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RICCI/FORTE

Dall’incontro delle loro penne è nato il duo di sceneggiatori più dirompente del momento.

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Sintetico, omeopatico, liquido, additivo. Non è un medicinale, ma la definizione che gli attori di Stefano Ricci e Gianni Forte danno al lavoro dei due drammaturghi e registi, osannati dalla critica come enfant prodige del teatro contemporaneo. Ci ridono su Stefano e Gianni, i quarant’anni si avvicinano pericolosamente e l’idea di essere etichettati così fa sorridere, ma fa anche riflettere sugli strani meccanismi del teatro italiano che vede gli artisti ‘giovani’ sino al pensionamento e non può fare a meno di dividere tutto in categorie; quasi che il nuovo, il non-riconducibile-a-modelli-precedenti-predefiniti faccia un po’ paura.
E se c’è qualcuno che non ama le etichette sono proprio Stefano e Gianni che, paragonati da alcuni alla Societas di Castellucci, da altri a degli ‘anti Emma Dante’, un po’ strabuzzano gli occhi e un po’ nicchiano, lasciando che siano sempre e solo i corpi e le parole degli attori in scena a dire ciò che serve. “E’ solo quando il pubblico assiste a un nostro lavoro che possiamo davvero parlare” dice Stefano, affermando una convinzione comune a entrambi. Due personalità molto diverse eppure complementari che condividono insoddisfazione, curiosità, dubbio, disinteresse.
Ed è proprio il desiderio di prendere le distanze da un certo modo di fare teatro e un certo modo di scrivere che avvicina i due, appena usciti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, e fa scattare la molla di un connubio artistico che dura ormai da dieci anni. Un’insoddisfazione perenne che impedisce di fermarsi, porta a dubitare di ciò che si conosce e si è appreso sin lì, a rimettere tutto in discussione per continuare la ricerca. Sono anime scisse, Stefano Ricci e Gianni Forte, che insieme trovano il loro disequilibrio perfetto.

Possiamo affermare che sia stato l’incontro tra voi due la svolta della vostra vita?

Assolutamente sì. E’ al Teatro Stabile di Palermo, dove siamo approdati agli inizi della nostra carriera, che abbiamo scoperto una passione comune per la scrittura e un profondo disinteresse per molte delle esperienze fatte sin lì. Ci siamo resi conto di sentirci entrambi inappagati da ciò che ci era stato insegnato e di voler trovare un codice linguistico personale. Quello che ci ha uniti da subito, oltre alla profonda stima che ci lega tuttora, è stata proprio questa spinta sintonica verso qualcosa di nuovo che ancora non avevamo individuato. Da lì sono iniziati i primi esperimenti di scrittura, senza che venisse meno l’esigenza di affinare e consolidare i nostri strumenti creativi per poter veramente iniziare a cercare un nostro stile.

C’è qualcuno che è stato per voi un maestro durante questa fase di ricerca?

Non abbiamo avuto dei veri e propri maestri, ma da un punto di vista drammaturgico sicuramente il contributo di Edward Albee è stato importante. Siamo andati a New York spinti dalla necessità di sentirci padroni dei mezzi a nostra disposizione, di ‘legittimarci’, e Albee è sicuramente un maestro della drammaturgia classica. Il suo insegnamento è stato imprescindibile, tanto che le prime opere che abbiamo composto erano prodotti tradizionali che hanno avuto subito un’ottima accoglienza da parte del pubblico e della critica. Ma erano testi scritti per altri e sono molto distanti da quello che è oggi il lavoro della compagnia Ricci/Forte.

Possiamo annoverare tra questi l’esperienza come sceneggiatori per la fortunata fiction i Cesaroni?

Sì. L’avventura televisiva, affrontata attraverso prodotti seriali molteplici, è un’esperienza che non rinneghiamo. Ci ha dato la possibilità di parlare a una platea da prima serata, composta da milioni di spettatori, e la soddisfazione di quando un prodotto arriva al pubblico in modo così diretto e forte va oltre il giudizio sul prodotto in sé. Ovviamente non è il successo nazionalpopolare che cerchiamo, non è questo quello che vogliamo comunicare.

Qual è allora la necessità che sta alla base del vostro lavoro?

La realtà. Non quella della verosimiglianza tv ma la sua trasfigurazione immersa in una secrezione Iper. E’ la radiografia completa e minuziosa del nostro quotidiano, dell’uomo, di noi stessi. Gli attori in scena vivono le situazioni previste dalla fabula con la consapevolezza e la responsabilità di chi le ha vissute realmente in modo simile sul proprio corpo e conosce ciò di cui si parla.
D’altro canto nel nostro lavoro c’è anche una forte irritazione nei confronti di una società in cui si scende a patti, ci si adegua a imitare passivamente il gregge e a seguire messaggi veicolati dai media. Non possiamo fare a meno di chiederci dove sia finita l’etica, se in noi sia rimasto qualche frammento dei grandi eroi epici del passato o se questi siano stati solo l’invenzione di penne sapienti. Ci domandiamo dove sia finita la dignità dell’Uomo e ci interessa indagare il cortocircuito che sta alla base di questo meccanismo di appiattimento.

Non c’è mai un giudizio su ciò che mettete in scena?

Non ci poniamo mai con un atteggiamento pedagogico nei confronti del pubblico. Il nostro interesse è semplicemente mettere in scena la tangibilità dell’esistenza per quello che è, senza filtri o edulcoranti, perché crediamo che a volte avere il coraggio di guardare fino in fondo, senza distogliere lo sguardo, sia sufficiente.
Certo ci rendiamo conto della valenza ‘politica’ dei nostri lavori e della reazione che possono suscitare nel pubblico, ma non ci siamo mai arresi, nemmeno quando, all’inizio dell’attività come compagnia Ricci/Forte, la gente usciva infastidita durante lo spettacolo. Ciò che mettiamo in scena - abbandono, amore, comportamenti disfunzionali, disinteresse, ironia, desiderio di annientarsi - non è nulla di diverso da quello che ciascuno di noi vive ogni giorno sulla propria pelle; i nostri personaggi non sono anime dannate e questo colpisce allo stomaco lo spettatore che si riconosce in essi e non trova un’uscita di sicurezza da cui scappare. Ma noi non vogliamo offrire risposte, per questo c’è sempre l’apertura al dubbio, all’interrogativo lasciato in sospeso.

Pensate di essere portavoce di una generazione?

Quello che mostriamo è trans generazionale, va oltre l’età di chi guarda perché entra in contatto con l’esperienza personale di ciascuno, ma non vogliamo essere considerati portavoce. Il nostro diktat è essere sinceri e onesti con noi stessi prima di tutto e se questo ci permette di agganciare gli spettatori, di comunicare con loro, allora abbiamo fatto un buon lavoro.

Progetti per il futuro?

In cantiere c’è un progetto ispirato ai racconti dei fratelli Grimm. Vogliamo riflettere sulle favole che continuiamo a raccontarci e il piglio duro, a volte tagliente, dei Grimm fa al caso nostro.

 

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Intervista: Sara Prandoni
Soggetto: Stefano Ricci e Gianni Forte
Luogo: Milano-Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.ricciforte.com

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