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VIRGINIA SOMMADOSSI

Virginia Sommadossi esperta di comunicazione è responsabile delle relazioni esterne per il centro di produzione Centrale Fies.

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La sua missione è chiara e definita: far capire al pubblico “come l’arte contemporanea sia in realtà molto più vicina e affrontabile di quanto le convenzioni vorrebbero farci credere”. Ma in realtà Virginia Sommadossi esperta di comunicazione, cresciuta a strettissimo contatto con il teatro contemporaneo e la performing art è molto di più, ha molto di più.
Inizialmente l’abbiamo scelta perché elemento portante e necessario del centro di produzione CENTRALE FIES, factory vera e importante del panorama culturale italiano. Ma ben presto abbiamo compreso che, come dice lei stessa, “conteneva moltitudini”, di quelle che possono disorientare l’interlocutore: dalla sua tesi di laurea sul porno all’Università Cattolica alla smodata passione per i camion.
La chiarezza delle sue idee, l’eclettismo e la sua eccezionale voracità culturale ci hanno convinto che la donna con cui abbiamo dialogato in questi giorni sia un “soggetto” nuovo e innovativo, di quelli di cui l’Italia ha veramente bisogno per rinnovarsi e innovare. Buona lettura.

Ciao Virginia, cos'è CENTRALE FIES?

Centrale Fies è un centro di produzione di performing art laddove persino la cultura dell’aperitivo è vissuta come “di nicchia”. E’ un centro di produzione per le arti contemporanee in una struttura adibita alla produzione di energia elettrica, ma solo in parte ancora funzionante. Cinque sale riprogettate senza scalfirne i segni architettonici più importanti, in un rispetto per la struttura che permette di immaginarla ancora così com’era.
Una foresteria che fa sì che si metta in atto un pensiero sulle nuove residenze, un parco ben curato all’interno di un biotopo naturale in Trentino: le Marocche sono una delle frane più estese di epoca post glaciale. Un landscape potente e unico nel quale perdersi.
Centrale Fies è anche luogo dove da ottobre si attua un’importante esperienza di co-working con lo studio di architettura MI9, che ha fatto nascere la prima piattaforma di design trentina, che abbiamo chiamato FICO. Che in realtà sarebbe un acronimo ma che oggi mi va di chiamarlo solo così. Un’edizione zero, quella di FICO, speciale, della quale stiamo già preparando il seguito.

Qual è il tuo ruolo all'interno della struttura?

Nasco come ufficio stampa. Qui ho trasferito la mia esperienza fatta durante gli anni dell’università (quando passavo le notti a fare ricerca iconografica e trattamenti per spot pubblicitari) nel lavoro di comunicazione generale della struttura ma soprattutto di DRODESERA, il festival annuale quest’anno arrivato alla sua trentaduesima edizione.

Come operi e qual è la tua mission?

Evito l’autoreferenzialità (per il mio lavoro cerco sempre collaborazioni con chi non fa affatto parte del mio mondo prettamente lavorativo e di sistema), questo mi ha permesso di trovare una via per comunicare anche con un pubblico di non-addetti, magari solo di curiosi perché la nostra mission, in effetti, non è mai stata quella di coltivare un pubblico appassionato di teatro e performing art, ma di poter dialogare con un target ampio dal punto di vista delle professioni e delle passioni, che per noi il pubblico non è target da centrare ma piuttosto una crew trasversale ed eterogenea da ri-trovare. La mia mission personale di fondo, invece, quella che lega tutti i miei lavori è sempre una: trovare un canale laterale ma importante di dialogo col pubblico per far capire come l’arte contemporanea sia in realtà molto più vicina e affrontabile di quanto le convenzioni vorrebbero farci credere.

E ci sei riuscità?

Ovviamente no. Non ancora.

Quali difficoltà hai incontrato all’inizio di questa avventura?

Mi sono chiesta più volte in che modo si potesse comunicare un prodotto artistico come un festival (all’epoca ventennale) a sua volta articolato in una programmazione portatrice di significati e significanti. La difficoltà principale stava nel far coesistere un approccio all’audience che non offendesse la sensibilità e la logica interna di un prodotto culturale, o di un artista, che di per sé sono già ‘comunicazione’: un lavoro teatrale, un festival sono fattivamente strumenti di comunicazione, per loro natura. Così ho proposto di desumere una sorta di tema annuale della manifestazione, anziché imporlo e sceglierne di conseguenza i contenuti, che mi ha portato a sviluppare un ascolto laterale verso gli artisti e i loro percorsi di linguaggio e estetica.

Questa nuova metodologia che innovazione ha portato nella progettazione del tutto?

Titolo, immagine e booklet del festival nascono seguendo passo per passo le scelte della direzione artistica, andando a scavare nelle opere individuate per la programmazione o semplicemente annusando il mood del quale si circondano. Trovare un ‘filo rosso’ tra tutte le opere sembra ogni anno più facile, dal momento che la contemporary e la performing art sono in stretta connessione col presente. Ogni anno per l’edizione in corso viene progettato un lavoro grafico di “it-booklet” differente, e il progetto parte sempre e comunque dalle opere scelte per la programmazione.

Quando hai deciso di fare ciò che fai?

Quando ho capito che a Fies c’era la possibilità reale di portare avanti qualsiasi idea con una progettualità impossibile da attuare nella maggior parte di altre strutture del nostro paese. Centrale Fies ha una regola ferrea, quella dei piccoli passi. Piccoli ma ritmati e convinti della direzione intrapresa. Questo permette di portare sempre a termine un’idea e quindi di seguire tutti i passaggi, le difficotà, gli stop e le riprese facendo esperienze eterogenee e sempre stimolanti: e allora succede come coi serial tv della HBO, non te ne puoi andare, devi sempre vedere come va a finire :-)

E' chiaro che operi da un osservatorio privilegiato: qual è lo stato di salute dell’arte contemporanea in Italia?

Il fermento scomposto post epoca berlusconiana (la più riuscita rivoluzione culturale degli ultimi 30 anni, mannaggialamiseria) ha lasciato il posto a crew che hanno trovato nel teatro e nella performance non solo un modo alternativo di esprimersi. La loro caparbietà nel portare avanti progetti riorganizzandoli in codici e linguaggi fondanti di estetiche e nuove visioni, la loro capacità di scindere in modo intelligente e non più ingenuo le situazioni atte a far progredire il loro lavoro, ha dato vita a un sistema di compagnie ognuna con la propria cifra stilistica, che disegnano un panorama interessante, reale, attivo di collaborazioni e sperimentazioni nelle direzioni più svariate. Dal punto di vista creativo, insomma, non ho dubbi che stia bene.

Oggi le Istituzioni investono sempre meno in cultura che viene considerata spesso un accessorio e non un volano di sviluppo quale potrebbe e dovrebbe essere...

In Europa gli investimenti nella cultura sono stati motivo di rilancio dell’economia. Questo è un fatto appurato e già sperimentato, comprovato da decine di progetti che hanno visto trasformare il degrado di zone ex industriali in poli culturali in grado di attirare visitatori e pubblico ponendosi anche come nuovo modello di sviluppo economico.
Da noi, nel Paese che vanta sul territorio un patrimonio culturale che non ha eguali, l’investimento nella cultura è oggettivamente visto a volte come uno spreco di fronte alla necessità di offrire servizi percepiti come essenziali per cittadini (dei quali la creatività culturale e l’innovazione non fanno parte).
Non che le risorse investite nel settore cultura, e non solo nel settore dello spettacolo dal vivo, non siano esenti da sprechi. A volte causati proprio da un sistema che garantisce le rendite di posizione rispetto al valore oggettivo. Forse per poter veramente avere un ruolo di rilancio economico l’investimento nella cultura dovrebbe essere basato realmente sull’innovazione e sulla creatività (non solo quella “giovanile” ma quella del paese) non disgiunte da una visione di grande apertura sul futuro.
Forse la teoria di Florida delle tre T (Tolleranza Teconologia Talento) potrebbe essere ancora valida, quando parla di “connettività” a me pare che abbia centrato in modo preciso e chirurgico non solo un tema, ma che abbia dato anche una spinta importante per farci spostare il punto di vista.

A proposito di Richard Florida, ci dai una definizione di creatività?

A questa domanda potrei rispondere ogni volta in modo diverso. Stanotte credo sia un creare connessioni dove sembrano non esserci ma che finiscono per rivelarsi incubatori di realtà. Insomma una cosa che quando cominci a raccontarla sembra una stronzata e quando hai messo un punto invece è così credibile che sembra esserci sempre stata.

Il tuo primo ricordo culturale?

I chilomentri macinati coi miei genitori e la zia Vale tra le feste popolari spagnole e musei di contemporary art, tra Mojacar, Barcellona, Madrid e Figueras. Non c’era differenza per me tra un Dalì e le onde del mare del sud della Spagna, così come tra Picasso e le ragazze con la schiena nuda e i camperos pronte a montare a cavallo per il palio del paese. Il mio primo “ricordo culturale” è la vita.

Qual è il ruolo e la funzione delle arti contemporanee?

Ridisegnare, raccontare e comunicare l’adesso con le categorie e i codici dell’adesso. Insisto su questo concetto di risposta in risposta, me ne rendo conto, ma a volte temo che si tenda a fare come il Mereghetti che da indistintamente quattro palle ai film girati prima degli anni sessanta. Non è che siccome il nostro passato artistico sia di fasti e gloria non si debba più sviluppare una via contemporanea.
Penso alle arti contemporanee come documenti del presente, racconteranno domani quali sono state le nostre ossessioni, le paure, le voglie, le speranze, e le attitudini dei giorni nostri.

Toglimi una curiosità, ma da dove arriva la tua passione per i camion?

Una passione tanto per la Barbie quanto per le macchinine, da bambina, fino a ché non ho notato sullo scaffale del negozio di giocattoli della zia Carmen uno di quei camion che trasportano le macchine. In quel periodo tendevo a disegnare cose sparse sui fogli e poi a racchiuderle dentro perimetri immaginari tracciati con la matita (non aprivo i sacchetti di coriandoli affinché potessero stare tutti vicini e non andassero dispersi e robe di questo tipo) quel camion porta macchine era esattamente quello: un perimetro contenitore dove tenere le cose più amate, le mie macchinine ma anche le Barbie sdraiate una sopra l’altra.
Ancora oggi quando viaggio in autostrada accanto a quei veicoli spesso mi ritrovo a immaginare il mio corpo adagiato nei vari spazi tra rimorchio e motrice, e mi da un senso di sicurezza. (ora sparatemi se volete.) Che poi tra i miei film d’amore preferiti dell’adolescenza ci fosse CRASH di Cronemberg non è detto che il tutto si sia trasformato in patologia, no?

Hai fatto la stylist per uno shooting fotografico su Playboy Italia...raccontaci!

“Debuttare” come stylist in una rivista dove le modelle si fanno spogliare anziché vestire è fantozziano. Me ne rendo conto. Sfogliavo Playboy e trovavo che le foto degli anni ’70 fossero realmente conturbanti, mentre quelle degli ultimi servizi non fossero diverse da quelle della Ferilli su Max, per intenderci, legati a una visione piuttosto piatta e noiosa della femminilità. Così ho cominciato a martellare la loro photo editor, avevo conosciuto un fotografo (Dido Fontana) che ero certa avrebbe fatto fare alla rivista una virata di stile, e reso nuovamente i corpi desiderabili così come ora si desiderano, ai nostri tempi. Anche il desiderio è linguaggio, e Playboy Italia non avrebbe ignorato che il linguaggio cambia in continuazione. Ovviamente non potevo vestire la mia prima (e ultima) coniglietta con brand-tristezza, ecco che in soccorso è arrivato Giovanni Battista De Pol della DEAD MEAT che mi ha messo a disposizione alcuni pezzi preziosi e geniali della sua collezione. Qualcosa è stato scartato, la t-shirt con la scritta RECTUM sembrava essere un po’ troppo forte. Eppure secondo me avrebbe fatto il giro del mondo. Una sfumatura punk e “idealmente tautologica” a PB Italia che non fosse l’esercizio di stile delle suicide girl sarebbe stata potente. Credo che lo proporrò a Hustler. :-)

Se ne hai uno, qual è il tuo feticcio?

Una Regina di Cuori trovata in aeroporto. La carta era alla fine del rullo di controllo di sicurezza del gate del volo per NYC e il mio trolley ci era passato sopra, come uno schiacciasassi. Qualcosa mi ha detto di prenderla e da allora è nella tasca interna del mio portafoglio. Come un oracolo, qualcosa che sta lì a ricordarmi che ho anche un cuore o robe del genere. O magari che sono Alice e che “di solito mi so dare buoni consigli …”.

Cosa contiene il tuo lettore MP3?

Se ci fosse un analista preparato sullo studio delle connessioni tra pezzi sull’Mp3 e psiche sarei fottuta. Il patto di questa intervista era sincerità e allora ve lo dico che nel mio iPod c’è posto per tanta roba. Da Dargen D’amico ai Die Antwoord, dai The Knife agli Chingon, da John Denver ad Azealia Banks, passando per Dumbblonde, Anna Calvi, Daft Punk e Jhonny Cash. Ultimamente Rage Against The Machine e Club Dogo a scandire i viaggi in macchina. E sempre, da mesi, ogni mattina appena sveglia “Same Mistakes” dei The Echo Friendly, che io e quel pezzo abbiamo cose da dirci. Ma “Contengo moltitudini” e magari tra sei mesi lì dentro ci sarà tutt’altro.

Un libro imperdibile...

Forse il “libro imperdibile” è quello che ti chiama in quel preciso momento della tua vita. Quello che hai lasciato anni sul comodino o nelle libreria e a un certo punto te lo trovi tra le mani e il perché lo sapete solo tu e quelle pagine là. E poi certo, non si può affrontare nessun lavoro e nessuna storia d’amore senza aver letto almeno un manuale di strategie militari. “Della guerra” di Clausewitz, per iniziare.

Cosa fai prima di dormire?

Un bagno caldo, al buio. Da sempre. Qualsiasi sia l’ora in cui torno a casa, qualsiasi sia stato il tenore della mia notte o della mia serata, qualsiasi sia il mio umore o il tempo a disposizione per dormire. Perché la notte è buono che non abbia a vedere nulla con la giornata appena passata, e perché un rituale prima che inizi il nuovo giorno è quasi meglio di una colazione al lago di Cavedine. Quasi.

 

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Virginia Sommadossi
Luogo: Dro (TN)
Foto: Dido Fontana
Web: www.centralefies.it

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Commenti  

 
+1 # 2012-09-20 13:43
Bella intervista e belle le iniziative di Centrale Fies, posto veramente magico. Brava e professionale Virginia.
Però sarebbe stato più carino evitare ipocrisie, come la risposta alla domanda
"Quando hai deciso di fare ciò che fai?"
Virginia ha risposto
"Quando ho capito che a Fies c’era la possibilità reale di portare avanti qualsiasi idea con una progettualità impossibile da attuare nella maggior parte di altre strutture del nostro paese".
La "possibilità reale" dipende dal fatto che Virginia è la figlia di Sommadossi. Sarebbe stata data la stessa "possibilità reale" a una giovane altrettanto brava, figlia di nessuno?
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-1 # 2012-10-01 21:29
Ringrazio Valeria di averlo detto con parole sue.
Qui, invece, con parole mie.

dal minuto 21'35''

http://bandettini.blogautore.repubblica.it/2011/07/21/i-podcast-il-falco-in-scena-al-drodesera-festival/
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-1 # 2012-10-25 14:14
.....con parole tue ....sei grande Virginia ...BRAVA !!!!
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-1 # 2012-10-16 13:51
Che fantastica che sei!!
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