitario e schivo dal grande carattere…

ABBONATI AD ANDY MAGAZINE

 

©Andy Magazine 2011. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Lucio Argano
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.lucioargano.it

argano_1 argano_2 argano_3_ argano_4

Share |

Commenti  

 
0 # Katie 2017-07-17 06:29
Hi guys! Who wants to meet me? I'm live at HotBabesCams.com, we can chat, you can watch me live for free, my nickname is Anemonalove: https://3.bp.blogspot.com/-u5pGYuGNsSo/WVixiO8RBUI/AAAAAAAAAFA/JWa2LHHFI2AkHParQa3fwwHhVijolmq8QCLcBGAs/s1600/hottest%2Bwebcam%2Bgirl%2B-%2BAnemonalove.jpg , here is my photo:


https://3.bp.blogspot.com/-u5pGYuGNsSo/WVixiO8RBUI/AAAAAAAAAFA/JWa2LHHFI2AkHParQa3fwwHhVijolmq8QCLcBGAs/s1600/hottest%2Bwebcam%2Bgirl%2B-%2BAnemonalove.jpg
Rispondi | Rispondi con citazione | Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

facebook_icontwitter_icon
Banner

News

Luca Zaramella su Radio Classica venerdì 26 maggio alle ore 11 parlerà di 'Come Hell Or Hight Water' di Filippo Cosentino e Federica Gennai

Francesco Orio Trio il 17 Luglio ad Aarhus Jazz Festival per il 12 Points il contest più importante d'Europa

Francesco Orio Trio il 4 novembre presenta in prima nazionale 'Causality Chance Need' al Teatro San Domenico (CR)

Newsletter

Cerca

Banner