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ARCANGELO BADOLATI

Arcangelo Badolati influente firma del giornalismo d’inchiesta meridionale è autore di numerosi libri sulla criminalità organizzata.

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“Se hai una notizia devi pubblicarla, nonostante tutto”. Arcangelo Badolati è una delle firme più conosciute del giornalismo in Calabria. Ha consumato la suola delle scarpe seguendo processi, cercando fonti, raccogliendo dati e recandosi direttamente nei posti in cui sentiva che qualcosa non andava nella giusta direzione. Obiettivo: raccontare e denunciare la verità. Specializzato in cronaca e giornalismo d’inchiesta, è il caposervizio, nella redazione di Cosenza, della Gazzetta del Sud. Ha seguito i casi di criminalità organizzata più importanti della Calabria e ha scritto tredici libri sulle infiltrazioni e la diffusione della ‘ndrangheta, la storia e la corruzione nella sua regione.

Quando è avvenuto l’incontro con il giornalismo?

È una passione che coltivo da ragazzo. Ho iniziato a scrivere nel giornalino del liceo, poi ho avuto l’opportunità di collaborare come corrispondente da Palmi, il mio paese, con il principale quotidiano calabrese, “La Gazzetta del sud”. Con il tempo sono stato assunto e dopo vari cambi di ruolo, infine, sono diventato caposervizio. Alla fine degli anni ’80 la sede di Palmi era molto nota, vi si svolgevano processi importanti e io, stando lì, avevo la possibilità di seguirli.

Lei ha scritto molto sulla criminalità organizzata, la ‘ndrangheta…

Si, ho cominciato a seguire la cronaca nera e la cronaca giudiziaria per forza di cose perché inizialmente l’unico modo per scrivere almeno un articolo al giorno era seguire vicende che tendevano a essere tralasciate, rispetto alle quali magari altri avevano timore ad approcciarsi. Io essendo molto giovane avevo meno paura e, alla fine, mi sono appassionato. Ho seguito fatti molto gravi, omicidi. Occupandomi di questi temi, giorno per giorno, ho messo insieme i nomi, i fatti, ho acquisito un bagaglio conoscitivo molto importante che poi mi ha consentito anche di realizzare delle pubblicazioni.

Ha trattato argomenti molto scomodi. Ha mai ricevuto minacce?

In realtà ne ho ricevute parecchie, ma non ho mai desistito. La paura è una cosa che si gestisce, è fisiologica. In Calabria, scrivendo di certe vicende puoi essere mal sopportato. Racconti di queste persone, parli del loro mondo, lo rendi pubblico, parli dei loro affari e di certo non gli stai facendo un favore. Questo crea nervosismi che si traducono in minacce, ma l’importante è continuare ad andare per la propria strada. Ho scelto di fare il mio lavoro con onestà intellettuale e ho sempre cercato di farlo correttamente.

Il suo scopo era denunciare la situazione della Calabria?

Si, è evidente. Raccontare dei mali che affliggono questo territorio serve per esorcizzarli ma anche per rendere un servizio alla comunità. Fino al 1982 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso non esisteva normativamente. C’era una situazione di arretratezza, anche culturale, rispetto a una fenomenologia che era devastante. La ‘ndrangheta aveva rapporti con la politica, si era diffusa in tutta Italia e noi la scopriamo a Milano solo nel 2008. Ma l’organizzazione era presente nel capoluogo lombardo già da trent’anni. Io mi sono occupato di questi fatti proprio per fare un servizio alla mia terra, per far prendere coscienza della situazione. Oggi rispetto al passato abbiamo fatto grandi passi avanti. Attualmente ci sono due aspetti da considerare, uno negativo e l’altro positivo. Da un lato, c’è stata una contaminazione da parte degli uomini della ‘ndrangheta, degli ordini professionali. Questo è un fatto grave perché persone dalla mentalità mafiosa, diventati medici, architetti, avvocati, professionisti a tutti gli effetti, possono compromettere pericolosamente il tessuto sociale. Da un altro lato, invece, grazie anche al lavoro di sensibilizzazione fatto dalla stampa e da alcuni scrittori, c’è oggi un’informazione maggiore. Studenti del liceo hanno la possibilità di incontrare persone che lavorano sul fronte anti-mafia, magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, che cercano di diffondere tra di loro l’idea della bellezza della vita democratica. C’è una sorta di controcultura, perché la ‘ndrangheta, l’idea del boss, era diventata così radicata, potente e infiltrata nel mondo calabrese da trasformarsi in un fenomeno che io definisco sub culturale, ma in realtà è culturale.

Quali sono i pregi del giornalismo e quali dovrebbero essere i punti di forza di un giornalista?

Il giornalismo è un mestiere bellissimo. Ti dà l’opportunità di comunicare con gli altri, di entrare nelle case, ricevere emozioni dalle relazioni con le persone e con la comunità. Ti permette di raccontare la tua terra, nel bene e nel male. Per fare bene questo lavoro credo ci voglia molta testa dura, perseveranza e coraggio. Perché si rischia. Se racconti la verità, inizi a svelare i retroscena non solo di fatti mafiosi ma anche politici, diventi un personaggio davvero scomodo e allora devi avere molta determinazione nel continuare ad andare avanti e non lasciarti influenzare. Bisogna leggere e scrivere molto per aggiornare il proprio vocabolario, prendere spunti e avere la fantasia necessaria per raccontare la realtà.

Quali sono le sue passioni? Sono state importanti anche per la sua formazione?

Io ho una passione per il mare, per la pesca subacquea, per la corsa e mi piace camminare. Da giovane ho giocato a rugby e quello sport mi ha insegnato il senso dell’amicizia, del gruppo. L’immersione in acqua è un ritorno al liquido amniotico, alla pancia della madre, senti i battiti del tuo cuore, il tuo respiro, per me è bellissimo Poi ci sono la lettura, il teatro, il cinema, strumenti formidabili per un giornalista. Accrescono la tua conoscenza, ti nutrono e ti permettono di comprendere le cose nel profondo. A volte resto fino a tarda notte a vedere un film. Per un senso di libertà, perché vivi tanti mondi, anche immaginati da altri, o vivi il mondo visto dagli occhi degli altri. Libri, cinema, opere teatrali aprono la mente. Nutrono la tua curiosità e un giornalista vive di questo.

I suoi libri come nascono?

I libri sono molto impegnativi, sono come dei bambini. Sono frutto di grande fatica e grande amore e richiedono studio, confronto, analisi. Un articolo di giornale dopo due giorni lo dimentichi, un libro no, rimane è qualcosa di forte, è più dettagliato perciò deve essere maggiormente curato. Per alcune mie pubblicazioni il lavoro di ricerca non è stato facile, ho dovuto consultare atti introvabili, confrontare perizie, visionare giornali d’epoca e rintracciare testimoni che era quasi impossibile trovare. Ma la mia è una passione e certe cose vanno svelate, vanno fermate perché possano diventare patrimonio comune e, soprattutto, patrimonio storico e storiografico. Bisogna raccontarli in maniera che non si possa dire che non si conoscevano questi fatti.

Il ricavato dei suoi libri va alla fondazione Natuzza Evolo*. Lei l’ha conosciuta, che ricordo ha?

Era una persona straordinaria nella sua assoluta umiltà. Un mio amico, che era già stato da lei, mi aveva portato nella chiesa che c’è sotto casa di Natuzza per incontrarla e io avevo paura perché temevo di incontrare una persona che potesse mettermi a nudo. Lei arrivò, partecipò alla messa e ci ricevette come se fossimo dei vecchi amici. Mi regalò una piccola croce che chiamava “l’accompagnatore” perché doveva stare con me e proteggermi e io, infatti, la porto sempre. Mi disse che bisognava scrivere con il cuore e tantissime altre cose belle con una semplicità che mi lasciò disarmato. Lei diceva “io non sono nessuno, sono un verme di terra”, eppure riusciva a vedere la Madonna, parlava con i defunti, aveva un dono che le era stato dato e non riusciva neanche a controllare e rimaneva di un’umiltà e di una dolcezza infinita. Le persone andavano da lei disperate e Natuzza, con un’umanità fantastica, riusciva a trovare le parole giuste, a dare il conforto necessario per far stare meglio gli altri.

Qual è il suo rapporto con la Calabria?

La mia regione credo sia un posto meraviglioso. Io dico che le radici non sono un limite ma una ricchezza. La Calabria vive dentro di me. Nonostante, alle volte, sia stata matrigna perché ha costretto molti a emigrare, ad allontanarsi, è una terra che ti rimane dentro. Io diffido da chi dice che un posto vale l’altro, per me la vera bellezza è dove nasci. Anche la mia carriera è stata segnata da questo legame con la mia regione. Io racconto quello che avviene qui per proteggerla e invogliare gli altri a non piegarsi.

Si sente soddisfatto dei risultati raggiunti?

Credo di essere stato molto fortunato nel poter fare il lavoro che desideravo. Sono contento di quello che ho e di poter svolgere la professione di giornalista. Magari mi piacerebbe incidere di più a livello nazionale per poter aiutare la Calabria e anche i ragazzi della mia terra.

Un consiglio che darebbe ai più giovani?

Credo che oggi ci siano molte più difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro rispetto al passato perché c’è un mercato saturo e anche gli strumenti stanno cambiando. Ma i giovani devono essere preparati. Bisogna prepararsi e lottare.



* Natuzza Evolo è stata una mistica italiana. Nata a Paravati nel 1924 e morta nel 2009. Nel corso della sua vita si sono manifestati una serie di episodi: apparizioni e colloqui con la Madonna, i Santi e i Defunti, la comparsa delle stimmate. Svariate testimonianze le attribuiscono il dono dell’illuminazione diagnostica, ovvero la capacità di diagnosticare una malattia e suggerirne la cura migliore. Nel 1987 nacque la Fondazione creata per dare assistenza ai malati,i disabili, gli anziani e i giovani. La Chiesa ha aperto l’inchiesta diocesana, primo passo nell’iter della beatificazione.

 

 

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Intervista: Stefania Bernardini
Soggetto: Arcangelo Badolati
Luogo: Cosenza
Foto: Ilenia Caputo
Web: Arcangelo Badolati

 

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Commenti  

 
0 # Alessio 2013-05-08 15:28
Ciao Arcangelo, guarda cosa scrivono su di te. Dicono di non conoscerti mentre sei la migliore soluzione difronte a chi tace e acconsente alla delinquenza organizzata. Non hai paura, sei pragmatico e scrittore giornalista di talento. Non conosco il signor Badolati,che da quello che mi stai dicendo deduco sia una grande persona,ma questo non significa che per valorizzare una persona bisogna infangarne un'altra. Questa altra è Saviano. Fare un paragone tra te e Saviano è come paragonare MARCO TRAVAGLIO a PRIMO DI NICOLA.
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