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ANTONIO RIBATTI

Antonio Ribatti direttore artistico di Ah-Um erede dei grandi festival jazz milanesi.

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Direttore artistico dell’Ah-Um Milano Jazz Festival, che quest’anno giunge alla XIII edizione, architetto, musicista, docente, fotografo. Insomma, un uomo mille passioni, e una che le lega tutte: il jazz.

Chi è Antonio Ribatti?

Nelle liner note del disco “Dal basso in alto”, Tito Mangialajo, contrabbassista e amico con il quale ho condiviso molta musica, mi ha descritto come “sognatore” e penso sia una definizione che ben stigmatizza il mio atteggiamento rispetto alla vita. Credo che sognare sia il miglior modo di progettare l’avvenire; mi piace pormi obiettivi alti e complessi, mi stimola a dare il meglio.
Sono sempre stato avidamente interessato a tutto e per questo motivo, nel corso degli anni, mi sono occupato di molte cose. Tutti i linguaggi che ho sperimentato sono stati sempre uniti dalla musica che ha agito come un coadiuvante in grado di mettere in relazione intuizioni e azione. Oggi la musica ha preso il sopravvento su tutto e la vivo a 360°, occupandomi di direzione artistica, produzione, management, divulgazione, ecc.

Come e quando nasce la tua passione per il jazz?

Da ragazzino adoravo i film con Fred Astaire, avrei voluto sprofondare nel video e ballare con la leggerezza e la perfezione dei sui gesti con Ginger Rogers. Fu attraverso la visione di questi film che ascoltai per la prima volta celebri brani di Irving Berlin, Jerome Kern, George Gershwin, Cole Porter che ne formavano la colonna sonora, brani come A Foggy Day, You and the Night and the Music, Night and Day… che solo dopo molti anni e con più consapevolezza cominciai a chiamare standard jazz. Ma il vero amore per il jazz cominciò dopo, dalla seconda meta degli anni ‘80.

Nel 1959 Charles Mingus pubblicò il suo Mingus Ah Um; nel 2000 si dà il via all’Ah-Um Milano Jazz Festival. Chi ha avuto l’idea di realizzare il festival?

Sin dalle sue origini il festival si è caratterizzato come un organismo in continua evoluzione, con l’obiettivo di essere un laboratorio aperto d’idee innovative, capace di riportare Milano tra le capitali del jazz a livello mondiale. Il festival nasce per dare una risposta alla mancanza di luoghi per la musica di ricerca a Milano, causata dalla chiusura di club storici e festival tra il 1995 e il 2000 circa. Nell’estate del 2000, fondammo quindi il Collettivo Jam, un’aggregazione spontanea di giovani musicisti di jazz. Il direttivo era composto inizialmente da Paolo Botti, Tito Mangialajo Rantzer, Alberto Tacchini e il sottoscritto, al quale si aggiunsero Ferdinando Faraò e Michele Benvenuti. Il quartier generale, dal 2000 al 2005 fu il Teatro Edi, e il nome scelto per il festival fu ed è un esplicito omaggio a Charles Mingus, personalità ribelle, con uno spiccato senso collettivo di fare musica e sempre alla ricerca di un'alternativa al senso comune delle cose.

E poi? Quale è stata la sua evoluzione? Quando il festival è arrivato all’Isola?

Nel 2006 ci siamo presi un anno di riflessione a bocce ferme. Nel 2007 e 2008 il festival ha trovato ospitalità presso il Teatro dell’Arte, con il chiaro obiettivo di portare il festival al centro della città e implementarlo con molte attività collaterali.
Nonostante il grande seguito ottenuto al Teatro dell’Arte, non ero ancora completamente soddisfatto. Sognavo un festival più dinamico, più adeguato ai tempi che stavano cambiando con grandissima velocità, un festival il grado di sviluppare reti e raggiungere il pubblico in modo capillare. L’idea era quella di creare un grande evento che scaturisse dalla somma di molti eventi, anche piccoli e piccolissimi. Dal 2010, dunque, Ah-Um divenne un festival a carattere territoriale all’Isola, rivolto ad ogni tipo di target per creare quante più occasioni di confronto e condivisione tra persone di diversa età e formazione.

Chi ti affianca nell’organizzazione del festival?

Nel corso delle sue prime edizioni, Ah-Um ha avuto una gestione con un forte carattere collettivo. Non faccio nomi solo per evitare di dimenticarne qualcuno. Quando il festival ha assunto il suo carattere diffuso presso quartiere Isola, mi sono occupato personalmente della direzione dell’evento in ogni suo aspetto. Da subito, imprescindibile è stato l’apporto di Pier Vito Antoniazzi, memoria storica del quartiere e coordinatore del Distretto Urbano del Commercio - Isola e con in quale abbiamo realizzato anche altre iniziative nel quartiere. Molte sono le persone che mi affiancano nelle fasi più delicate, come Barbara Salari, Loredana Scandura, Francesca Agnelli.
Quest’anno senza dubbio la persona con cui più di ogni altro ho condiviso diversi aspetti del festival - molti dei quali saranno sviluppati in futuro - è Gianni Barone, owner della NAU Records. Sono bastati una telefonata e un pranzo per scoprire un analogo modo di vedere le cose, la stessa voglia di fare e di inventare un mo(n)do nuovo di fare la musica, di pensarla, di produrla, di comunicarla.

Quest’anno viene lanciata la prima edizione del Maletto Prize. Come nasce? E qual è l’obiettivo?

Il Maletto Prize è un progetto che mi rende molto orgoglioso e che ho condiviso sin da subito con Gianni Barone. Il premio è dedicato a Gian Mario Maletto, prestigiosa firma del giornalismo jazz italiano dagli anni cinquanta, che entrambi abbiamo sempre stimato professionalmente e umanamente. Grazie a Barbara Salari, mia cara amica, sono riuscito a conoscere Daniela, da subito entusiasta nel dare il suo sostegno morale a questa iniziativa per tenere viva la memoria di suo padre. In realtà, da almeno dieci anni ragiono sulla possibilità di realizzare un premio per talenti emergenti, ma solo adesso questo desiderio si è concretizzato. Al vincitore del premio, infatti, spetterà un contratto discografico e di rappresentanza artistica con la NAU Records. Insomma una sorta d’introduzione alla professione della musica; Gianni ed io crediamo fermamente che una società che non crea occasioni per lo sviluppo del talento delle nuove generazioni è una società che non ha speranza.

L’Ah-Um Jazz festival è stato definito come l’erede dei gloriosi festival milanesi, ormai scomparsi. Quali sono le difficoltà che incontra chi vuole realizzare un festival a Milano?

Già, "unico erede dei gloriosi festival che la città ha perduto" come affermò Maletto! Questa fu una vera iniezione di coraggio e ottimismo, uno sprone per andare avanti a qualunque costo, sopportando l’enorme fatica di essere un festival indipendente, svincolato da ogni logica politica o di mercato. Come sanno tutti la libertà costa molto cara, lo scotto da pagare è più di ogni altra cosa legata alla fatica di reperire risorse necessarie a dare all’organizzazione del festival una serenità che, dopo quindici anni di immani sforzi per tenere fede agli obiettivi in modo coerente, credo meriti a pieno diritto. Milano è una città meravigliosa, che io amo enormemente nonostante io sia nato in Puglia, una città che mi ha adottato e, così, da quando ne ho avuto la possibilità ho fatto di tutto per ricambiare mettendo a disposizione il mio entusiasmo e le mie capacità nell’ideare e promuovere cultura.
In realtà, nonostante l’apprezzamento e il sostegno simbolico e morale dimostrato negli ultimi anni, sento di poter dire che la pubblica amministrazione non abbia ancora capito sino in fondo la vera portata culturale di Ah-Um e le sue potenzialità di sviluppo. Credo che un obbligo imprescindibile da parte degli organi di governo debba essere quello di monitorare le proprie risorse e valorizzare le eccellenze, mettendole in condizioni di esprimere al meglio le proprie potenzialità.

Tutti gli appuntamenti del festival sono collocati in luoghi diversi di un’unica cornice: il quartiere Isola. Perché questa scelta?

Il quartiere Isola ha permesso all’AH-UM Milano Jazz Festival di collocarsi al meglio all’interno di uno specifico territorio, trovando una nuova casa, la strada, che gli ha consentito di far emergere la propria anima più autentica e complessa. L’idea di creare un festival territoriale a Milano ha avuto un riscontro positivo pressoché immediato proprio per il fatto che sia stato collocato all’Isola. L’Isola è uno dei pochi quartieri di Milano che è passato attraverso le trasformazioni urbane senza perdere la propria identità: nuovi locali e boutique convivono con botteghe storiche, gallerie d’arte e negozi d’antiquariato, in un’area densamente abitata da una popolazione tra le più varie, come età ed estrazione sociale. È quindi emblema di un luogo della tradizione che accoglie il cambiamento e, per questo, si pone quale sito ideale ad accogliere il jazz, musica eterogenea, sempre in evoluzione. Il festival ha coinvolto i commercianti e gli abitanti del quartiere, dislocando le proprie attività nei suoi punti cruciali e, ha cercato il loro contributo attivo, offrendo in cambio affluenza di pubblico e un ritorno d’immagine e notorietà, a diverso livello, per tutti. Durante le ultime edizioni del festival abbiamo utilizzato decine di spazi di ogni genere e dimensione, all’aperto e al chiuso: piazze e strade, teatri, gallerie d’arte e spazi polifunzionali, locali, pub, ristoranti, ecc.

Nel cartellone del festival non solo musica: il jazz viene esplorato anche attraverso la letteratura, l’arte e la divulgazione. Quanto ritieni sia importante quest’aspetto per l’Ah-Um Milano Jazz Festival?

Importantissimo! Sin dalle due edizioni al Teatro dell’Arte, il festival aveva assunto una forma multidisciplinare con presentazioni di libri, video inediti, mostre d’arte e di fotografia. Una formula che ha portato ad Ah-Um contenuti nuovi: non è mio interesse realizzare esclusivamente una rassegna di concerti, trovo molto più interessante dar vita ad una manifestazione che parli di musica utilizzando ogni linguaggio possibile, in modo da avvicinare mondi distanti tra loro e trovare nuove possibilità di espressione proprio dal confronto tra le diversità. Insomma l’obiettivo è la musica e le strade per raggiungere questo obiettivo possono essere le più disparate. In questi anni abbiamo presentato vere e proprie eccellenze nel mondo della fotografia, talenti emergenti progetti multimediali, mostre dedicate alle arti visive, ecc.

La città di Milano freme per l’inaugurazione dell’Expo 2015: ogni evento culturale organizzato porta con sé il logo Expo, e così anche l’Ah-Um Milano Jazz festival. Credi che questo tipo di associazione con l’Expo contribuisca a dare risalto al festival e a mostrare il volto di una Milano viva?

Credo che Expo possa essere una grande occasione per riportare Milano al centro di un’economia di pensiero ampia e innovativa. Non mi piace mai pensare a Milano come ad una città cartolina: Milano è sempre stata un organismo complesso e in continua evoluzione, capace di una bellezza segreta che non si svela immediatamente, va cercata. Come tutti gli eventi di grande rilievo Expo porta con sé polemiche e consensi, sostenitori e detrattori. Noi cercheremo di fare del nostro meglio per proporre il lavoro che ormai facciamo con continuità da molti anni. Sicuramente visti gli interessi che Expo mobilita rischieremo di entrare, nostro malgrado, in competizione con molti eventi che saranno realizzati in modo pretestuoso giusto per compiacere sponsor e organizzatori (veri o improvvisati) in cerca di visibilità. Insomma noi faremo il nostro lavoro, come tutti gli anni, poiché, come mi piace dire, usando una celebre frase di Aristotele “Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. L'eccellenza quindi non è un atto ma un'abitudine”.

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Antonio Ribatti
Luogo: Milano
Foto: Dario Villa
Web: www.ahumjazzfestival.com

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Commenti  

 
0 # Sheila 2017-11-25 11:32
The word sht” appears within the dialogue.

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