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LUCA SETA

Luca Seta, attore e cantautore al suo esordio discografico con l'album "In viaggio con Kerouac".

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Luca Seta, attore professionista, ha da poco pubblicato per la TOGU MUSIC di Gianni Barone, il suo primo disco intitolato In Viaggio con Kerouac. E’ un lavoro ambizioso, cantautorale, di cui lui è l’autore dei testi e delle musiche. Su questo impianto sono state elaborate delle sonorità che pescano direttamente nel pop, nel folk, nel rock e nel jazz. L’album è stato arrangiato dal bravo Gabriele Buonasorte, e suonato da un quintetto di giovani e agguerriti musicisti: Luigi Di Chiappari al piano, Andrea Di Pasqua alla chitarra, Riccardo Di Fiandra al basso, Daniele Di Pentima alla batteria e lo stesso Gabriele Buonasorte al sax. Il disco è stato inciso in presa diretta, cosa inusuale in ambito pop, per mettere in risalto il valore artistico del progetto. In Viaggio con Kerouac è composto di undici brani, molto variegati tra loro, di cui due cantati in dialetto piemontese. Un filo rosso li tiene insieme: il tema del viaggio, sia dell’anima che sentimentale. Il titolo è un chiaro omaggio allo scrittore americano Kerouac, tra i preferiti di Luca Seta. In Viaggio con Kerouac è un disco cristallino, maturo e ricco di contenuti.

Luca, chi è per te Jack Kerouac, visto che gli hai intitolato il tuo primo disco.

L’idea del titolo è venuta a Gianni Barone, sia per le canzoni, che per il mio stile di vita, perché mi sposto in continuazione un po’ per lavoro e un po’ perché faccio fatica a restare nello stesso posto. Io sono di Borgosesia ma ho vissuto un po’ ovunque: Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli e Toscana. Kerouac è la mia adolescenza. Ho cominciato a leggerlo a quindi, sedici anni, e ogni tanto lo rileggo anche adesso. Lo considero il Van Gogh della letteratura. Mi piace il suo fluire di parole senza freni e sovrastrutture mentali e sociali. Questa sua libertà di vita che ha trasposto nella letteratura, o forse il contrario. E’ anche un esempio di libero pensiero nel bene e nel male. La beat generation mi piace perché è stata un pugno nello stomaco ai ben pensanti di quel periodo. E’ servita per scrollarsi di dosso il perbenismo e il bigottismo. Kerouac per me rappresenta la poesia vera, quella della quotidianità, fatta di carne e sangue.

Restando in linea con la maestria di Kerouac, quanto c’è della sua tecnica compositiva ed espressiva in questo disco?

Io scrivo di getto. Tutto quello che ho scritto nella mia vita è così. Non c’è un processo mentale. La cosa è fisica, istintiva. Io scrivo musica: fondamentalmente quando scrivo sento musica. E’ un ritmo, un flusso. E’ come se le parole seguissero una partitura musicale.

Che cosa significa per te cantare?

Non riesco a fare una distinzione tra il cantare e il recitare. E’ necessità di comunicare, un’urgenza assoluta come respirare.

Quando hai cominciato a pensare al progetto discografico?

Scrivo da sempre. Ho cominciato molto prima di fare l’attore. Quest’ultima professione l’ho iniziata a ventiquattro anni, ma la scrittura a dodici. Quegli scritti non li ho mai tirati fuori dal cassetto. Nessuno sapeva che scrivevo. Dentro di me dicevo: quando sarà il momento lo farò. Cinque anni fa è successo. Ho cominciato a lavorare a questo progetto con un amico d’infanzia che si chiama Alessandro Caldi. Siamo partiti col fare delle serate: io voce e chitarra, e lui pianoforte.

Quando è nato poi il progetto, quello vero?

E’nato l’estate del 2012 grazie a un amico che si chiama Massimo Fanelli che mi ha presentato, dopo aver ascoltato il mio demo, a Gianni Barone. A quest’ultimo ho dato i samples dei brani e, dopo il mio ritorno da Los Angeles, mi ha telefonato dicendomi che era interessato a produrre il disco. Così è partito il progetto. Successivamente Gianni mi ha presentato Gabriele Buonasorte con il quale è da subito nata una forte sintonia.

I testi delle canzoni li avevi già pronti? Sono stati scritti tutti nello stesso periodo o risalgono a momenti diversi?

I testi sono quasi tutti dello stesso periodo.Cavolo è la prima canzone che ho scritto in assoluto. Ho una cinquantina di canzoni da parte. Diciamo che queste qui fanno parte delle prime venti. Forse Canzone di Marinella Parte Seconda è arrivata un po’ dopo. Siamo intorno ai due anni rispetto alla pubblicazione del disco.

Le tue canzoni di che cosa parlano?

C’è un po’ di tutto. Cavolo è una canzone d’amore. Il primo incontro tra un uomo e una donna. Poi c’è Che Guevara, che considero un grandissimo eroe romantico. Lui rappresenta bene la poesia come la intendo io. Per Attila mi sono ispirato a un romanzo storico: m’immagino Ezio e Attila, i due nemici, nelle loro tende prima della battaglia, decisi con il loro destino. Fanculo il treno, invece, l’ho scritto sulla sella della mia motocicletta dopo un viaggio Napoli-Roma. Era un periodo in cui viaggiavo molto, soprattutto con i treni.

Nel disco riprendi un celebre brano di De Andrè intitolandolo Canzone di Marinella Parte Seconda. Cos’è De Andrè per te?

De Andrè per me è l’unico, a oggi, che ha fatto dischi solo quando aveva qualcosa da dire. In lui riconosco l’urgenza e la genuinità, fino alla fine, del suo percorso artistico e umano. Lui era un poeta immenso. Per me è un punto di riferimento perché non ha mai avuto paura di dire quello che pensava. Non usava mai una parola a caso. La mia Canzone di Marinella Parte Seconda è nata allo stesso modo di quella di De Andrè. Avevo sentito al telegiornale che era stata trovata una ragazza con la gola tagliata nel lago Maggiore o D’Orta, non ricordo esattamente. Questo episodio mi ha rimandato alla Canzone di Marinella e mentre ascoltavo la notizia ho colto la bellezza del pensiero di De Andrè e il valore della sua composizione. Poi, di notte, mi sono svegliato e ho scritto di getto la canzone.

Hai anche scritto due canzoni in dialetto valsesiano Fioca e Cun Al Fusil An Man.

Fioca l’ho scritta mentre tornavo da Bergamo da un concerto di Van Der Sfroos. A causa della neve ho impiegato quattro ore quella notte per tornare a casa. Fioca significa per l’appunto nevica. Cun Al Fusil An Man l’ho scritta a quattro mani con mio nonno e ripercorre i tempi e gli orrori della guerra.

Cosa ti aspetti da In Viaggio con Kerouac?

Questo lavoro dovevo farlo, e sono molto contento di averlo fatto. Volevo fare un disco con gli strumenti che suonavano per d’avvero così che dal vivo si sentisse la genuinità di quello che avevamo inciso. Che non ci fossero scorciatoie elettroniche e accorgimenti vari. Da In Viaggio con Kerouac mi aspetto che mi permetta di fare un altro passo in avanti, per farne un altro dopo. Il prossimo orizzonte è sempre più interessante.

 

 

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Intervista: Flavio Caprera
Soggetto: Luca Seta
Luogo: Milano
Foto:Amedeo Novelli
Web: www.lucaseta.it

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Commenti  

 
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